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Lo sai che? Legge 104: cosa fare se non mi concedono il trasferimento?

Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2017

Assisto mia mamma con invalidità totale dal 2007 in base alla legge 104. Ho chiesto più volte l’avvicinamento ma non mi è stato mai concesso. Come posso fare?

Da oltre vent’anni, con la nota legge 104 (e successive modifiche ed integrazioni), si è tentato di dare un riferimento legislativo certo per coniugare le esigenze familiari con quelle lavorative nel caso in cui i lavoratori devono assistere i propri congiunti in condizione di disabilità. In questo abito gioca un ruolo fondamentale per i lavoratori la scelta della sede di lavoro, l’eventuale richiesta di trasferimento e il possibile rifiuto al trasferimento.

Sin da subito non si può tacere che, purtroppo, la praticabilità di tali diritti non è sempre così semplice e prova ne è il fatto che negli anni si sono susseguite numerose sentenze sul tema.

Il genitore o il familiare del lavoratore e il lavoratore disabile stesso, hanno diritto a scegliere, se possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio [1]. Tuttavia, proprio a causa dell’espressione “ove possibile” inserita nella legge, il lavoratore o il famigliare non hanno un diritto “assoluto” di scelta della sede, considerabile come un diritto soggettivo insindacabile. Di fatto, quindi, un’azienda può produrre un rifiuto alla richiesta di trasferimento motivandolo con ragioni organizzative e produttive legate al lavoro. È ovvio che il rifiuto e, soprattutto, il motivo che sta dietro al rifiuto devono essere reali e dimostrabili. In particolare se l’azienda datrice si è giustificata affermando che il supermercato in cui la lettrice ha chiesto di essere trasferita non ha la possibilità di ricevere altro personale, ciò deve essere prima di tutto vero e poi riscontrabile e provabile, oggettivamente e concretamente. Peraltro, il punto è proprio questo: la veridicità di quanto affermato dall’azienda e la dimostrabilità di tale posizione. In altre parole, se il supermercato in questione ha addotto come giustificazione l’esubero di personale, la cosa deve essere vera e una prova potrebbe essere, per esempio, l’apertura di una procedura di cassa integrazione per tutto o parte dei dipendenti.

Il diniego opposto dall’amministrazione, per “carenza di organico”, è stato tanto usato da apparire ormai una clausola di stile o una semplice scusa. Al contrario, il datore deve attenersi ad effettive esigenze autentiche. Affinché il rifiuto al trasferimento sia legittimo, i problemi organizzativi a cui si fa riferimento devono essere valutati in concreto, in rapporto allo specifico settore di impiego del soggetto che chiede il trasferimento. Qualora però le lettrice dubitasse, si potrebbe chiedere ai datori di lavoro di mostrare la documentazione comprovante la loro posizione (organigrammi, documentazione per la cassa integrazione o per l’apertura di altre procedure, ecc…) ma loro potrebbero opporsi anche a questa richiesta, dato che non esiste un vero e proprio diritto dei lavoratori di accedere alla documentazione delle aziende, neppure in un caso come quello di cui si sta discutendo. Solo un giudice del lavoro potrebbe, in ipotesi, obbligare il datore di lavoro a dimostrare che il loro rifiuto di procedere all’avvicinamento è effettivamente legittimo. Questa al momento sembra sia la tendenza interpretativa prevalente anche in sede giurisprudenziale.

La situazione è molto diversa nel settore privato rispetto a quella del settore pubblico e, se vogliamo, un po’ più sfavorevole ai lavoratori. In una azienda privata che ha un limitato numero di sedi, un limitato numero di dipendenti e un’organizzazione lavorativa strutturata per conseguire finalità lucrative, è sicuramente molto più facile trovare motivi (effettivi e legittimi) che impediscano la richiesta di trasferimento.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Ettore Pietro Silva

note

[1] Art. 33 l. n. 104 del 05.02.1992.


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