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Lo sai che? Versamento in banca, quali rischi

Lo sai che? Pubblicato il 23 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 aprile 2017

Indagini bancarie: come evitare problemi ed accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate nel caso in cui un contribuente versi una somma consistente di denaro sul proprio conto corrente bancario o postale.

Se hai letto la nostra guida sui rischi del prelievo in banca vorrai a questo punto sapere cosa succede, invece, nell’ipotesi inversa, ossia nel caso in cui il denaro venga depositato sul conto corrente. Un’operazione che, sebbene la crisi abbia ridotto al lumicino (peraltro, il pagamento di fatture, pensioni e retribuzioni avviene quasi sempre con bonifico), presenta pur sempre dei pericoli per chi non rispetta alcune – sebbene semplici – regole: regole che consentono di evitare, nel futuro, pericoli di natura prevalentemente fiscale. Vediamo dunque, in caso di versamento in banca, quali rischi si possono correre.

Quando è stata scritta la recente riforma sui prelievi e versamenti in banca, il governo ha inteso disciplinare solo la categoria degli imprenditori, imponendo loro un limite massimo di prelievi di 1.000 euro al giorno e, comunque, non oltre 5.000 al mese. La nuova legge, quindi, non tocca i contribuenti il cui reddito deriva da altre fonti, come i lavoratori dipendenti, gli autonomi e i professionisti. Per questi ultimi, le regole sono rimaste quelle di sempre, regole che devono fare i conti solo con l’obbligo di giustificare le movimentazioni bancarie al fisco. Nessun obbligo, dunque, di rispettare nei prelievi e versamenti dal e sul conto corrente (bancario o postale) il limite di tracciabilità dei 3mila euro per operazione: tale tetto solo – come ormai noto – riguarda solo i trasferimenti di denaro tra soggetti diversi (vendite, donazioni, prestiti, ecc.), mentre, nel caso di prelievi e versamenti, il titolare del denaro resta sempre lo stesso: il correntista. In altri termini, il correntista può sia prelevare che versare qualsiasi somma ritiene opportuno, senza che alcun ostacolo possa essergli frapposto dalla banca o dallo sportellista.

Ma allora, quali rischi si corrono in caso di un versamento sul conto corrente bancario? Diciamo subito che si tratta di rischi di natura fiscale. In altri termini, l’Agenzia delle Entrate potrebbe sospettare che, dietro al deposito sul conto della somma di denaro, si nasconda un reddito non dichiarato al fisco e pertanto lo tassi una seconda volta, aggiungendovi anche le sanzioni.

Ma perché l’amministrazione finanziaria arriva a questo ragionamento? E chi l’autorizza a farlo? È davvero tanto potente e il cittadino, invece, in una posizione così “subordinata”? Rispondiamo con ordine. L’autorizzazione arriva direttamente dalla legge che attribuisce una «presunzione» a favore dell’Agenzia delle Entrate in presenza di movimentazioni bancarie non giustificate: tutte le volte, insomma, che sul conto appaiono versamenti o prelievi di cui il contribuente non è in grado di giustificare l’origine, la finalità o il destinatario, tali importi si considerano “evasi” al fisco. Al correntista è però data la possibilità di difendersi, fornendo la prova contraria ossia dimostrando l’origine dei soldi, la causa del prelievo o del versamento e, quindi, l’avvenuta tassazione di tali somme.

Per semplificare la lettura, riassumiamo quanto abbiamo appena detto. Non tutti i versamenti sul conto corrente (così come anche i prelievi) sono sospetti, ma solo quelli per i quali il contribuente non è in grado di fornire giustificazioni, giustificazioni che devono essere necessariamente documentali. Così, ad esempio, se una persona versa sul conto 5mila euro e il Fisco gli chiede da dove provengono, l’interessato non potrà dire che non lo ricorda, ma deve tenere traccia della fonte del denaro: una vincita al gioco, una donazione, un prestito, la vendita di un’auto di seconda mano, un risarcimento del danno da un’assicurazione, un affitto, ecc.

È dunque potere dell’Agenzia delle Entrate presumere che tali redditi, se non giustificati, provengono da un’evasione fiscale (ad esempio una vendita in nero, una prestazione professionale non indicata nella dichiarazione dei redditi, ecc.), ma il contribuente può sempre dimostrare il contrario.

Ma perché la legge attribuisce alle Entrate questa presunzione? La spiegazione è molto semplice. Come una persona che vuol rimanere in forma e snella non può ingerire più calorie di quelle che brucia, allo stesso modo ragiona il fisco italiano: se “tanto” dichiari all’Agenzia delle Entrate nella denuncia annuale dei redditi, “tanto” puoi spendere. Se tale “bilancia” non viene rispettata c’è certamente qualcosa che non va. Dunque, se sul conto hai di più di quanto risulta dai tuoi documenti fiscali, né riesci a dimostrare da dove vengono questi soldi, si presume che essi siano il frutto di un’evasione.

Ora hai tutti i dati per poter trarre tutte le conseguenze e dare tu stesso una risposta alla domanda: quali rischi ci sono per un versamento in banca? Bisogna sempre tenere traccia della provenienza dei soldi, specie se si tratta di importi consistenti. La traccia deve essere necessariamente documentale. Essa servirà per fornire le dovute giustificazioni all’Agenzia delle Entrate qualora, nei termini di prescrizione per l’accertamento, richieda chiarimenti.

La norma che consente il controllo dei versamenti in banca non giustificati si applica a tutti i tipi di contribuenti: dagli imprenditori, agli autonomi, dai professionisti ai lavoratori dipendenti. Non conta quindi la natura del reddito, né il fatto che questo sia periodicamente versato sul conto da un datore di lavoro o da un ente di previdenza come per i pensionati. Anche un lavoratore subordinato, infatti, nelle ore in cui non lavora, potrebbe svolgere attività parallele in nero (ad esempio la vendita di prodotti su internet) e procurarsi dei redditi che poi non dichiara all’erario.

In verità, alcune sentenze della Cassazione [1] hanno escluso che i controlli fiscali sui versamenti in banca si possano applicare ai professionisti – i quali, quindi, sarebbero liberi di effettuare versamenti al riparo dai controlli fiscali – ma si tratta di una forzatura di una pronuncia della Corte Costituzionale di due anni fa [2]; in quella sede la Consulta aveva escluso le indagini sui professionisti solo per quanto riguarda i prelievi in conto corrente e non anche per i versamenti. Del resto non vi sarebbe ragione di includere nel campo di applicazione di tale legge i lavoratori dipendenti e non gli autonomi che, invece, sono maggiormente a rischio evasione.

Ricapitoliamo quanto abbiamo detto sino ad ora. Il titolare di un conto corrente bancario (o postale) è libero di effettuare versamenti in banca senza limiti, anche oltre 3mila euro, purché sia in grado di dimostrare – in caso di richiesta di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate – la provenienza di tali soldi. In assenza di valide giustificazioni scatterà in automatico un accertamento fiscale.

note

[1] Cass. sent. n. 23041/2015 e le nn 12779, 12781 e 16440 del 2016.

[2] C. Cost. sent. n. 228/2014.

Autore immagine: 123rf com


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