Diritto e Fisco | Articoli

L’avvocato non può rivelare il nome dei propri clienti

20 Aprile 2017
L’avvocato non può rivelare il nome dei propri clienti

Pubblicità indiretta non consentita all’avvocato che comunica sul proprio sito, le pratiche e i clienti dello studio, anche se c’è il loro consenso.

Commette illecito deontologico l’avvocato che rivela il nome dei propri clienti anche se questi ultimi lo hanno espressamente autorizzato. Questo perché il divieto di farsi pubblicità, ancora sussistente per i legali, riguarda anche le comunicazioni al pubblico dirette a far sapere a tutti il parco clienti, facendo leva sull’importanza degli stessi e sull’effetto suggestivo che tale informazione ha sulla massa. In tali casi, la sanzione disciplinare è quella dell’avvertimento. Lo ha chiarito la Cassazione a Sezioni Unite con una sentenza di ieri [1].

La Corte, in particolare, ha confermato la condanna inflitta nei confronti di un avvocato che aveva pubblicato, in una pagina del proprio sito internet, il nominativo dei propri clienti, dopo aver raccolto da questi il relativo consenso alla comunicazione dei rispettivi dati.

È vero, il decreto Bersani del 2006 [2] ha allargato i margini della pubblicità per gli avvocati consentendo a questi di effettuare «comunicazioni al pubblico» circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessi delle prestazioni. Il tutto non solo con manifesti, affissioni e pubblicazioni sui giornali, ma – secondo l’indirizzo ormai seguito nella prassi – anche tramite internet (benché sulla questione dell’utilizzo di Google Adwords ci siano ancora dubbi). Tuttavia, a detta del Cnf, tale normativa non ha abrogato la previsione del codice deontologico secondo cui l’avvocato non può rivelare al pubblico il nome dei propri clienti, anche se questi vi consentano, previsione peraltro rimasta immutata anche nel codice deontologico successivo al Decreto Bersani.

Del resto, la peculiarità della professione forense e il dovere di riservatezza che grava su tutti gli avvocati impone loro di “proteggere” l’attività processuale e di non comunicare – anche a seguito delle più recenti liberalizzazioni – i nomi dei clienti dello studio e delle pratiche ad esso affidate. E ciò vale sia per quanto riguarda i clienti abituali che quelli occasionali, seguiti per progetti specifici.

Nessuna abrogazione, quindi, delle norme che impongono la segretezza dei clienti dell’avvocato che non possono essere rivelati a terzi in nessun modo. La Cassazione ricorda innanzitutto l’«elevato valore pubblicistico» che ha l’attività dell’avvocato nel nostro ordinamento: un’attività che, pur non essendo pubblica, ma svolta in forma privata, va a interagire con interessi di natura superiore come la giustizia e la difesa dei diritti. Pertanto il rapporto tra il professionista e il cliente (attuale o potenziale) rimane in buona parte scarsamente influenzabile dalla volontà e dalle considerazioni personali (o dalle valutazioni economiche) degli stessi protagonisti e come possa pertanto non risultare dirimente, nel senso di escludere il relativo divieto, il consenso prestato dai clienti del medesimo avvocato alla diffusione dei propri nominativi a fini pubblicitari.

Il rapporto tra cliente e avvocato, prosegue la sentenza, non è infatti solo un rapporto privato di carattere libero professionale e non può perciò essere ricondotto a una logica di mercato. Tanto è vero che, nel processo penale, è imposto all’imputato, che ne sia sprovvisto, un avvocato d’ufficio, il quale, a sua volta, ha l’obbligo di accettare l’incarico. E ancora, nel processo civile, né la revoca né la rinuncia privano di per sé il difensore della capacità di compiere o ricevere atti.

È proprio la stretta connessione tra l’attività libero-professionale dell’avvocato ed esercizio della giurisdizione che impone dunque una maggiore cautela in materia. Non si può tra l’altro ignorare che la pubblicità circa i nomi dei clienti degli avvocati potrebbe finire di fatto per riguardare non solo i nominativi dei clienti del medesimo, ma anche l’attività processuale svolta in loro difesa, quindi, indirettamente, uno o più processi ancora in corso, con possibili interferenze da tale forma di pubblicità (si pensi, ad esempio, a processi per partecipazione ad associazioni di tipo mafioso, in cui il cliente potrebbe autorizzare la diffusione del proprio nominativo non tanto per fare pubblicità al proprio legale quanto per lanciare messaggi ad eventuali complici circa la linea difensiva da seguire o il difensore da scegliere).


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 9861/17 del 20.04.2017.

[2] Decr. n. 223/2006.

Autore immagine: 123rf com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube