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Lo sai che? Impresa familiare: cosa spetta al collaboratore?

Lo sai che? Pubblicato il 13 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 maggio 2017

Che cos’è l’impresa familiare? E quando si può dire che esiste? A cosa hanno diritto i relativi collaboratori? Vediamolo.

Il familiare che lavora in modo continuativo nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia stessa e partecipa agli utili dell’impresa familiare, ai beni acquistati con essi e agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato [1]. Lo ha stabilito il Tribunale di Grosseto in una recente sentenza [2]: Mevia sosteneva di aver lavorato nella carrozzeria del marito Sempronio a cui faceva causa proprio perché le venisse riconosciuta la propria attività lavorativa di collaborazione. Chiedeva, quindi, la condanna dell’ex marito al pagamento della quota di utili percepiti e non distribuiti sino alla cessazione dell’impresa, dei beni acquistati e degli incrementi d’azienda. Sempronio negava quanto affermato dalla moglie, dicendo che l’aveva iscritta presso gli istituti previdenziali quale collaboratrice familiare al solo fine di assicurarle una pensione dopo che lei aveva smesso di lavorare come parrucchiera. Mevia, in altre parole, non aveva mai lavorato nella carrozzeria.

 

Impresa familiare: cos’è?

Si definisce familiare l’impresa in cui prestano attività di lavoro continuativa il coniuge dell’imprenditore, i parenti entro il terzo grado (ad esempio, zii e nipoti) e gli affini entro il secondo (ad esempio, i cognati dell’imprenditore). Sono ovviamente compresi anche i figli adottivi e quelli naturali. Perché perduri l’appartenenza all’impresa familiare, inoltre, è necessario che il rapporto familiare continui per tutta la durata dell’impresa stessa. In parole povere, le cause di invalidità del matrimonio e il divorzio (ma non la separazione) comportano il suo venir meno.

Ciò che la caratterizza, quindi, è il tipo di rapporto che lega i collaboratori. La legge disciplina l’impresa familiare con un preciso obiettivo: evitare forme di sfruttamento del familiare, riconoscendo adeguati diritti a chi collabora nell’impresa.

Per quanto riguarda il tipo di lavoro, le attività proprie dell’impresa familiare sono, sostanzialmente, quelle che potrebbero essere oggetto di un rapporto di lavoro subordinato o autonomo, a patto che siano svolte in maniera non saltuaria o occasionale ma continuativa: ad esempio, se la moglie dell’imprenditore gli dà solo una mano in determinati giorni, non si applica la disciplina di cui parliamo.

Impresa familiare: a cosa ha diritto il collaboratore?

I familiari che partecipano all’impresa acquisiscono diritti ben precisi, tra cui quelli di tipo economico:

  • diritto al mantenimento, a seconda della condizione patrimoniale della famiglia e che sussiste anche quando nulla sarebbe dovuto: ad esempio, pensiamo al figlio oramai maggiorenne;
  • diritto alla partecipazione agli utili in proporzione alla qualità e alla quantità del lavoro prestato: molto dipende, dai risultati che l’azienda riesce a raggiungere: per capirci se il guadagno totale dell’azienda è di 10.000 euro al mese, non tutti questi soldi potranno essere distribuiti ma una parte servirà a comprare il materiale necessario all’attività;
  • diritto una quota dei beni acquistati con gli utili stessi che, invece di essere distribuiti, vengono reinvestiti.
  • diritto agli incrementi aziendali, anche in ordine all’avviamento e sempre in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.

Chi intende ottenere la propria quota, dovrà provare la consistenza del patrimonio familiare e l’ammontare degli utili da distribuire [3].

Nella sentenza esaminata, Sempronio contesta l’esistenza dell’impresa familiare che, invece, secondo il giudice esiste eccome e che dà diritto a Mevia a partecipare alla stessa nella misura del 25% del totale. Depongono in tal senso più elementi:

  • la circostanza che Mevia facesse la parrucchiera e che poi abbia smesso, potendo – così – aiutare il marito nello svolgimento dell’attività;
  • la circostanza che Sempronio avesse iscritto la propria moglie, sia all’Inps che all’Inail, quale collaboratrice familiare;
  • le dichiarazioni rese dai testimoni intervenuti nel processo i quali hanno confermato la sussistenza di un contributo lavorativo all’impresa da parte di Mevia.

note

[1] Art. 230 bis cod. civ.

[2] Trib. Grosseto sent. n. 25 dello 01.02.2017.

[3] Cass. sent. n. 5448 dello 08.03.2011 e Cass. sent. n.17057 del 23.06.2008.

 

Fonte della sentenza: lesentenze.it


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