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Cosa comporta una denuncia per violenza domestica

12 Maggio 2017 | Autore:
Cosa comporta una denuncia per violenza domestica

La violenza nei confronti di familiari o conviventi può costare all’aggressore la condanna alla reclusione da due a sei anni.

Il reato di  violenza domestica o, per la lettera del codice penale, di maltrattamenti contro familiari o conviventi [1] ricorre qualora venga arrecata violenza a un familiare, a un convivente o a una qualsiasi persona affidata alle proprie cure, alla propria vigilanza, istruzione o educazione, all’interno della mura domestiche o in luoghi come strutture di assistenza e ricovero.

La finalità della norma penale è quella di punire chiunque abusi di soggetti deboli, la cui situazione di debolezza è data proprio dal sottostare alle cure ed agli insegnamenti di una data persona, o all’abitudinarietà di un certo ménage familiare (può trattarsi tanto di una famiglia legittima, quanto di una famiglia di fatto). Anche se la norma penale dice che il reato può essere commesso da chiunque, è solo chi è legato alla vittima da una particolare relazione che può commetterlo. La Cassazione si è addirittura spinta oltre, affermando in una pronuncia che per aversi il reato in parola non sarebbe neppure necessaria la coabitazione o la convivenza: si pensi al caso di due coniugi separati (consensualmente o giudizialmente) i cui rapporti interpersonali siano rimasti inalterati (e, nella specie, uno dei due sia psicologicamente subordinato all’altro) [2].

Quando si ha violenza domestica?

La violenza , cui fa riferimento la norma penale sui maltrattamenti contro familiari o conviventi,  può coincidere sia con la violenza fisica che con quella verbale: si pensi ad un uomo che percuote abitualmente la compagna convivente, o alla madre che rivolge costantemente offese di vario tipo alla figlia, umiliandola. Ciò che non deve mai mancare affinché possa configurarsi il reato è, però, l’abitualità delle violenze (non a caso, la norma parla di maltrattamenti, al plurale) e il loro reiterarsi nel tempo. Singoli episodi, sporadici, impediscono di poter parlare di violenza domestica, ma è sempre possibile che gli stessi diano vita a reati diversi (come al reato di percosse). La violenza domestica può configurarsi tanto con una condotta attiva, quanto con una condotta omissiva. Quest’ultima si ha quando, di fronte alla violenza perpetrata, colui che deve avere cura della persona offesa non compia alcunché per evitare che si produca l’evento (esempio tra tutti, quello di una madre che resta inerte dinanzi al nuovo compagno che percuote il figlio avuto dal primo marito).  In un caso, la Cassazione ha addirittura ravvisato la condotta incriminata nell’atteggiamento iperprotettivo di una madre che, in concorso con il nonno materno,  aveva per lungo tempo impedito al figlio minore di intrattenere rapporti col padre o coi suoi coetanei, inibendogli ogni normale attività del tempo libero [3].

Come si denunciano i maltrattamenti?

Il reato è procedibile sia d’ufficio (senza una formale denuncia dell’offeso), sia a querela di parte. La vittima non deve far altro che recarsi in questura o presso la stazione dei carabinieri, e gli organi deputati redigeranno opportuno verbale dell’intervento. Tuttavia, per la stesura dell’atto di querela è sempre possibile rivolgersi ad un avvocato.

Sicuramente, chi è stato denunciato deve rivolgersi ad un avvocato specializzato in ambito penale, affinché costui predisponga gli opportuni atti difensivi.

Dalla denuncia hanno inizio le indagini, che culmineranno nella richiesta da parte del pubblico ministero al Giudice per le indagini preliminari (il Gip) di rinviare a giudizio il colpevole, oppure di disporre l’archiviazione del procedimento penale in corso . Solo nel primo caso il processo continuerà, e potrà portare alla condanna dell’aggressore.

Quali sono le pene per la violenza domestica?

La pena per coloro i quali si siano resi colpevoli del reato di violenze verso familiari o conviventi è quella della reclusione da due a sei anni.

In ogni caso, il delitto di violenza domestica assorbe i reati di ingiuria, percosse e minacce (si viene eventualmente condannati soltanto per i maltrattamenti contro familiari o conviventi).

Qualora dalla violenza derivi una lesione personale grave, la pena è quella della reclusione da quattro a nove anni (si pensi a un minore, la cui crescita sia stata ritardata per i maltrattamenti subiti dai genitori, consistiti nell’averlo privato per lungo tempo del normale nutrimento); se gravissima (che comporti, ad esempio, la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare) , da sette a quindici anni. Nella denegata ipotesi in cui dai maltrattamenti derivi la morte del soggetto (si pensi al colpo letale inferto a una donna vittima di violenze da parte del marito, che le abbiano causato danni cerebrali) la pena sarà quella della reclusione da dodici a ventiquattro anni [4].


note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 31123 del 15 luglio 2014.

[3] Cass. sent. n. 36503 del 10 ottobre 2011.

[4] Art. 572 co. 2, cod. pen.


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5 Commenti

  1. Troppo spesso o sempre è l’uomo la parte colpevole, secondo i criteri generali. Non si prende in considerazione che ci sono situazioni contrarie come per es. nella mia che conoscendo bene la legge mi sono sempre opposto passivamente alle violenze di mia moglie tanto da dover ricorrere alle cure mediche. Gli uomini, in generale, si vergognano di dichiarare di subire vessazioni da parte della coniuge violenta e pertanto non denunciano come invece bisogna fare perchè le regole devono essere uguali per tutti indistintamente. Nessuno protegge gli uomini perchè viene sempre presupposto che loro possano difendersi. Ma non è così perchè se durante un litigio disgraziatamente alziamo anche un dito per difenderci è la fine.

  2. guarda a caso che sei straniero e ti trovi qui per amore, hai mollato tutto e abiti qui con due figli minorenni, pensate cosa accada quando questa stessa persona subisce violenza domestica e vede che non se ne puo andare ma nemmeno restare, non lavora, non ha nessuno poiché questo genere non ti lascia mai fare una vida sociale. sei nel limbo dentro al buio

  3. Stavo leggendo sul sito dei Carabinieri sulla violenza domestica e mio marito ha quasi tutti i comportamenti che loro descrivono quando parlano dell’aggressore. Purtroppo ho deciso di non denunciarlo per vergogna di mia figlia… Fino a quando? Non lo so da dove prendere le forze per andare avanti. Senza lavoro, non posso neanche permettermi di andare via con mia figlia.

    1. Gent.ma,
      la denuncia per maltrattamenti contro familiari e conviventi può comportare l’applicazione della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare. Secondo la legge (art. 282-bis c.p.p.), con il provvedimento che dispone l’allontanamento, il giudice ordina all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice. Ma non solo.
      La legge ha pensato anche alle esigenze dei familiari che rimangono in casa, i quali potrebbero trovarsi in difficoltà economiche a causa dell’allontanamento dell’unica persona che era fonte di reddito. Per legge, il giudice può ingiungere alla persona allontanata dalla casa familiare il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano prive di mezzi adeguati.
      Insomma: da un lato, la legge punisce l’autore di condotte violente nei riguardi dei propri familiari ordinandogli di andare via; dall’altro, gli impone di continuare a provvedere al loro mantenimento, qualora ne sussistano le condizioni.
      Per ulteriori approfondimenti, si legga il seguente articolo:
      https://www.laleggepertutti.it/452195_allontanamento-dalla-casa-familiare-come-funziona

    2. In caso di violenza domestica, la prima cosa da fare è recarsi presso la stazione dei carabinieri o il comando di polizia più vicini e sporgere querela. Non esitare a raccontare tutto alle forze dell’ordine aprendo così un procedimento penale in cui è possibile ottenere l’allontanamento dalla casa familiare. Con il Codice Rosso è stata introdotta una corsia preferenziale per le vittime di reati riconducibili alla violenza domestica o alla violenza di genere. La polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, la riferisce al pubblico ministero (pm) che, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, assume le informazioni dalla vittima o da chi ha denunciato il reato. In tutte le ipotesi di violenza domestica, nei casi di necessità, viene emessa un’ordinanza con cui si impone alla persona denunciata/querelata di allontanarsi dall’abitazione familiare e di non farvi rientro fino a nuovo ordine.

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