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Chi deve pagare la parcella del consulente tecnico d’ufficio?


Chi deve pagare la parcella del consulente tecnico d’ufficio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 aprile 2017



Ctu: di norma il costo della consulenza è addebitato alla parte che perde la causa, ma il giudice può anche disporre la divisione della spesa tra le parti.

Si chiama Ctu e con questo acronimo viene indicato il cosiddetto consulente tecnico d’ufficio, ossia il perito nominato in corso di causa dal giudice per integrare le sue conoscenze con quelle di un esperto della materia per la quale si procede e così poter avere ulteriori dati tecnici senza i quali non potrebbe giungere alla decisione. Trattandosi di un professionista privato, il Ctu non è a carico dello Stato: la relativa spesa, al contrario, ricade su uno o entrambi i soggetti della causa. Ma materialmente, chi deve pagare la parcella del consulente tecnico d’ufficio?

Sul punto è di recente intervenuta la Corte di Appello di Campobasso con una interessante sentenza [1]. Ma prima di ciò qualche utile chiarimento.

Chi è il consulente tecnico d’ufficio (Ctu)

Di norma, il consulente tecnico d’ufficio chiede un anticipo all’atto del conferimento dell’incarico (conferimento che avviene in udienza, previo giuramento di adempiere fedelmente e in modo diligente all’incarico). Detto anticipo – che non è obbligatorio – viene posto a carico della parte che agisce in giudizio o, se diversa, di colui che ha «suggerito» al giudice la nomina del Ctu. Abbiamo volutamente detto «suggerito» perché la Ctu non è un mezzo di prova, che le parti richiedono e il giudice ammette, ma un ausiliare del tribunale, nominato a discrezione del magistrato e proprio per intervenire a colmare un suo deficit di conoscenze. Dunque, sebbene nella prassi a chiedere la nomina del consulente tecnico è sempre uno degli avvocati, il giudice potrebbe anche provvedervi in autonomia (anzi, questa dovrebbe essere la regola).

Facciamo un esempio. In un incidente stradale Tizio riporta delle ferite la cui quantificazione, dal punto di vista del danno biologico, richiede l’assistenza di un medico legale; così il giudice nomina il Ctu. Un altro classico esempio è in caso di perdite di tubature condominiali: per stabilire se il guasto dipende dalla diramazione comune o di proprietà di uno dei condomini il magistrato chiama il consulente d’ufficio esperto in detta materia (verosimilmente un idraulico).

Chi paga il Ctu

Abbiamo detto che, se il Consulente tecnico d’ufficio chiede un anticipo, questo viene posto a carico di colui che ne ha suggerito la nomina o, se l’incarico viene affidato su iniziativa del giudice, a carico dell’attore (colui che ha iniziato la causa).

All’esito della sentenza, il giudice pone tutte le spese del giudizio a carico di chi perde (la cosiddetta «parte soccombente»). Vi rientrano anche le spese per la parcella del Ctu. Con la conseguenza che se l’anticipo è stato già versato dall’avversario a questi è dovuto il rimborso.

Nel caso di compensazione delle spese tra le parti (ossia quando il giudice decide di dividere tra i due contendenti in pari misura i costi del giudizio, lasciando che ognuno di questi sostenga le spese per la propria difesa), anche la parcella del Ctu viene equamente divisa.

La Ctu può essere compensata anche se c’è soccombenza

Tuttavia – e qui viene il chiarimento della sentenza in commento – il giudice può ripartire le spese della consulenza tecnica d’ufficio in quote eguali tra le parti anche se la sentenza accorda la ragione a una sola di queste. Così, se il magistrato decide in questo modo, a dover pagare la parcella del Ctu dovranno essere tanto la parte soccombente che quella vittoriosa. Questo tipo di soluzione – a detta della Corte di Appello di Campobasso – non viola il divieto di condanna alle spese di lite della parte sconfitta. Difatti, la compensazione non implica condanna ma esclusione del rimborso e, ad ogni modo, è un ausilio al giudice da un collaboratore esterno e, quindi, è un atto compiuto nell’interesse comune delle parti.

Cosa fa il Ctu

Quando il giudice decide di disporre una Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) emette un’ordinanza di ammissione. Può provvedere in tal senso durante l’udienza di comparizione delle parti e trattazione della causa o fuori udienza entro 30 giorni o anche successivamente.

In tale ordinanza il giudice:

  • nomina il consulente tecnico; in caso di grave necessità o quando la legge espressamente lo dispone, il giudice può disporre la nomina di più consulenti;
  • formula i quesiti ai quali il consulente deve rispondere;
  • fissa l’udienza nella quale il consulente deve comparire.

Il giudice assegna inoltre alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal cancelliere, un consulente tecnico di parte.

All’udienza fissata dal giudice, il consulente tecnico deve presentarsi per il giuramento. Il giudice gli ricorda l’importanza delle funzioni che è chiamato ad adempiere e ne riceve il giuramento di bene e fedelmente adempiere, allo scopo di far conoscere al giudice la verità.

Il giudice emette un’ordinanza con la quale fissa i seguenti termini:

  • il termine entro il quale il consulente deve trasmettere alle parti la relazione conclusiva delle operazioni peritali svolte;
  • il termine entro il quale le parti devono trasmettere le loro osservazioni sulla relazione al consulente tecnico;
  • il termine entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, con le osservazioni delle parti ed una sua sintetica valutazione.

Vediamo cosa fa materialmente il consulente tecnico d’ufficio. Egli:

  • compie le indagini commissionategli dal giudice;
  • se autorizzato, può richiedere chiarimenti alle parti, assumere informazioni da terzi o, anche, eseguire piante, calchi e rilievi;
  • se autorizzato può prelevare i fascicoli delle parti in causa, leggere i documenti e gli atti nonché le prove già prodotte da queste;
  • se autorizzato, può servirsi di più ausiliari specializzati, per il compimento di attività materiali o di indagini specifiche.

note

[1] C. App. Campobasso sent. n. 24/17 del 31.01.2017.

Autore immagine: Pixabay. com

Sentenza 31 gennaio 2017, n. 24

Data udienza 3 novembre 2016

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Campobasso – sez. civile – riunita in camera di consiglio e composta dai Magistrati:

– Dr. Paolo Di Croce Presidente

– Dr. ssa Clotilde Parise Consigliere

– Dr.ssa Rita Carosella Consigliere relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di seconda istanza iscritta al n. 227/2010 R.G.A.C.C., vertente

tra

Pe.Vi., elettivamente domiciliato in Campobasso, v. (…), presso lo studio dell’avv. Gi.De., rappresentato e difeso per procura a margine dell’atto di appello, dall’avv. Gu.To.,

– APPELLANTE –

Pe.Vi., elettivamente domiciliato in Campobasso, v. (…) presso lo studio dell’avv. Ma.Oc., rappresentato e difeso, per procura a margine della comparsa di costituzione in appello dall’avv. An.Ta.,

– APPELLATO/INCIDENTALE –

IN FATTO

Con citazione notificata il 20 aprile 2004, Pe.Vi. citava in giudizio il germano Pe.Vi., assumendo che costui gli aveva usurpato una striscia lineare di terreno (circa cinque metri, corrente per l’intero fondo a confine), per circa mq 465: in dettaglio l’attore deduceva la differenza tra la consistenza catastale e la consistenza reale del terreno di sua proprietà, e che responsabile di tale “ammanco” fosse il fratello; pertanto proponeva domanda ex art. 950 c.c. per accertare l’esatta linea di confine tra il fondo di esso attore e quello finitimo del convenuto, con conseguente rilascio della porzione di terreno assertivamente usurpata dalla controparte, oltre al risarcimento dei danni patiti a causa del mancato utilizzo della stessa.

Il convenuto Pe.Vi. si costituiva in giudizio rilevando che, prima dell’atto di donazione del 6 luglio 2002, con cui Ci.Ma. aveva donato ad ognuno dei tre figli – gli odierni contendenti, e l’altro figlio, Livio, – tre porzioni di eguale estensione di un fondo originariamente unico, c’era stata una riunione familiare in cui il geometra Lu.Br., incaricato dalla donante di effettuare le misurazioni, aveva evidenziato che quel fondo non aveva più la consistenza originaria, a causa di occupazioni di porzioni di terreno da parte dei confinanti e della realizzazione di strade di servizio; che in tal riunione si stabiliva che i donatari avrebbero ricevuto una porzione identica di terreno, ossia 1/3 delle effettiva consistenza del fondo, comunque inferiore a quella indicata nell’atto di donazione (ossia 114 are e 80 centiare ciascuno); che pertanto, sia l’attore, che il convenuto, come anche l’altro fratello, (…), erano divenuti proprietari di un’appezzamento di terreno inferiore alla consistenza indicata nella donazione e che, quindi, non aveva perpretato alcuna occupazione/usurpazione del fondo dell’attore; il convenuto quindi chiedeva il rigetto delle domande avversarie.

Disposta ed espletata c.t.u. per geom. Lu.Ma., assunti i mezzi istruttori richiesti dalle parti, la causa era definita dall’adito Tribunale di Larino – sez. distaccata di Termoli con sentenza n. 337/09, del 9 – 10/12/2009, che così provvedeva: “1) dichiara che il confine tra la proprietà dell’attore (particelle nn. (…) del foglio (…) del Comune di Montenero di Bisaccia) e la proprietà del convenuto (particelle nn. (…) del medesimo foglio) è quello indicato nella CTU espletata in corso di causa, come indicato nel tipo di frazionamento n. 74991/2002, con linea dividente delimitata dai punti 107, nord 43423, 707, est 42844, 121, dal punto 302, nord 43537, 980, est 42869, 170, come rappresentato nelle planimetrie allegate alla relazione del ctu (in particolare relazione del 30.11.2009), cui si rinvia, che va considerata, unitamente agli allegati planimetrici, parte integrante della presente sentenza”.

Il primo giudice rilevava in motivazione che “nel caso in esame, il mezzo di prova privilegiato per stabilire l’esatta individuazione ed estensione dei fondi in contestazione non può che essere l’atto pubblico di donazione del 6 luglio 2002, in cui i donanti hanno donato ad ogni figlio le particelle di terreno ivi specificate (ed in particolare a Pe.Vi., le particelle (…) ed a Pe.Vi. le particelle (…)), nonché il frazionamento che aveva preceduto la redazione di quell’atto pubblico, risalente al 30.04.2002, prot. n. 74991, redatto dal geom. Br., sulla base del quale il fondo, in origine unico, era stato frazionato; tale frazionamento, effettuato dal punto di vista cronologico circa tre mesi prima della donazione, era infatti pacificamente a conoscenza della donante Ci.Ma., come si desume, tra l’altro, dalla scrittura privata del 3.06.2004, (doc. n. 2 del fascicolo del convenuto). E poi pacifico che, come rilevato dal ctu e dalle stesse parti in causa (e come si evince dal richiamato atto del 3.06.2004, a firma, tra l’altro della donante Ci.Ma.), il fondo oggetto di frazionamento e di donazione aveva una estensione minore rispetto a quella originaria e rispetto a quella catastale, di circa 1300/1500 mq; è altrettanto pacifico che ogni donatario ha in concreto ricevuto una porzione di terreno non corrispondente a quella nominale, indicata nell’atto di donazione, ossia ha. 1.14.80, e, precisamente, è comprovato che ogni singolo donatario ha ricevuto un fondo della estensione indicata dal ctu nell’allegato A della relazione. Tuttavia, ai fini della risoluzione della presente controversia – che lo si ribadisce, in quanto azione di regolamento di confini, non investe i titoli di acquisto della proprietà – proprio sulla base degli elementi contenuti nell’atto di donazione, ed, in particolare, della elencazione delle singole particelle donate a ciascuno dei figli (elencazione che fa propendere per una donazione effettuata a corpo e non a misura, anche perché le misure della estensione delle singole particelle in donazione, come appurato dal ctu, non corrispondono a quelle reali) e del tipo di frazionamento presupposto (n. 74991/2002), discende che il confine tra i fondi non può che essere determinato sulla base di tali dati e, quindi, secondo le linee di divisione indicate nel frazionamento in questione.

Quindi, all’esito della espletata CTU, le cui motivazioni ed argomentazioni questo giudice condivide perché fondate su un adeguato studio dei documenti e della situazione dei luoghi, è stato possibile appurare, sulla base dei rilievi topografici e delle mappe catastali utilizzate all’uopo, l’esatto confine tra le rispettive proprietà, che va ravvisato in quello riportato nelle planimetrie agli atti (cfr. in particolare ctu depositata in data 10.03.2007 e relative conclusioni, nonché relazione a chiarimento del 30.11.2009, in cui si evidenzia che la linea di confine deve essere collocata in maniera identica a quanto indicato nel tipo di frazionamento n. 74991/2002, ossia tra i punti n. 107 e 302, secondo le coordinate indicate)”.

Il primo giudice compensava integralmente tra le parti le spese di CTU e le spese processuali.

Avverso quest’ultima pronuncia ha interposto appello, con citazione dell’8 maggio 2010, Pe.Vi., reputandola erronea e non motivata, a fronte del rigetto della domanda di controparte, non ricorrendo gravi ed eccezionali ragioni tali da legittimare la disapplicazione del principio generale ex art. 91 c.p.c.; ed ha concluso per la conferma nel merito della sentenza gravata e la condanna dell’attore – appellato al pagamento delle spese di CTU, e di quelle processuali del primo e secondo grado di giudizio. Si è costituito Pe.Vi. per resistere al gravame e ha proposto appello incidentale per la riforma integrale della pronuncia di prime cure, riproponendo le domande già avanzate ovverosia la condanna della controparte al rilascio della porzione di terreno usurpatagli e al risarcimento dei danni.

A fondamento dell’impugnazione, l’appellante incidentale ha rilevato che nel corso del giudizio fosse emersa chiaramente la circostanza che le parti, indipendentemente dalla reale dimensione del fondo, avevano espresso la volontà che lo stesso fosse diviso in tre parti uguali, mentre all’attualità i tre donatari posseggono porzioni di terreno di differente estensione; che quindi la sentenza impugnata è illogica laddove il primo giudice ha aderito alle inesatte conclusioni del CTU; che Pe.Vi. non ha fornito alcuna prova a sostegno dell’affermazione del Tribunale, pag. 4 della motivazione, che i germani Pe. hanno ricevuto in donazione un “fondo di estensione minore rispetto a quella originaria e rispetto a quella catastale di circa 1300/1500 mq”; che inoltre il giudicante è incorso in palese contraddizione allorquando, dopo avere rilevato a pag. 2 della pronuncia che la volontà delle parti era quella di ricevere in donazione “una porzione identica di terreno”, e dopo aver riconosciuto, a pag. 4, che le parti attualmente possiedono estensioni di terreno di dimensioni differenti l’una dall’altra, a pag. 5 si riporta alle conclusioni rassegnate dal CTU, ed afferma che l’attuale linea di confine è da considerarsi valida, in quanto “l’esatto confine tra le rispettive proprietà va ravvisato in quello riportato nelle planimetrie in atti”; che, pur volendo prescindere dalle considerazioni mosse al CTU in merito alle dimensioni del terreno oggetto di causa (reale e/o catastale), certo è che, se le parti nel corso del giudizio ed anche prima hanno dichiarato e palesato l’intenzione di voler suddividere il fondo in tre parti uguali, così come voluto dagli stessi danti causa, non è comprensibile né accettabile che il giudice a quo abbia potuto dichiarare valida una suddivisione che di fatto non rispetta tale volontà. L’appellante incidentale, ha quindi, ribadito che la prova che i terreni posseduti dai germani Pe. sono di diverse dimensioni risulta dalla stessa sentenza impugnata, che ne fa esplicito riferimento a pag. 4, ultimo capoverso; che continua a subire danni per il mancato utilizzo della parte di terreno “usurpatagli” dal fratello Vi.; e ha quindi chiesto la riforma integrale della pronuncia di primo grado in senso a sé favorevole, vinte le spese del doppio grado di giudizio.

Trattenuta una prima volta in decisione, la causa è stata rimessa in rilettura per la rinnovazione della CTU, secondo i quesiti di cui all’ordinanza del 5 marzo 2015; il nominato Ausiliare, geom. Gi.Te., ha depositato l’elaborato il 25 giugno successivo e, all’udienza dell’8 luglio 2015, la causa è stata nuovamente assunta in deliberazione, sulle conclusioni precisate dalle parti come a verbale, con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello incidentale, che per ordine logico, va esaminato in via prioritaria, è infondato. Risulta dalla ctu per geom. Te., pag. 9, che il lotto di terreno oggetto di causa, in origine unico, prima di essere donato da Ci.Ma.in parti uguali ai tre figli Vi., Vi. e Li.Pe., presentava una superficie catastale complessiva di mq. 34.440, quindi ad ogni figlio venne donata una superficie catastale di mq. 11.480 (34.440/3 = 11.480); risulta però che la superficie “in concreto” dell’intero fondo, prima del frazionamento del 2002, determinata con le coordinate grafiche ricavate sulla mappa cartacea di prima visura, era diversa e inferiore, ovverosia pari a complessivi mq. 34.089,74. “Pertanto, questo CTU ha constatato tra la superficie “nominale” di tipo analitico, risultante sulle visure catastali, e quella cartacea della mappa catastale, una differenza pari a 350,26 mq., ovvero la superficie grafica, che solitamente viene utilizzata per riconfinare fattivamente i fondi, rispetto a quella analitica indicata in visura, è minore di mq. 350,26. Questa differenza tra la superficie analitica indicata sulle visure catastali, rispetto a quella della mappa catastale, è pari a circa 1%, circostanza rientrante ampiamente nelle tolleranze topografiche (max pari al 5%)”. Dunque, il ctu ha calcolato che ciascun lotto dovrebbe avere una consistenza in concreto di 11.363,25 mq. (34.089,74 mq./3).

Invece il lotto 1 (Pe.Vi.) presenta superficie di mq. 11.039,56: a tale lotto mancherebbero quindi – 323.68 mq. (mq. 11.363,25 – mq. 11.039,56); il lotto 2 (Pe.Vi.) presenta superficie di mq. 11.392,70: tale lotto avrebbe quindi in più +29.45 mq. (mq. 11.363,25 – mq. 11.392,70); il lotto 3 (Pe.Li.) presenta superficie di mq. 11.657,48: tale lotto avrebbe quindi in più + 294,23 mq. (mq. 11.363,25 – mq. 11.657,48).

Conclude quindi il geom. Tedino, pagg. 11 e 12 dell’elaborato, che “dall’indagine peritale eseguita, questo CTU vuol portare a conoscenza di questa Ecc.ma Corte d’Appello che sostanzialmente la superficie del LOTTO n. 1 di proprietà del sig. Pe.Vi. è inferiore “concretamente” di mq. 323.68 rispetto ad 1/3 dell’intero e originario appezzamento, ma tale superficie NON E’ incidente su quella del fratello Pe.Vi., se non per l’irrisoria misura di 29.45 mq., ma l’ammanco maggiore, pari a 294,23 mq., risulta ricadere tutto sul LOTTO n. 3 dell’altro fratello Pe.Li., parte non interessata al presente giudizio”. In sostanza: i tre fratelli Pe. posseggono una estensione di terreno pressoché eguale, con una eccedenza da parte di Li. (non parte nel giudizio), ed una differenza in meno da parte di Vi., in ogni caso rientrante nei limiti di tolleranza topografica (max pari al 5%); Pe.Vi. non ha “usurpato” alcunché, visto che possiede il terreno di consistenza quasi esattamente corrispondente alla terza parte dell’intero fondo (salvo l’irrisoria misura di mq. 29,45 in più).

Ciò posto, la soluzione n. 1 prospettata dal CTU, che prevede lo spostamento del confine tra le porzioni di Vi. e Vi. verso la proprietà di quest’ultimo e, di conseguenza, lo spostamento del confine tra le proprietà di Vi. e Li., non è realizzabile, visto che Li.Pe. non è parte del giudizio; la soluzione n. 2, volta a prelevare da Vi. mq. 176,57 in favore di Vi., non appare legittima siccome Vi. possiede l’esatta estensione del suo terreno e non risulta che abbia usurpato alcuno. Il CTU ha poi dichiarato di essersi attenuto, nei rilievi, alle coordinate catastali rilevate dal tipo di frazionamento divisionale n. 74991/2002 del geom. Lu.Br., frazionamento che costituisce il solo strumento di riferimento, in relazione alle tolleranze topografiche utilizzate per la redazione di frazionamenti e pratiche catastali, e che, come correttamente rilevato dal primo giudice, “…..effettuato dal punto di vista cronologico circa tre mesi prima della donazione, era pacificamente a conoscenza della donante Ci.Ma., come si desume, tra l’altro, dalla scrittura privata del 3.06.2004, (doc. n. 2 del fascicolo del convenuto)……….. a firma, tra l’altro della donante”.

Per questi motivi, l’appello incidentale va disatteso.

Alla medesima conclusione si perviene in riferimento all’appello principale: il gravame si basa sostanzialmente sull’assunto (v. pag. 6 dell’atto), che “non possono certo considerarsi gravi ed eccezionali ragioni la considerazione che le parti processuali siano germani, visto che questo è stato l’unico motivo che ha determinato il giudice ad adottare la compensazione delle spese giudiziali”. Ma l’assunto è infondato: il riferimento alle “gravi ed eccezionali ragioni” non è pertinente, rispetto alla causa che occupa, iniziata in epoca precedente al 4 luglio 2009, data di entrata in vigore della legge n. 69/2009, il cui articolo 45 ha modificato il secondo comma dell’art. 92 c.p.c., sostituendo ai “giusti motivi” le “gravi ed eccezionali ragioni”; inoltre, il primo giudice ha motivato la decisione di compensare le spese processuali, e anche quelle per la CTU, facendo riferimento non solo alla “qualità delle parti”, ma anche alla “natura della causa”, dunque tenendo conto della fattispecie concreta nel suo complesso; non va infatti sottaciuto che, dalla corposa attività istruttoria che ha richiesto la causa – infatti si è resa necessaria anche una c.t.u., seguita da chiarimenti, oltre che prove orali -, emergono (cfr. in tal senso Cass. S.U. 08/20598 cit.) oggettive difficoltà di accertamento in fatto, idonee ad incidere sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni di tutte le parti, attore e convenuto.

Va poi rilevato che, compensando le spese processuali, il giudice può ripartire le spese della consulenza tecnica d’ufficio, in quote uguali, tra la parte soccombente e la parte totalmente vittoriosa, senza violare, in tal modo, il divieto di condanna di quest’ultima alle spese di lite, atteso che la compensazione non implica condanna, ma solo esclusione del rimborso e, altresì, che la consulenza tecnica d’ufficio, quale ausilio fornito al giudice da un collaboratore esterno, anziché mezzo di prova in senso proprio, è un atto compiuto nell’interesse generale della giustizia e, dunque, nell’interesse comune delle parti (cfr., Cass. n. 13/1023; conforme, Cass. n. 05/17953).

L’esito del giudizio registra la soccombenza prevalente dell’appellante incidentale, a carico del quale vanno pertanto poste in misura significativa, 5/6, le spese processuali del grado, come liquidate in dispositivo, nell’intero, alla stregua dei parametri di cui alla Tabelle allegate al D.M. n. 55/2014, ridotti, per fasi di studio, introduttiva, istruttoria decisionale, in causa di valore compreso nello scaglione sino ad Euro 26.000,00; per il resto si compensano, stante il rigetto dell’appello principale.

Definitivamente a carico del Pe.Vi. le spese relative alla c.t.u. come liquidate con decreto in atti.

P.Q.M.

La Corte di Appello di Campobasso, definitivamente decidendo sugli appelli principale e incidentale proposti, rispettivamente, da Pe.Vi., e da Pe.Vi.,

avverso la sentenza del Tribunale di Larino – sez. distaccata di Termoli n. 337/09, ogni diversa domanda, deduzione o eccezione disattesa, così provvede:

– Rigetta l’appello principale;

– Rigetta l’appello incidentale;

– Condanna Pe.Vi. al pagamento, in favore di Pe.Vi., dei 5/6 delle spese processuali del grado che, nell’intero, si liquidano in complessivi Euro 5.000,00 per compenso al Difensore, oltre rimborso forfetario spese generali di difesa, 15% del compenso complessivo, IVA se dovuta, e CPA, sull’imponibile e secondo le aliquote di legge, e le compensa tra le parti per il residuo;

Pone definitivamente a carico di Pe.Vi. le spese relative alla c.t.u. come liquidate con decreto in atti.

Così deciso in Campobasso il 3 novembre 2016.

Depositata in Cancelleria il 31 gennaio 2017.

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