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Lo sai che? Lavoratori precari: diritto al pagamento di differenze retributive

Lo sai che? Pubblicato il 25 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 aprile 2017

I lavoratori precari hanno diritto a percepire gli incrementi stipendiali spettanti ai lavoratori a tempo indeterminato?

La tematica del precariato nella Pubblica Amministrazione è caratterizzata da mille sfaccettature, ognuna delle quali spesso si traduce in una violazione ai danni dei lavoratori che si trovano in questa situazione. Una delle domande che ci si potrebbe porre è quella che segue: «i lavoratori precari hanno diritto a percepire gli incrementi stipendiali spettanti ai lavoratori a tempo indeterminato?».

Il problema nasce perché per i precari il rapporto di lavoro prosegue mediante il susseguirsi di illegittime ed innumerevoli proroghe, le quali – il più delle volte – prevedono sempre il medesimo trattamento economico iniziale. Detti lavoratori, dunque, percepiscono per anni la stessa retribuzione senza mai vedere incrementato il proprio stipendio. E mentre la remunerazione dei colleghi che svolgono le stesse mansioni (assunti però a tempo pieno) aumenta periodicamente, il loro stipendio resta perennemente uguale. Per dirla in altri termini, la retribuzione di un lavoratore precario – troppo spesso – non è commisurata al trascorrere del tempo, né al conseguimento di una maggiore professionalità: essa – fintanto che il rapporto di lavoro continuerà ad essere “precario” – resterà immutata.

Detta situazione altro non rappresenta se non la violazione di un importantissimo principio di matrice europea [1], ovverosia il principio di non discriminazione.

Al riguardo, la legge [2] stabilisce che i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole rispetto a quelli assunti a tempo pieno per il solo fatto di avere un contratto o un rapporto di lavoro a tempo determinato. Detto principio, per molto tempo dimenticato e violato, è talmente tanto importante da legittimare chiunque ad invocarne l’applicazione. In tal caso, infatti, il giudice nazionale sarà tenuto ad applicare integralmente il contenuto del principio (comunitario) di non discriminazione, eventualmente disapplicando le disposizioni (nazionali) difformi.

Fortunatamente, nell’ultimo periodo, i giudici italiani stanno facendo corretta applicazione di questo importantissimo principio. Tant’è che le più recenti sentenze [3] sul punto hanno stabilito che «in mancanza di ragioni obiettive che giustifichino un diverso trattamento, il personale assunto con contratto a termine ha diritto alla stessa progressione stipendiale spettante ai lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato».

In particolare, alcuni giorni fa, il Tribunale di Udine [4]  ha riconosciuto il diritto dei ricorrenti (precari della scuola) ad ottenere la ricostruzione della propria carriera mediante il riconoscimento integrale del servizio prestato con contratti a tempo determinato, nonché a percepire gli incrementi stipendiali di cui al Ccnl di settore. Il Miur è stato condannato, dunque, al pagamento delle differenze retributive spettanti ai lavoratori precari in conseguenza alla disposta ricostruzione della carriera.

Ciò detto, è importante sottolineare che i dipendenti pubblici che hanno subito l’illegittima precarizzazione del proprio impiego hanno diritto non solo al risarcimento del danno. Danno che si compone di due elementi:

  • un’indennità forfettaria da quantificare tra un minimo di 2,5 mensilità ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto;
  • un risarcimento per la perdita di chances, (cioè per la perdita della possibilità, da parte del lavoratore, di vedere migliorare la propria situazione).

Ma anche a percepire il pagamento delle differenze retributive conseguenti alla ricostruzione della propria carriera.

Nonostante le violazioni che molto spesso vengono perpetrate, infatti, i lavoratori precari hanno diritto alla stessa progressione stipendiale dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato.

note

[1] Ci si riferisce, in particolare, all’Accordo Quadro sul contratto a tempo determinato allegato alla Direttiva 1999/70/CE, attuata nell’ordinamento italiano con il Dlgs. n. 368 del 2001. La normativa citata stabilisce come obiettivo fondamentale quello di migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato garantendo il principio di non discriminazione.

[2] Cfr. clausola 4 dell’Accordo Quadro sul contratto a tempo determinato (rubricata proprio “Principio di non discriminazione”).

[3] Cfr., ex multibus, Trib. Bergamo, sent. n. 94 del 02.02.2017; Trib. Verbania, sent. n. 18 del 07.02.2017; Trib. Macerata, sent. n. 56 del 09.02.2017.

[4] Trib. Udine, sent. n. 117 del 10.04.2017.


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