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Lo sai che? Si va in carcere per insulti?

Lo sai che? Pubblicato il 24 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 aprile 2017

L’ingiuria non è più reato, ma chi insulta rischia di affrontare la giustizia civile con sanzioni salatissime. Purché il fatto venga provato. Ma come?

Resta un gesto di maleducazione, su questo non c’è dubbio. Ma non è più un reato. Insultare il vicino di casa che lancia i mozziconi di sigaretta sul nostro balcone, l’automobilista che ci taglia la strada e ci fa gonfiare la giugulare, il collega di lavoro che ci ha fatto fare di proposito una figuraccia davanti al capo, ora può costare fino a 12mila euro di sanzione. Ma non si va in carcere per insulti, perché non sono più classificabili come reato di ingiuria, sparito dal codice penale grazie al decreto legislativo approvato nel 2016 dal governo Renzi [1] che, oltre a questo, ha depenalizzato molti altri reati.

Siamo, dunque, liberi di insultare il primo che passa per strada? Non è proprio così. Se è vero che non si va in carcere per insulti, è altrettanto vero che inveire con parolacce poco garbate verso chiunque può comportare la richiesta di un prestito personale per pagare la relativa sanzione. L’insulto, cioè l’ingiuria, non è reato ma resta, comunque, un illecito civile. Che, però, non lascia traccia sulla fedina penale.

Quando si commette un’ingiuria

L’ingiuria viene commessa quando si offende l’onore o il decoro di una persona presente. Nel dettaglio, quando si fa venire meno l’onestà o il rispetto di qualcuno in più modi: a parole (verbalmente in faccia, o via e-mail o, ancora, via sms o Whatsapp, o su un social network), con gesti (dito medio alzato, sputi, ecc.) ma anche con disegni. Se si agisce in uno di questi modi, non si va in carcere per insulti ma si può, comunque, finire nei guai ed essere costretti a pagare una sanzione salata.

La definizione di ingiuria, dunque, non è cambiata quando da reato è passata a illecito civile. Sono diversi, però, il modo in cui si può denunciare un insulto subìto e la pena per chi ci ha dato del «…» o dello «…». Ecco, ci siamo capiti.

Da quando è stato abrogato l’articolo 594 del codice penale, cioè da quando non si va in carcere per insulti, chi si sente offeso per una parola di troppo non può più presentare querela al Pubblico ministero o alla Polizia giudiziaria ma deve presentare ricorso al giudice civile, pagando da 70 a 270 euro di spese più l’onorario dell’avvocato. La pena prevista è una sanzione da 200 a 12mila euro se si attribuisce un fatto determinato («sei uno…perché ci hai provato con mia moglie») o se si offende in presenza di più persone. Un insulto in pubblico, insomma. O, per dirla con un termine più tecnico, un’ingiuria aggravata.

Attenzione, però, perché quando si fa ricorso al giudice civile per denunciare di aver subìto un’ingiuria, bisogna portare con sé anche le prove. E come fai a provare un insulto? Delle tre, una: o si hanno dei testimoni, o si ha una registrazione (ma dev’essere stata fatta fuori casa, ad esempio in piazza, per strada o sull’autobus purché si capiscano bene le parole pronunciate) oppure si ha una prova scritta dell’insulto inviato via e-mail o via sms. Altrimenti, la parola dell’ingiuriato, da sola, non vale.

Da sottolineare, inoltre, che se il fatto è stato denunciato prima che il reato di ingiuria fosse depenalizzato, quindi prima del febbraio del 2016, non verrà applicato il codice penale ma, comunque, le sanzioni amministrative restano valide [2]. Non si va in carcere per insulti anche di vecchia data, ma il risarcimento del danno e la sanzione economica vanno, comunque, pagati.

note

[1] Dlgs. n. 7/2016.

[2] Cass. sent. n. 25062/2016.

Autore immagine: 123rf.com


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