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Che fare se la moglie vuole il mantenimento ma ha redditi nascosti

24 aprile 2017


Che fare se la moglie vuole il mantenimento ma ha redditi nascosti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 aprile 2017



Le indagini della guardia di finanza possono essere fatte non solo nei confronti di chi deve pagare il mantenimento ma anche di chi lo pretende.

 

Che fare se, nel giudizio di separazione o di divorzio, l’ex moglie pretende l’assegno di mantenimento, sostenendo di guadagnare poco per mantenersi, mentre invece è titolare di redditi nascosti? L’uomo non è tenuto a subire passivamente la bugia e può sollecitare al giudice l’avvio di un’indagine fiscale nei suoi confronti da parte della Guardia finanza. Nulla vieta, infatti, che lo strumento delle cosiddette «indagini tributarie», previsto normalmente nei confronti del coniuge tenuto a versare il mantenimento (onde evitare che questi, per pagare di meno, tenda ad occultare i propri redditi), possa essere utilizzato anche contro chi chiede l’assegno mensile (nella fattispecie, la donna). Lo afferma il Tribunale di Roma in una recente sentenza [1] che avverte: se la moglie vuole il mantenimento ma ha redditi nascosti ci si può difendere. Ma procediamo con ordine e vediamo come.

Le indagini della Guardia di Finanza sui redditi dell’ex coniuge

Nel corso della causa di separazione o di divorzio, il giudice può ritenere insufficienti gli elementi forniti da uno dei due coniugi (o anche da entrambi) a dimostrazione del proprio reddito (cosa che si può valutare, ad esempio, dal confronto della dichiarazione dei redditi con il tenore di vita effettivo, ossia dalle spese e dagli acquisti quotidianamente sostenuti). In tal caso, il tribunale – anche su richiesta di una delle due parti – può disporre indagini sui redditi e patrimoni del coniuge e sul suo effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria. Tale potere gli è concesso espressamente dalla legge [2].

Le indagini della Guardia di Finanza, tuttavia, non sono sempre necessarie: il giudice difatti potrebbe procedere alla quantificazione dell’assegno di mantenimento – discostandosi dalla dichiarazione dei redditi presentata dalla parte – semplicemente sulla base della verifica degli atti in proprio possesso; è il caso, ad esempio, in cui si accorga che l’ex coniuge spende di più di quanto risulta dalla documentazione fiscale depositata e che, pertanto, ha un tenore di vita incompatibile con la dichiarazione dei redditi. In tal caso non c’è bisogno della Finanza per comprendere che si è in presenza di un fenomeno di evasione fiscale.

Di regola, il giudice dispone le indagini non a seguito di una blanda contestazione, ma solo quando viene prospettata e documentata in giudizio una situazione del tutto diversa da quella che appare in base alle risultanze già acquisite, così da convincere il giudice della necessità di svolgere accertamenti più approfonditi.
Le contestazioni devono, perciò, essere basate su fatti specifici e circostanziati, che il coniuge richiedente è tenuto a dimostrare [3]. La Cassazione, a riguardo, spiega che, in tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, l’esercizio del potere del giudice, può disporre – d’ufficio o su istanza di parte – indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova; l’esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova. Tale potere non può essere attivato solo sulla base di una semplice richiesta (ossia per fini «esplorativi»); al contrario la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati.

Che succede se la Guardia di Finanza accerta altri redditi?

Nel momento in cui la Guardia di Finanza accerta l’esistenza di altri redditi, l’importo del mantenimento viene ridotto sulla base delle effettive disponibilità patrimoniali della parte. Così il coniuge che si professa povero, mentre invece non lo è, può perdere del tutto o vedersi diminuire l’entità dell’assegno mensile in proprio favore. Nella sentenza in commento, il tribunale di Roma ha spiegato che il contrasto significativo tra la rappresentazione resa dalla donna e gli elementi documentali emersi nel corso delle indagini tributarie, impedisce l’accoglimento della domanda di assegno di mantenimento.

È dunque necessario che il coniuge che chiede per sé l’assegno di mantenimento offra una rappresentazione attendibile delle proprie disponibilità economiche.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 6396/2017.

[2] Art. 5, co. 9, L. n. 898 del 1970

[3] Cass. sent. n. 2098/2011.

Autore immagine: 123rf com

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