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Lo sai che? Società all’estero, risarcimento chiesto in Italia: che succederà?

Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2017

Sono proprietario e maggiore azionista di una società estera a cui potrebbe essere chiesto un risarcimento dall’Italia: il bene immobile incorporato nella società può diventare aggredibile?

 

Per rispondere al quesito bisogna, dapprima, comprendere se l’immobile sia stato conferito da lettore o da qualche altro socio all’interno del patrimonio sociale della società. Questo perché, anche la normativa americana consente al creditore – in presenza di un titolo valido e nei limiti dell’ammontare del credito per cui procede – di pignorare le quote azionarie del debitore presenti all’interno della società e, successivamente, di subentrare al suo posto nella loro gestione societaria e amministrativa.

Nel caso in cui l’immobile rientri all’interno del patrimonio sociale, come conferimento non da direttamente effettuato dal lettore, questo non potrà essere direttamente aggredito dal creditore che potrà, tuttavia, rivalersi sulle azioni di sua proprietà per subentrare, all’interno della gestione amministrativa delle stesse, con la possibilità di divenire – a seconda dell’ammontare del credito che porta con sé – il maggiore azionista della stessa società (stante l’attuale posizione societaria del lettore).

Se, invece, il bene è stato da lui direttamente conferito in natura, il creditore – subentrato nella società col pignoramento delle sue quote azionarie – potrà un domani recedere e ottenere indietro il bene immobile inizialmente conferito dal lettore all’interno della società. Ovviamente per maggiore precisione, bisognerebbe avere conoscenza della natura della società, del suo oggetto sociale e dei relativi conferimenti, ma questa è la regola di per sé. Tuttavia, il procedimento che il creditore deve affrontare per soddisfarsi sulle sue quote potrebbe richiedere dei tempi abbastanza lunghi poiché la sentenza, proveniente da un Paese straniero (l’Italia), per produrre effetti deve essere dapprima delibata, deve essere cioè riconosciuta all’interno del territorio nel quale il soggetto vuole farne produrre i relativi effetti. Difatti, mentre la Costituzione americana stabilisce espressamente il principio secondo cui qualunque sentenza, purché emessa negli Stati Uniti, sia che provenga da un tribunale statale che da uno federale debba ottenere automatico riconoscimento ed esecuzione in ciascuno Stato della Confederazione, a condizione che tale sentenza sia stata ivi appositamente registrata, lo stesso principio non trova, applicazione in riferimento a sentenze emesse da un tribunale di un Paese straniero, in quanto, negli Stati Uniti, non esiste alcuna legge federale o trattato internazionale che disciplini il riconoscimento e l’esecuzione di sentenze straniere nel Paese. Per queste ragioni, negli Stati Uniti, la materia del riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni emesse da organi giudicanti stranieri è disciplinata quasi interamente a livello statale: è lasciata, cioè, all’autonomia legislativa dei singoli Stati della Confederazione. Tuttavia, l’esigenza di una disciplina organica ha suscitato l’intervento di una Commissione che ha formato nel 1962 uno Statuto, poi rivisitato nel 2005, che si propone di fornire, ai singoli Stati della Confederazione, i criteri e le procedure da adottare nel valutare l’idoneità delle sentenze emesse da tribunali stranieri ad ottenere riconoscimento e successiva esecuzione all’interno del territorio nazionale. L’ambito di applicazione dello statuto in questione è limitato alle sole decisioni provenienti da tribunali di Paesi stranieri, che comportino il pagamento di una somma di denaro: non rientrano nella previsione normativa dello statuto le sentenze che dispongono il pagamento di tasse e/o di sanzioni di altra natura, così come quelle decisioni, in materia di diritto di famiglia, che stabiliscono il pagamento di alimenti o il versamento di assegni di mantenimento, sottoposte alla disciplina di appositi statuti statali. Inoltre, la sentenza, per poter ottenere riconoscimento negli Stati Uniti, deve essere definitiva, inoppugnabile ed esecutiva, secondo quanto disposto dalle norme processuali vigenti nel Paese in cui la sentenza stessa è stata pronunciata. A norma dello statuto del 2005, tuttavia, la semplice pendenza di fronte ad una corte di appello o la sua idoneità ad essere impugnata, non è di per sé motivo per respingere la richiesta di riconoscimento di una sentenza straniera in territorio statunitense. Nel recepire il contenuto dello statuto sul punto, alcuni Stati della Confederazione si sono, tuttavia, leggermente discostati ed hanno riconosciuto la facoltà dei loro tribunali di sospendere il procedimento di riconoscimento in presenza di un giudizio di appello, nel caso in cui un ricorso in appello sia espressamente previsto dalla legge del Paese in cui la sentenza è stata pronunciata, oppure qualora la parte soccombente manifesti l’intenzione di impugnare la decisione. Si aggiunga che il soggetto che vuole introdurre la sentenza straniera all’interno del territorio americano deve sottostare ad un termine prescrizionale di 15 anni dalla data in cui la sentenza è divenuta esecutiva, decorsi i quali il titolo perde la possibilità di essere riconosciuto e, conseguentemente, di produrre gli effetti desiderati all’interno del territorio americano.

Nel caso del lettore, riassumendo, affinché la sue quote azionarie possano essere aggredite dal soggetto portatore del titolo che richiede il pagamento di una somma di denaro, occorrerà:

  • che la sentenza sia con ogni probabilità passata in giudicato, cioè non più appellabile o ricorribile in Corte di Cassazione;
  • che il creditore sia a conoscenza della titolarità delle sue quote e dello Stato Federale in cui ha sede la relativa società;
  • che la richiesta di riconoscimento della sentenza straniera sia presentata entro 15 anni dalla data in cui la sentenza è divenuta esecutiva;
  • che la sentenza risponda ai requisiti previsti dallo Statuto del 2005, sopra riportati, e a quelli ulteriormente previsti dallo legislazione dello Stato Federale nel cui territorio si trova la sede della società.

Fermo restando che, se l’unica preoccupazione del lettore risiede nell’aggredibilità di quel bene immobile, questo – se conferito all’interno della società da altro soggetto – non potrà essere aggredito dal creditore che, però, potrà sempre rifarsi sulle quote azionarie di sua titolarità. Se, invece, il bene immobile è stato conferito in natura, come quota societaria, allora il creditore potrebbe – non direttamente, ma aggredendo sempre le sue quote azionarie – subentrare nella titolarità di quel conferimento in natura e, un domani, rilevare il bene, fuoriuscendo dalla società che sarà, a quel punto, costretta a ridurre il capitale sociale.

Dal quesito, tuttavia, non risulta se la richiesta di risarcimento danni abbia già ottenuto una sentenza, e se questa sia già passata in giudicato. Ad ogni modo, dovrebbe ancora avere un po’ di tempo a disposizione, utile per valutare un trasferimento della proprietà di quelle quote azionarie ad un familiare o ad altra persona di fiducia, in modo da evitare un domani di perdere le relative titolarità.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Salvatore Cirilla


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