Professionisti Gli atti emulativi

Professionisti Pubblicato il 28 aprile 2017

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Articolo 833 del codice civile: cosa sono gli atti emulativi. Il proprietario non può fare atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri.

La disposizione sul divieto degli atti di emulazione ha carattere di vera e propria norma di chiusura rispetto alla disciplina generale della proprietà fondiaria. La formulazione della disposizione è estremamente lata e la giurisprudenza si è incaricata di risolvere di volta in volta i profili applicativi.

La norma è diretta a circoscrivere le potenzialità di godimento del bene in proprietà e si caratterizza per l’elemento soggettivo che deve ispirare il comportamento del proprietario. Se fossimo in ambito penalistico ben si potrebbe parlare di dolo specifico: la condotta deve essere indirizzata a uno scopo e uno soltanto, quello indicato dalla norma. In questo caso si tratta di nuocere o recare molestia ad altri. La materia, anche nella giurisprudenza si incrocia con la disciplina delle istanze edilizie.

Art. 833

Atti d’emulazione.

[I]. Il proprietario non può fare atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri.

Per aversi atto emulativo è necessario uno specifico divieto sanzionato oppure un comportamento idoneo esclusivamente a danneggiare il vicino o altri. La giurisprudenza si è soffermata sul particolare elemento soggettivo che deve caratterizzare l’operato dell’agente. L’atto di esercizio del diritto deve, inoltre, essere privo di utilità per chi lo compie (Cassazione civile, sez. II, 9 ottobre 1998, n. 9998).

Così avviene nel caso di installazione sul muro di recinzione del fabbricato comune di un contenitore somigliante a una telecamera nascosta fra i rami degli alberi posto in direzione del balcone del vicino (Cassazione civile, sez. II, 11 aprile 2001, n. 5421).

Non può considerarsi emulativa l’azione del proprietario tendente all’eliminazione di  una veduta aperta dal vicino nel muro di confine (Cassazione civile, sez. II, 5 luglio 1999, n. 6949).

E neppure è emulativa l’azione del proprietario che chieda la riduzione della costruzione realizzata dal vicino in violazione delle distanze legali (Cassazione civile, sez. II, 3 dicembre  1997, n. 12258).

Ancora non può considerarsi emulativa la domanda di eliminazione di una veduta  aperta dal vicino a distanza illegale, in quanto tale azione tende al riconoscimento della libertà del fondo ed alla rimozione di una situazione illegale e pregiudizievole (Cassazione civile, sez. II, 26 novembre 1997, n. 11852; Cassazione civile, sez. II, 22 aprile 1992, 4803).

Non viola l’articolo 833 del codice civile  il proprietario  del fondo  servente  che recinge la sua proprietà, ancorché gravata da un diritto di servitù di passaggio, per tutelare i diritti alla sicurezza e alla riservatezza, se, il transito è libero e comodo per il proprietario del  fondo  dominante  (Cassazione  civile, sez. II, 13 aprile  2001, n. 5564).

Non viola l’articolo 833 del codice civile il proprietario che impugni il permesso di costruire rilasciato al suo vicino, anzi costituisce l’esercizio di un diritto  (T.A.R. Puglia  Bari, sez. II, 29 agosto 1996, n. 478).

Altrettanto è da dirsi per la pretesa del proprietario di un fondo volta a far valere in giudizio contro il vicino il rispetto di un obbligo contrattuale, come l’osservanza nelle costruzioni della distanza contrattualmente fissata (Cassazione civile, sez. II, 19 febbraio 1996, n. 1267).

La disposizione di cui all’articolo 833 del codice civile impone a chi voglia demolire un edificio sostenuto da muro comune di eseguire le opere necessarie ad evitare ogni danno al vicino; la stessa regola si applica a due edifici costruiti in aderenza, quando uno svolge funzione di sostegno e di appoggio all’altro (Cassazione civile, sez. II, 14 maggio 1993, n. 5475).

Costituisce atto  emulativo l’abuso del diritto del proprietario di un fondo  di chiudere   le luci presenti nel muro del vicino, costruendo in aderenza a questo, se effettuato al solo scopo di arrecare nocumento e molestia al vicino, e senza alcun vantaggio proprio (Cassazione civile, sez. II, 28 novembre 1992, n. 12759).


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