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Cellulare sul lavoro, cancro al cervello e risarcimento

25 Aprile 2017


Cellulare sul lavoro, cancro al cervello e risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Aprile 2017



Malattia professionale: risarcimento dell’Inail al lavoratore dipendente che, per colpa di un uso prolungato del cellulare, contrae il tumore. 

Non c’è due senza tre: dopo una prima sentenza della Cassazione, pubblicata nel 2012, secondo cui l’uso del cellulare provoca il tumore e la pronuncia di qualche giorno fa del Tribunale di Ivrea che ha occupato le prime pagine di tutti i giornali (leggi L’uso del cellulare provoca il cancro), ora è il turno del Tribunale di Firenze: anche i giudici toscani hanno ammesso l’esistenza di un rapporto di causa ed effetto tra il prolungato uso del cellulare sul lavoro e il cancro al cervello. Insomma, anche se diversi studi di medicina ancora dimostrano una certa perplessità ad attribuire, al telefonino, la capacità di determinare patologie tumorali, sembra invece che per le aule dei tribunali non vi siano più dubbi: il cellulare sul lavoro provoca il cancro e dà diritto, al dipendente, a chiedere il risarcimento all’Inail per la malattia professionale.

La notizia dell’ennesima sentenza contro le onde elettromagnetiche degli smartphone è stata data, questa mattina, sulle pagine del Sole 24 Ore, il quale a, sua volta riferisce le parole dell’avvocato che ha difeso il lavoratore ammalato, un addetto alle vendite che per lavoro ha trascorso, per oltre 10 anni, due-tre ore al giorno al telefono.

Il Tribunale di Firenze ha riconosciuto sussistente la prova di una causalità diretta tra il tumore e l’uso smodato del cellulare: si tratta, insomma, di una malattia professionale, che deve essere risarcita dall’Inail.

Il perito del Tribunale e quello scelto dal lavoratore hanno confermato, secondo l’avvocato, «l’elevata probabilità di connessione tra cellulare e neurinoma dell’ottavo nervo cranico».
Come ha spiegato il tribunale di Ivrea nella sentenza del mese scorso, non rileva il fatto che il lavoratore non abbia adottato, spontaneamente, le precauzioni che vengono da più parti suggerite, come ad esempio l’uso di auricolari Bluetooth o delle cuffiette. Il rischio ricade comunque sul datore di lavoro per aver esposto alle onde il proprio dipendente.

Nel caso di specie, ha così raccontato il lavoratore alla stampa: «Ero obbligato ad utilizzare sempre il cellulare per parlare con i collaboratori e per organizzare il lavoro. Per 15 anni ho fatto innumerevoli telefonate anche di venti e trenta minuti, a casa, in macchina. Poi ho iniziato ad avere la continua sensazione di orecchie tappate, di disturbi all’udito. E nel 2010 mi è stato diagnosticato il tumore. Ora non sento più nulla dall’orecchio destro perché mi è stato asportato il nervo acustico».

La sentenza ha così accertato l’esistenza di una malattia professionale con riconoscimento un danno biologico permanente del 23%. Ha perciò condannato Inail «alla corresponsione del relativo beneficio a decorrere dalla data della presentazione della domanda in sede amministrativa, oltre agli interessi al tasso legale e l’eventuale maggior danno in misura pari alla differenza tra la rivalutazione monetaria e il tasso legale sui ratei maturati e non riscossi, a decorrere da a decorrere dal 121° giorno dalla data della presentazione della domanda in sede amministrativa».

Per riconoscere la malattia professionale per l’uso prolungato del cellulare sul lavoro il giudice deve nominare un consulente tecnico d’ufficio (il cosiddetto Ctu). Ed è proprio su questo fronte che si realizza la vera e propria battaglia processuale. L’Inail a sua volta, presenta una sua perizia di segno opposto e si dibatte da un punto di vista medico-scientifico per confermare o negare l’esistenza della patologia, innanzitutto, e, poi, anche in caso di riconoscimento di un nesso causale tra utilizzo del telefonino e malattia.

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Autore immagine: 123rf com


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