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Parcellizzazione del credito: lecito frazionare le cause

25 aprile 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 aprile 2017



Inversione di rotta della Cassazione sul frazionamento del credito sub iudice: il creditore può proporre più azioni giudiziali senza abusare del suo diritto.

Per «parcellizzazione del credito» si intende la condotta di un soggetto che, titolare di diversi diritti di credito nei confronti di uno stesso debitore (derivanti dal medesimo rapporto), promuove più cause per soddisfare ciascuno di essi. Tale comportamento era considerato pacificamente scorretto dalla giurisprudenza, in quanto dannoso per il debitore (costretto a difendersi in più processi). Con una sentenza del febbraio 2017 la Cassazione ha mutato orientamento, affermando che il creditore può promuovere diverse azioni giudiziali per soddisfare i propri crediti, qualora abbia un oggettivo interesse in tal senso.

 

L’orientamento precedente

Nel 2007 le Sezioni Unite della Cassazione si erano pronunciate sulla parcellizzazione del credito [1]. In tale occasione, i giudici affermarono che il titolare di più diritti di credito nei confronti di uno stesso debitore (derivanti da un unico rapporto) non potesse proporre domande giudiziali distinte al fine di recuperare i crediti suddetti, ma fosse obbligato a far valere i propri diritti in un unico contesto, davanti ad un solo giudice. In caso contrario, il creditore avrebbe abusato del suo diritto alla tutela giurisdizionale, perché avrebbe costretto la controparte a difendersi in processi diversi su crediti derivanti dallo stesso rapporto giuridico (si pensi ad un contratto di lavoro o di locazione).

Viene in considerazione, a tal proposito, il concetto di abuso del diritto. É abusivo il comportamento di un soggetto che, pur esercitando una facoltà concessagli dall’ordinamento (ad esempio agendo in giudizio per soddisfare un proprio credito), agisca in realtà per conseguire un fine diverso rispetto a quello per cui tale facoltà gli è riconosciuta. Nel caso in esame, al soggetto titolare di più diritti di credito nei confronti dello stesso debitore è astrattamente consentito proporre azioni giudiziali diverse per ciascun credito. Tuttavia, così facendo aggraverebbe irragionevolmente le ragioni del debitore, che sarebbe costretto a difendersi davanti a più giudici. Ne deriverebbe, pertanto, la lesione del principio costituzionale del giusto processo, con pregiudizio, altresì, della ragionevole durata del processo stesso [2].

Deve evidenziarsi, sul punto, che le parti coinvolte in un rapporto negoziale hanno l’obbligo di comportarsi secondo buona fede. La buona fede, in particolare, viene in rilievo non solo nella fase genetica del rapporto (si pensi alle trattative contrattuali) o fisiologica dello stesso (il creditore deve sempre agevolare l’adempimento del debitore, nei limiti di un sacrificio apprezzabile), ma anche nell’eventuale stadio patologico (appunto, quello dell’azione giudiziale in caso di inadempimento di controparte). In quest’ultima circostanza, infatti, il creditore non può aggravare la situazione del debitore, costringendolo a difendersi presso giudici diversi in relazione ad un’identica questione. Così facendo, dunque, egli violerebbe il dovere di buona fede.

Il cambio di rotta delle Sezioni Unite 2017

Con una recente sentenza [3], le Sezioni Unite della Cassazione sono tornate a pronunciarsi sull’argomento, rovesciando l’orientamento appena descritto. Nella specie, la questione riguardava più crediti sorti in relazione ad un unico contratto di lavoro. Il quesito a cui i giudici erano chiamati a rispondere era il seguente: una volta cessato il rapporto, il lavoratore è costretto a proporre un’unica azione giudiziale per tutte le pretese creditorie maturate nel rapporto (o derivanti dalla cessazione dello stesso), oppure può azionare più giudizi in relazione ai diversi crediti di cui chiede soddisfazione? I giudici affermano che il creditore può legittimamente frazionare le pretese giudiziali (senza incorrere con ciò nell’abuso del diritto), a patto che abbia un oggettivo interesse ad agire in questo modo.

La Cassazione motiva quanto affermato partendo innanzitutto da un dato sistematico: non esiste, nel nostro codice di procedura civile, una norma specifica che impedisca il frazionamento delle domande giudiziali, a pena di improponibilità delle domande stesse. Al contrario, esistono norme che prevedono (e in un certo senso autorizzano) la proposizione di azioni diverse anche su una singola questione. Si pensi alle norme riguardanti la connessione [4], le domande accessorie [5], la proponibilità nello stesso processo di più domande verso la stessa parte [6] e così via. Al contrario, non vi è nel codice una norma che sancisca l’improponibilità di un’azione volta al recupero del credito, solo perché ne sia stata già proposta un’altra tesa a riscattare un credito diverso, scaturente dallo stesso contratto tra le stesse parti.

Affermare l’improponibilità di una siffatta azione, inoltre, comporterebbe conseguenze eccessivamente gravose per il creditore stesso, per l’intero sistema giudiziario, nonché per l’economia in generale. Per quanto riguarda la posizione del creditore (il lavoratore, nel caso di specie), si consideri che ove egli fosse costretto a dedurre tutti i crediti in un’unica azione giudiziale, ne risulterebbe pregiudicato il suo diritto di scelta in relazione a come agire per tutelare efficacemente i suoi diritti. L’ordinamento, infatti, consente a chi agisce in giudizio di scegliere il rito processuale più adeguato alle sue esigenze. Se il credito è dotato di prova scritta, ad esempio, il creditore può chiedere l’emanazione di un decreto ingiuntivo, avvantaggiandosi in questo modo di una procedura giudiziale più snella e rapida.

Ora, se il soggetto è titolare di diritti di credito diversi (seppur derivanti dallo stesso rapporto e nei confronti dello stesso debitore) è probabile che tali crediti siano maturati in tempi diversi, abbiano natura diversa, siano caratterizzati da presupposti fattuali e giuridici distinti. In questo senso, non sarebbe giusto (anzi, andrebbe a ledere un diritto costituzionalmente garantito) precludere al creditore il vaglio della strategia processuale da adottare, con particolare riguardo al rito da azionare per ogni singolo credito. Si tratta di una facoltà che il creditore può legittimamente esercitare, senza per questo incorrere nell’abuso del diritto.

Sotto altro profilo (ma connesso a quello appena esaminato) la riunione di tutte le azioni giudiziali in un unico processo non andrebbe ad alleggerire l’istruttoria processuale, bensì ad aggravarla, ingolfando così il procedimento penale. Il giudice investito della domanda, infatti, sarebbe costretto ad istruire una causa estremamente complessa, perché riguardante crediti diversi, magari sorti a distanza di tempo l’uno dall’altro o sottoposti a regole diverse (ad esempio in tema di prescrizione o di onere della prova).

Ancora, una soluzione opposta a quella sancita dalla Cassazione andrebbe a pregiudicare il sistema economico generale. Si pensi ai rapporti giuridici generalmente intercorrenti tra imprese (contratti di leasing, consulenza, finanziamento e così via). Si tratta di legami negoziali durevoli nel tempo, che per questo motivo ben possono essere caratterizzati dall’insorgenza di più diritti di credito. É chiaro che il fatto di dover proporre tutte le azioni volte al recupero di tali crediti in un unico procedimento giudiziale renderebbe più difficile la soddisfazione dei crediti stessi. Tutto ciò avrebbe, di riflesso, un effetto deterrente (anziché agevolatore) per gli scambi commerciali e la circolazione del denaro, nonché per l’accesso al credito e gli investimenti in generale.

Senonché, afferma la Cassazione, non può non riconoscersi che il nostro ordinamento predilige, ove possibile, la riunione dei procedimenti riguardanti la medesima questione. Ciò avviene in primo luogo per esigenze di economia processuale (ossia per non istaurare procedimenti inutili che rallentino il funzionamento della macchina giudiziaria); in secondo luogo, per scongiurare il rischio di arrivare a decisioni definitive con esito opposto relativamente alla stessa questione.

In ragione di quanto affermato, la Cassazione afferma quindi che il creditore, di regola, può proporre in separati processi le domande aventi ad oggetto diversi diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata. Tuttavia, se tali diritti sono potenzialmente iscrivibili nello stesso ambito oggettivo di un possibile giudicato (in poche parole, se possono dare origine a pronunce definitive opposte sulla medesima questione), il creditore può proporre azioni giudiziali diverse solo qualora abbia un oggettivo interesse in tal senso.

note

[1] Cass. sent. n. 23726/2007 del 15.11.2007.

[2] Art. 111 Cost.

[3] Cass. sent. n. 4090/2017 del 16.02.2017.

[4] Art. 40 cod. proc. civ.

[5] Art. 31 cod. proc. civ.

[6] Art. 104 cod. proc. civ.

Cassazione civile, Sezioni Unite, sentenza 16 febbraio 2017, n. 4090

Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi. Se tuttavia i suddetti diritti di credito, oltre a far capo ad un medesimo rapporto di durata tra le stesse parti, sono anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque «fondati» sul medesimo fatto costitutivo – sì da non poter essere accertati separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale -, le relative domande possono essere proposte in separati giudizi solo se risulta in capo al creditore agente un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata. Ove la necessità di un siffatto interesse (e la relativa mancanza) non siano state dedotte dal convenuto, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ai sensi dell’art. 183 c.p.c. e, se del caso, riservare la decisione assegnando alle parti termine per memorie ai sensi dell’art. 101 comma 2 c.p.c.

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