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Se i medici sbagliano l’intervento mi devono risarcire?

15 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 settembre 2017



Quando ci ricoveriamo in ospedale non facciamo altro che stipulare con la struttura un contratto da cui derivano obblighi sia per noi sia per i sanitari.

Abbiamo mai pensato che ogni volta che ci ricoveriamo in ospedale non facciamo altro che stipulare con la struttura sanitaria un contratto nel vero senso della parola? Proprio così: l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero, comporta la conclusione di un contratto. Ciò significa che se i medici sbagliano l’intervento, devono risarcire il paziente perché, in sostanza, non rispettano l’accordo [1]. Al paziente danneggiato basterà provare l’esistenza del contratto e di essersi ammalato (o aggravato) a causa del comportamento inadempiente dell’ospedale. Da parte sua, la struttura sanitaria deve dimostrare o di aver agito secondo le regole o che non è stato suo comportamento – per quanto sbagliato – a provocare il danno [2]. Lo ha stabilito il Tribunale di Latina [3]. Ma, allora, se i medici sbagliano intervento devono risarcire il paziente? 

La vicenda

Una donna faceva causa alla clinica presso era stata ricoverata. Chiedeva che i medici fossero dichiarati responsabili dei danni subiti per non averla curata in modo adeguato. Secondo la clinica, invece, i danni lamentati non potevano in alcun modo essere ricollegati alla sua condotta.

Ricovero in ospedale: che succede?

Per capire il senso della decisione del Tribunale di Latina, occorre partire dal presupposto che quando un paziente si ricovera in ospedale non fa altro che concludere con quest’ultimo un contratto, chiamato contratto di spedalità. In sostanza, l’ospedale si impegna a fornire al paziente non solo un posto letto ma anche personale medico ausiliario, paramedico, medicinali e tutte le attrezzature necessarie anche per far fonte a eventuali complicazioni.

Proprio per questo, la responsabilità dell’ente ospedaliero ha natura contrattuale sia in relazione a quanto fatto dall’ospedale in prima persona sia per quanto concerne il comportamento dei singoli medici che vi lavorano: d’altra parte la legge dice espressamente che se il debitore (nel nostro caso la clinica), nell’adempiere le proprie obbligazione si avvale dell’opera di terzi (i medici), risponde anche dei fatti dolosi o colposi di questi ultimi [4].

Ricovero in ospedale: il paziente stipula un contratto con la struttura

Ricovero in ospedale: che fare per essere risarciti?

Quanto detto ha delle ricadute dirette anche sul riparto degli oneri probatori [5]: occorre capire, cioè, che cosa devono provare tutti coloro che restano coinvolti in uno dei classici casi di malasanità di cui si sente spesso parlare in tv. In poche parole:

  • il paziente che fa causa all’ospedale deve provare il contratto e l’inadempimento del sanitario, cioè l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento;
  • il medico e/o l’ente ospedaliero, invece, devono dimostrare che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che eventuali peggioramenti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile, cioè a causa dell’intervento di un fattore estraneo e non ricollegabile al suo operato.

Facciamo un esempio molto banale per capire: ammettiamo che un uomo si ricoveri in ospedale per essere operato per un’appendicite. Dopo l’intervento accusa fortissimi dolori al ventre e, dopo vari esami, scopre che i medici gli hanno prescritto un farmaco che ha come effetto collaterale sintomi come quelli da lui lamentati. Il paziente, per essere risarcito, deve provare proprio questo: che, cioè i medici non hanno adempiuto il loro compito in modo diligente e, invece che risolvere il suo problema, gliene hanno causati altri e più gravi. Ad esempio, anche tramite testimoni, potrà provare che prima dell’intervento non gli hanno fatto delle analisi per capire se il suo corpo avrebbe retto a quel farmaco. L’ospedale e/o i medici che lo hanno operato devono, invece, provare di aver adempiuto al loro dovere in modo diligente: ad esempio, che i dolori avvertiti dal paziente sono dovuti al fatto che è insorta un’allergia a un componente del medicinale che non poteva essere in alcun modo prevista.

Nel caso della sentenza, la donna non prova assolutamente questi elementi, limitandosi a dire che l’intervento chirurgico non è stato eseguito in maniera corretta e nel rispetto delle regole medico-chirurgiche e di non essere stata adeguatamente informata sulle complicanze, sia immediate che tardive dell’intervento.

note

[1] Cass. sent. n. 1698 del 26.01.2006.

[2] Cass., S.U., sent. n. 577 dell’11.01.2008.

[3] Trib. Latina sent. n. 632 del 22.03.2017.

[4] Art. 1228 cod. civ.

[5] Rendendo operativa la clausola generale di cui all’art. 1218 cod. civ. come interpretata da Cass., S.U., sent. n. 13533 del 30.10.2001.

Fonte della sentenza: lesentenze.it

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