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Lo sai che? Intervista diffamatoria: di chi è la responsabilità?

Lo sai che? Pubblicato il 20 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 agosto 2017

Tutti sono liberi di esprimere le proprie opinioni, a patto che non si diffami nessuno. Che significa diffamazione? E che succede quando si rilascia un’intervista?

In ambito giornalistico, è molto frequente che una semplice intervista si trasformi in qualcosa di molto più serio: il reato di diffamazione, infatti, è dietro l’angolo e bisogna sempre ponderare bene le parole prima di pronunciarle. Una sentenza del Tribunale di Gorizia [1] pone una domanda molto interessante: se si rilascia un’intervista fortemente offensiva, il responsabile di quelle offese è solo il soggetto intervistato o anche il giornalista stesso che diffonde poi quell’intervista (pubblicandola sul giornale per cui scrive, su internet, sui social), senza fare i dovuti controlli? In altre parole, in presenza di un’intervista a contenuto diffamatorio, di chi è la responsabilità? A seconda dei casi, per i danni risponderà non solo il direttore responsabile del giornale o della rivista, ma anche il giornalista. Cerchiamo di capirne di più.

La vicenda

Una donna viene accusata dal padre di aver reso dichiarazioni ad un giornalista di un quotidiano dal contenuto diffamatorio. La figlia, infatti, lo accusava di averla aggredita e minacciata nella pizzeria di famiglia.

Oggi l’ingiuria è illecito civile

Ingiuria e diffamazione

Commette il reato di diffamazione [2] chiunque, comunicando con più persone, offende la reputazione di un soggetto. È necessario che la persona offesa non sia presente o, almeno, che non sia stato in grado di percepire l’offesa; in caso contrario si tratta di ingiuria che, oggi, non è più reato, ma semplice illecito civile. Ciò significa che  la vittima non dovrà più denunciare il colpevole, né recarsi alla stazione dei Carabinieri o in Procura della Repubblica; dovrà piuttosto conferire mandato a un avvocato affinché intraprenda una ordinaria causa civile volta ad ottenere il risarcimento del danno. Al termine del giudizio civile, il giudice comminerà al responsabile una multa: questa, però, a differenza del risarcimento del danno, non andrà nelle tasche della vittima, ma nelle casse dello Stato. Tale sanzione pecuniaria va da 200 euro a 12.000 euro.

L’obiettivo del legislatore, nel punire questo genere di condotte, è quello di tutelare l’onore della persona inteso come stima che ha presso i membri della comunità di riferimento (in paese, sul posto di lavoro, nel partito politico di cui fa parte, ecc.).

Diffamazione a mezzo stampa

Nel caso esaminato, secondo il padre della ragazza, ci si troverebbe di fronte a un’ipotesi di diffamazione a mezzo stampa dato che sua figlia avrebbe offeso la sua reputazione tramite un’intervista rilasciata a un giornale.

In ipotesi di questo genere, occorre cercare di trovare un punto di incontro tra, da un lato, il reato in questione e, dall’altro, la libertà della manifestazione del proprio pensiero [3] e, cioè, la libertà di esprimere – senza vincoli – opinioni, considerazioni, stati d’animo. Se si riesce a trovare questo compromesso, il reato di diffamazione viene scriminato (cioè, non punito) quando la condotta rispetta i seguenti limiti:

  • rilevanza del fatto narrato: se, infatti, i fatti sono di rilevante interesse pubblico (nel senso che non suscitano solo e semplicemente curiosità), tale interesse prevale sulla tutela della reputazione: si pensi a un politico nazionale indagato per un certo reato. I cittadini hanno interesse a conoscere notizie su una persona che li governa;
  • verità dei fatti narrati o criticati: se un soggetto diffonde le notizie ritenendole vere mentre in realtà non lo sono, non sarà punito;
  • continenza delle espressioni usate: le modalità espressive, pur offensive, devono essere pacate e contenute.

Se questi criteri non vengono rispettati, per i danni risponderà non solo il direttore responsabile del giornale o della rivista, ma anche il giornalista sia a titolo di colpa – se non è stata effettuata la dovuta attività di controllo della veridicità delle notizie – che per dolo. Dire che il direttore responsabile deve svolgere un’attività di controllo significa non solo che egli deve scegliere molto attentamente il giornalista più idoneo a scrivere un determinato pezzo (ad esempio, se si tratta di un caso di cronaca giudiziaria, non manderò a intervistare un giornalista che, solitamente, si occupa di gossip), ma anche che deve verificare, dopo la scrittura, contenuti e modalità di esposizione, chiedendo conto anche dell’attendibilità delle fonti: se, ad esempio, il giornalista intervista un compagno di partito di quel politico che rilascia dichiarazioni denigratorie, il giornalista non potrà limitarsi a pubblicarla. Prima di farlo, sia lui che il direttore del giornale devono verificare se le notizie date sono vere, se sono attendibili le fonti di quelle notizie e, solo dopo, scrivere il pezzo usando un linguaggio imparziale, non offensivo e corretto. Quindi, se l’intervista ha contenuto diffamatorio, la responsabilità non è solo del soggetto che la rilascia ma anche del giornalista che scrive il pezzo senza i dovuti controlli.

Un giornalista deve sempre verificare l’attendibilità della fonte

Nella sentenza esaminata, il giudice respinge la richiesta di risarcimento del padre perché le dichiarazioni rilasciate dalla figlia non hanno contenuto diffamatorio. Il fatto che l’uomo le abbia ritenute tali è dovuto alla ricostruzione della vicenda operata dall’autore dell’articolo, sulla base del racconto dei fatti. Il giornalista avrebbe dovuto, come si è detto, verificare l’attendibilità della fonte e la veridicità dei fatti narrati.

note

[1] Trib. Gorizia sent. n. 434 dello 09.11.2016.

[2] Art. 595 cod. pen.

[3] Artt. 21 e 57 Cost.

 

Fonte della sentenza: le sentenze.it


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