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Conto corrente cointestato: chi è responsabile?


Conto corrente cointestato: chi è responsabile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 aprile 2017



Nel caso di conto corrente cointestato a più persone, tutti i titolari sono autorizzati a prelevare anche oltre la propria quota, ma sono tutti responsabili in solido del debito.

Un conto corrente cointestato con firma disgiunta può essere un grosso vantaggio per chi deve effettuare frequenti prelievi e versamenti: esso infatti consente a tutti i titolari di eseguire tali operazioni in piena autonomia, senza cioè dover mostrare alla banca l’autorizzazione degli altri contitolari. Tuttavia, può anche comportare qualche problema, sia nei rapporti tra i correntisti, sia in quelli con la banca in caso di esposizione debitoria. E a spiegarlo è una recente sentenza della Cassazione che chiarisce, in caso di conto corrente cointestato, chi è responsabile. Ma procediamo con ordine.

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Conto corrente intestato a più persone: come funziona, quando il conto è cointestato a firma disgiunta tutti i titolari sono autorizzati ad effettuare prelievi allo sportello anche oltre la rispettiva quota di proprietà. Ad esempio, in un conto corrente cointestato a tre persone, una di queste ben può prelevare anche oltre il proprio terzo, senza che la banca possa opporre qualsiasi contestazione. Dunque, gli altri due contitolari non potranno muovere contestazioni all’istituto di credito se l’altro correntista ha violato le quote; essi potranno solo agire contro quest’ultimo per farsi restituire l’importo in eccedenza rispetto alla propria parte, prelevato allo sportello o al bancomat.

La conseguenza, portata all’estremo, ma pur sempre possibile e giuridicamente lecita, è che uno dei contitolari può anche prelevare l’intera somma depositata sul conto, senza dirlo agli altri e senza che la banca possa chiedergli l’esibizione dell’autorizzazione di questi ultimi. Ciò, almeno, per quanto riguarda i rapporti con la banca. Invece, i rapporti tra i cointestatari si regolano secondo gli accordi tra questi contratti: per cui se la proprietà era divisa per quote uguali, chi ha prelevato più della propria parte è tenuto a restituire agli altri l’importo di rispettiva spettanza.

Quanto abbiamo appena detto – ossia l’obbligo della banca di consentire a ciascuno dei contitolari la possibilità di prelevare l’intero deposito (cosiddetta «solidarietà attiva») – vale anche nel caso inverso, ossia se il conto corrente presenta un debito: in tal caso la banca può chiedere il pagamento integrale anche a un solo correntista, salva poi la possibilità per questi di chiedere agli altri le rispettive quote (cosiddetta «solidarietà passiva»). In altri termini, in presenza di un conto corrente cointestato, la responsabilità è di tutti i titolari del conto medesimo. L’istituto di credito potrà rivalersi nei confronti di tutti, così come nei confronti di uno solo, a propria insindacabile scelta.

Quanto abbiamo appena detto è riassunto in un articolo del codice civile [1] secondo cui, nel caso in cui il conto sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente, gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto.

La spiegazione della norma – e di quanto abbiamo sopra detto – è stata confermata da una recente sentenza della Cassazione [2]: in caso di cointestazione disgiunta di conto corrente – sottolineano i giudici – l’atto di disposizione di un correntista vincola gli altri, dovendosi ritenere attuato col loro consenso. Ogni contitolare del rapporto è, infatti, solidalmente responsabile nei confronti della banca per il saldo passivo.

Quanto sopra vale a maggior ragione nel caso di apertura di credito o più comunemente detto «fido»: con esso la banca consente al correntista di prelevare dal conto più di quanto vi è depositato, entro però un limite prefissato dal contratto. Tutto ciò che rientra in tale limite, pur essendo un debito nei confronti della banca, si considera però ottenuto con il consenso di questa. Resta che il correntista dovrà comunque restituire gli importi che sforano la provvista (il deposito) secondo peraltro degli interessi spesso elevati. Ora, poiché nel caso di conto corrente cointestato la responsabilità è di tutti i titolari, la banca potrà chiedere tali importi anche a un solo cointestatario, senza aggredire anche gli altri. E verosimilmente si rivolgerà prima nei confronti di chi ha maggiori disponibilità economiche e, in caso di pignoramento, garantisce maggiori margini di successo.

La previsione di solidarietà passiva riguarda quindi tutte le operazioni bancarie regolate in conto corrente, sia i prelievi che i versamenti, compresa quindi l’apertura di credito, e comporta l’assunzione del debito da parte di tutti i correntisti.

note

[1] Art. 1854 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 9063/17 del 7.04.2017.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione Sentenza 7 aprile 2017, n. 9063

Data udienza 31 gennaio 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21827/2012 proposto da:

(OMISSIS), (c.f. (OMISSIS)), (OMISSIS) (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso l’avvocato Gonnella Giulio, rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente, all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 596/2012 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 16/04/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 31/01/2017 dal cons. FALABELLA MASSIMO;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato (OMISSIS), con delega, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per la contro ricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA

1.- Con citazione notificata il 23 febbraio 1998 (OMISSIS) s.p.a. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Modena, (OMISSIS) e (OMISSIS). Deduceva l’attrice che ai convenuti era riferibile un rapporto di apertura di credito per originarie Lire 100.000.000 elevato, nel tempo, fino a Lire 1.400.000.000 e in uso per Lire 1.436.427.108: apertura di credito accordata cumulativamente e disgiuntivamente ai convenuti e a (OMISSIS); assumeva che i convenuti erano inoltre titolari di un rapporto di deposito titoli in custodia recante un controvalore di Lire 2.576.872.975, mentre altro rapporto di deposito di titoli, per Lire 536.196.331, era intestato a (OMISSIS). Quest’ultimo – era esposto della citazione – era rispettivamente padre e marito dei convenuti ed era deceduto il (OMISSIS). Nell’atto introduttivo del giudizio era dedotto che (OMISSIS) e (OMISSIS) avevano disconosciuto le sottoscrizioni da loro apposte in calce alle richieste di aumento dell’apertura di credito successive a quella iniziale e che gli stessi convenuti avevano richiesto la liquidazione del deposito titoli loro intestato, dedotta la somma di Lire 100.000.000. La banca assumeva di essere legittimata, in base alla convenzione di conto corrente, a compensare le ragioni creditorie del conto con quelle debitorie dipendenti da altri rapporti e domandava che, previo accertamento dell’autenticita’ delle sottoscrizioni apposte sulle richieste di aumento dell’apertura di credito, il Tribunale dichiarasse che i convenuti erano suoi debitori, jure proprio ovvero jure successionis, per l’esposizione del conto corrente e che, inoltre, essa attrice aveva diritto di operare la compensazione di tale debito con il credito derivante dal conto deposito titoli di cui si e’ detto.

I convenuti si costituivano in giudizio operando il disconoscimento delle firme apposte sui moduli per la richiesta di ampliamento dell’apertura di credito e chiedendo il rigetto delle domande di controparte o, in subordine, l’accoglimento delle stesse nei limiti del saldo attivo dell’eredita’ beneficiata: in proposito, eccepivano di aver accettato l’eredita’ di (OMISSIS) con il beneficio di inventario e rilevavano che tale accettazione, determinando la separazione del patrimonio del de cuius da quello degli eredi e la limitazione di responsabilita’ di questi ultimi, comportava che la compensazione potesse attuarsi solo entro il valore accertato dei beni residui dopo il pagamento dei crediti dell’eredita’ beneficiata.

A seguito dell’esperimento di consulenza tecnica d’ufficio diretta all’accertamento dell’autenticita’ delle firme contestate, il Tribunale di Modena accertava che – alla data della proposizione la domanda convenuti erano debitori, in solido, del saldo passivo del conto corrente e dichiarava la legittimita’ della compensazione operata dalla banca tra tale saldo passivo e le poste attive del conto di deposito titoli.

2.- Avverso la sentenza proponevano appello i convenuti, chiedendone l’integrale riforma. La Corte di appello di Bologna, con sentenza depositata il 16 aprile 2012, rigettava il gravame. In estrema sintesi, il giudice distrettuale osservava che con l’apertura del conto corrente “a delega disgiunta” ciascun intestatario assume il rischio per l’altrui operato, sicche’ in relazione ad ogni operazione intrapresa opera il principio di solidarieta’ di cui agli articoli 1854 e 1292 c.c.; la solidarieta’ passiva, che dunque connotava il conto corrente bancario, consentiva pertanto alla banca di richiedere il pagamento del saldo ad uno qualsiasi dei cointestatari. La Corte emiliana richiamava poi l’affermazione del giudice di primo grado secondo cui l’apertura di credito in conto corrente aveva l’effetto di far confluire una disponibilita’ di denaro nella sfera dell’intestatario del conto determinando, nel caso di conto cointestato, che tutti i contitolari risultassero solidalmente responsabili nei confronti della banca del saldo passivo derivante dall’utilizzo dell’apertura di credito, a prescindere dalla riferibilita’ di tale rapporto a questo o a quello dei correntisti. Del resto – aggiungeva -, ciascuno dei cointestatari del conto si giova dell’apertura di credito concessa a richiesta di uno solo di essi, in quanto tale apertura di credito alimenta il conto corrente bancario di una provvista che entra nella libera disponibilita’ di tutti i correntisti.

3.- La sentenza della Corte di Bologna e’ oggetto del ricorso per cassazione di (OMISSIS) e di (OMISSIS): ricorso affidato a un unico, articolato, motivo. Resiste con controricorso (OMISSIS) s.p.a., che ha depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- I ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione dell’articolo 1372 c.c., commi 1 e 2, articoli 1321, 1854, 1842 e 1852 c.c., nonche’ delle norme che disciplinano il contratto di conto corrente bancario e quello di apertura di credito; lamentano altresi’ l’illogicita’ e la “intrinseca ingiustizia” della pronuncia impugnata. Rilevano che la Corte di Bologna ha confuso due titoli giuridici autonomi e distinti tra loro: il contratto di conto corrente cointestato e il contratto di apertura di credito regolato sul medesimo conto, i quali disciplinavano rapporti autonomi e distinti. In conseguenza, l’articolo 1854 c.c., non poteva trovare applicazione, dovendo per contro prevalere la norma generale dell’articolo 1372 c.c., comma 2, secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti che lo hanno concluso. Le estensioni dell’apertura di credito, una volta acclarata la falsita’ delle firme riconducibili ai ricorrenti, potevano dunque interessare il defunto (OMISSIS), non anche essi ricorrenti. In particolare, le pattuizioni modificative dell’accordo originariamente intercorso in tema di apertura di credito erano idonee a dispiegare efficacia sul collegato rapporto di conto corrente solo nel caso in cui tutti i cointestatari del conto vi avessero aderito. La non riferibilita’ agli istanti della stipula delle convenzioni di modifica del finanziamento impediva, in concreto, che trovassero applicazione, nello specifico, sia l’articolo 1854 c.c., sia l’articolo 17 del contratto di conto corrente, dettati in tema di responsabilita’ solidale dei cointestatari dello stesso. Nel corpo del motivo, poi, vengono sviluppati ulteriori argomenti, avendo riguardo ai richiami di precedenti giurisprudenziali operati dalla controricorrente, alle produzioni documentali utili per la decisione e a profili della controversia estranei al decisum della Corte di appello, in quanto oggetto di assorbimento. E’ pure sollevata una questione vertente sulla violazione, da parte della banca, dell’obbligo di buona fede di cui all’articolo 1375 c.c. (con particolare riguardo alla falsificazione delle sottoscrizioni apposte su alcuni documenti e alla omessa informazione agli odierni istanti dell’estensione del fido posta in atto dall’altro cointestatario del conto) e viene lamentata, infine, la mancata condanna della controparte a norma dell’articolo 96 c.p.c..

2.- Il motivo non merita accoglimento.

2.1. – Il tema dibattuto si origina dal collegamento del rapporto di conto corrente cointestato con un’apertura di credito, pure cointestata, ma che risultava incrementata, nella somma finanziata, per effetto di pattuizioni non riconducibili alle persone degli odierni istanti (essendo stato accertato il carattere apocrifo delle sottoscrizioni apparentemente riferibili agli stessi ricorrenti).

Ora, stabilisce l’articolo 1854 c.c., che nel caso in cui il conto sia intestato a piu’ persone, con facolta’ di compiere operazioni anche separatamente, gli intestatari sono considerati creditori e debitori dei saldi del conto.

Dalla mera cointestazione del conto non discende la riferibilita’ ad uno dei correntisti delle operazioni poste in essere dall’altro. E’ necessario, a tal fine, che il contratto preveda la facolta’ dei correntisti di operare separatamente, in quanto, come e’ stato osservato da questa Corte, in assenza di una disposizione negoziale di tale tenore, non e’ dato di affermare la presunzione del consenso dei contitolari all’operazione posta in essere da uno solo di essi (Cass. 1 ottobre 2012, n. 16671). Infatti, la contestazione del conto fa presumere la contitolarita’ dell’oggetto del contratto (per cui, infatti: Cass. 8 settembre 2006, n. 19305; Cass. 26 ottobre 1981, n. 5584), non anche l’esistenza del reciproco consenso dei cointestatari del conto alle operazioni poste in atto da uno di loro: consenso che, invece, e’ preventivamente manifestato allorquando sia accordata ad ogni contitolare del conto il potere di effettuare operazioni in modo disgiunto.

In presenza della facolta’ dei correntisti di operare separatamente – facolta’ che deve essere prevista espressamente (Cass. 5 luglio 2000, n. 8961) – l’operazione posta in atto da uno solo dei cointestatari vincola, dunque, anche gli altri (pur essendosi precisato, in dottrina, che tale modalita’ di esercizio concerne unicamente il potere di disposizione del saldo, non anche la facolta’ di effettuare i versamenti, rispetto alla quale non assumerebbe rilievo la previsione della firma disgiunta o congiunta).

Operando disgiuntamente, ciascuno dei correntisti puo’ allora disporre della provvista giacente sul conto; simmetricamente, la banca si libera, ed esegue la prestazione afferente il servizio di cassa cui e’ tenuta contrattualmente, effettuando il pagamento o l’accreditamento delle somme secondo quanto gli venga richiesto.

Al contempo, proprio perche’ in caso di cointestazione disgiunta l’atto di disposizione del singolo correntista vincola gli altri, dovendosi ritenere attuato col consenso di questi, e’ stabilito che ogni contitolare del rapporto sia solidalmente responsabile nei confronti della banca per il saldo passivo del conto corrente. Non rileva, in proposito, che l’esposizione verso l’istituto di credito discenda dal finanziamento accordato dalla banca stessa in favore di uno o di alcuni soltanto dei correntisti. Quel che conta e’, infatti, la previsione di solidarieta’ posta dall’articolo 1854 c.c.: previsione che concerne tutte le operazioni bancarie regolate in conto corrente (quindi anche l’apertura di credito: articolo 1852 c.c.) e che importa l’assunzione del debito da parte di tutti i correntisti, in presenza di una disciplina convenzionale di cointestazione disgiunta del conto.

Dirimente, in altri termini, e’ che il servizio di cassa della banca consistente nella erogazione di somme eccedenti le disponibilita’ giacenti sul conto debba intendersi giuridicamente eseguito in favore non del solo correntista che abbia impartito le necessarie disposizioni all’istituto di credito, ma di tutti i correntisti, i quali sono infatti obbligati solidalmente per i saldi passivi del conto a mente del cit. articolo 1854 c.c.. E del resto, significativamente, quest’ultima norma, nel configurare la solidarieta’ degli intestatari del conto, non distingue tra le diverse ipotesi che possano determinare la confluenza, sul conto stesso, di somme che si debbano poi restituire alla banca: sicche’ tale disposizione e’ destinata ad operare anche laddove il saldo passivo si determini per effetto di un’apertura di credito accordata ad alcuni soltanto dei correntisti, o comunque utilizzata solamente da taluni di loro.

Del principio suesposto, basato sull’irrilevanza delle condotte dei singoli correntisti, questa Corte ha fatto del resto applicazione, in passato, nell’ipotesi di erroneo accreditamento di somme ad uno dei correntisti, ritenendo che quando una certa somma sia affluita sul conto la stessa rientra nella disponibilita’ dei contitolari di esso, i quali a norma dell’articolo 1854 c.c., ne divengano condebitori nel caso in cui venga a risultare l’erroneita’ del suo accreditamento, restando irrilevante che taluno dei cointestatari non abbia in concreto compiuto operazioni sul conto (Cass. 24 maggio 1991, n. 5876).

Cio’ posto, la cointestazione disgiunta del conto e’ affermata dalla Corte di appello (a pag. 8 della sentenza impugnata, ove si parla di “conto corrente cointestato a delega disgiunta”) e sul punto non vi e’ censura; tale contestazione e’ del resto presupposta dagli stessi ricorrenti, laddove affermano di non aver mai utilizzato la provvista “formatasi nel conto grazie ai vari fidi provvisori” (asserzione, questa, che lascia chiaramente intendere che essi dibattano di una facolta’ non esercitata, e non di una preclusione derivante dalla disciplina convenzionale inerente al rapporto di conto corrente).

Alla stregua di quanto rilevato, dunque, gli odierni ricorrenti non hanno ragione di dolersi dell’addebito operato nei loro confronti.

2.2. – Non vi e’ ragione di soffermarsi sugli ulteriori rilievi svolti dagli istanti nel corpo del complesso motivo: rilievi che non risultano ammissibili, dal momento che sono privi di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata (in tema: Cass. 18 febbraio 2011, n. 4036; Cass. 3 agosto 2007, n. 17125).

Cio’ vale anche con riguardo alla deduzione vertente sulla responsabilita’ per lite temeraria, di cui all’articolo 96 c.p.c.. Circa, infine, la questione avente ad oggetto la supposta violazione, da parte della banca, dell’obbligo di buona fede, va evidenziato che essa presenta carattere di novita’, dal momento che la Corte di merito non la affronta, ne’ i ricorrenti chiariscono se e come l’abbiano sollevata nel precedente grado di giudizio (Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675; cfr. pure: Cass. 28 luglio 2008, n. 20518; Cass. 26 febbraio 2007, n. 4391; Cass. 12 luglio 2006, n. 14599; Cass. 2 febbraio 2006, n. 2270).

3.- Il ricorso e’ dunque respinto.

4.- Le spese del giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 7.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali, nella misura del 15%, e oneri di legge.

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