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Appendicite non diagnosticata in tempo: diritti del paziente

22 Aprile 2017
Appendicite non diagnosticata in tempo: diritti del paziente

Se ho un mal di pancia forte e, al pronto soccorso, non si accorgono che è un’appendicite e mi dimettono, ma dopo qualche ora – per colpa di questa omissione – riporto una peritonite che posso fare?

Se risulta, tramite una perizia e da una lettura dei dati ematici, che il paziente, già al momento del primo ingresso al pronto soccorso, era interessato da un importante stato infettivo (in particolare un nuovo elevato di globuli rossi), tale da dover far sospettare una possibile appendicite, il personale medico ha l’obbligo di effettuare indagini strumentali approfondite in modo da escludere ogni possibile rischio di aggravamento della malattia. Tanto più se i sintomi sono proprio quelli tipici dell’appendicite, come ad esempio forti dolori addominali e vomito.

In tali casi è possibile fare causa sia alla clinica o all’ospedale, sia al medico che si è macchiato dell’imperizia professionale.

Secondo una recente sentenza del Tribunale di Taranto [1], affinché l’aggravamento dell’appendicite in peritonite possa essere ritenuto come conseguenza della ritardata diagnosi al primo ricovero al pronto soccorso, con conseguente obbligo di risarcire eventuali invalidità e danni (anche non patrimoniali) subiti dal malato non è necessaria la «prova certa» che una tempestiva diagnosi li avrebbe evitati; è sufficiente una «alta probabilità» che gli effetti lesivi sarebbero stati evitati con una diagnosi tempestiva.

Tanto è stato oggetto di un chiarimento delle stesse Sezioni Unite della Cassazione [2] secondo cui il rapporto di causa-effetto tra la colpa medica e i danni al paziente va valutato secondo la regola «del più probabile che non».


note

[1] Trib. Tarano sent. del 4.01.2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 576/2008 e n. 581/2008.


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