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Cybersquatting: concorrenza sleale usurpare il marchio altrui col dominio internet

7 Giugno 2013
Cybersquatting: concorrenza sleale usurpare il marchio altrui col dominio internet

Contro le ipotesi di appropriazione dell’altrui marchio per registrare un proprio nome a dominio vi sono poche vie di tutela preventiva: l’unica efficace resta la carta giudiziale di una causa in tribunale.

Quando divenne chiaro al mondo intero quale direzione stava prendendo tutta l’economia mondiale, con internet assunta a vetrina globale di tutte le realtà imprenditoriali, molti utenti tentarono di anticipare il mercato sfruttando l’inerzia della gran parte degli operatori tradizionali. Si scatenò così una specie di caccia alla registrazione di domini contenenti riferimenti a marchi, personaggi o organizzazioni celebri, con il duplice scopo di sfruttarne la notorietà acquisita nel mondo offline e di rivendere il dominio registrato al titolare del segno distintivo o del nome a prezzo notevolmente maggiorato . Nacque così il cosiddetto concetto di “cybersquatting”, termine anglosassone che indica l’occupazione abusiva in ambito digitale [1].

Secondo infatti una ricerca condotta nel 1995, quando cioè internet era ancora in una fase “pioneristica”, tra le prime 500 società della classifica di Fortune, una percentuale del 14% aveva il proprio nome registrato come dominio. COM da parte di terzi.

Storicamente il primo caso documentato e sovente citato di “domain grabbing” si è avuto negli Stati Uniti, con il dominio “kaplan.com”.

Per quanto riguarda il nostro Paese, la giurisprudenza, salvo isolati casi, si è uniformemente adeguata alle regole interpretative seguite dalle corti statunitensi, sentenziando che l’uso da parte di una società di marchio registrato da altri come proprio nome di dominio è da considerarsi atto di concorrenza sleale, nel caso in cui i servizi offerti siano assimilabili a quelli forniti dalla controparte e si possa instaurare il rischio di confusione nei consumatori.

Particolarmente importante dal punto di vista giurisprudenziale è stato il caso che ha visto contrapposti la nota showgirl Alessia Merz e la società “Le mie favole”, che aveva registrato e utilizzava il dominio “alessiamerz.it” per pubblicare le avventure di alcuni personaggi di fantasia. L’accoglimento della richiesta da parte del giudice segnava un’altra tappa fondamentale nella lotta al fenomeno del cybersquatting, affiancando alla normativa sui marchi e sui segni distintivi, anche quella a tutela del nome e del cognome delle persone.

Oggi, tuttavia, la presenza di uno strumento rapido ed efficace come la procedura di rassegnazione (o anche detto Sunrside period), sia a livello nazionale che internazionale, ha parecchio limitato il fenomeno del cybersquatting, anche se negli ultimi anni, complice la capillare diffusione di internet anche nei paesi come Cina ed India nonché l’aumento dei domini di primo livello (TLD) ha determinato una sorta di riviviscenza del domain grabbing.

La tutela e la procedura di rassegnazione (Sunrise Period)

Purtroppo contro abusi come quelli derivanti da attività di cybersquatting non esistono tutele tecniche preventive. L’unico modo è quello di registrare il dominio prima dei possibili “accaparratori”. Una volta “perso” il dominio infatti, l’unica speranza è quella di affidarsi ad una tutela legale, necessariamente successiva: come accennato, tuttavia, la presenza di uno strumento come la “procedura di rassegnazione” ha drasticamente ridimensionato il fenomeno.

Per evitare il lungo susseguirsi di contestazioni ed azioni legali, qualche anno fa la società Afilias, cui la ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) aveva affidato la gestione del “varo” dei domini info.it ha fatto precedere all’effettiva disponibilità per tutti dei nuovi domini di primo livello il cosiddetto “Sunrise Period” (per i non anglofoni, letteralmente, è il periodo in cui sorge il sole). In pratica, per un lasso di tempo di un mese solo i titolari di un marchio potevano “prenotare” il relativo dominio .info, al riparo, almeno dal punto di vista teorico, da attività di accaparramento ad opera di terzi. Solo alla fine del Sunrise Period, i nuovi suffissi potevano essere registrati da chiunque.

In questo modo veniva data una sorta di precedenza contrattuale ai titolari di un segno distintivo già riconosciuto, formalizzando nelle regole di assegnazione quella che era una richiesta emersa negli operatori internet continuamente vessati dal cybersquatting dilagante.

Purtroppo l’esperienza pratica ha dimostrato la relativa inefficacia anche di questo espediente, con la Afilias sommersa da richieste di registrazione all’interno delle quali era difficilmente discernibile il vero titolare di un marchio da colui che millantava una falsa titolarità. Le buone intenzioni del concessionario, desideroso di dirimere a priori ogni questione circa la legittimità di una richiesta di registrazione, si sono invece tramutate in un’anticipazione e un’accumulazione delle dispute, proprio in un periodo delicato come quello del varo dei nuovi TLD.


note

[1] Si noti che alcuni interpreti distinguono tra “cybersquautting” e “ domain grabbing” indicando con la seconda perifrasi strettamente gli atti di accaparramento finalizzati alla concorrenza illecita


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