Professionisti Acquisti durante la convivenza

Professionisti Pubblicato il 6 maggio 2017

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> Professionisti Pubblicato il 6 maggio 2017

Se il convivente versa una somma di denaro al partner affinché acquisti una casa ove entrambi possano andare a vivere.

Il quesito all’avvocato

Nel corso di una convivenza, Caia e Sempronio acquistano un appartamento che intestano in esclusiva proprietà a Caia.

Finita la relazione, Sempronio cita in giudizio la ex convivente Caia chiedendone la condanna al pagamento della somma di euro 170.000 versata quale pagamento di parte del prezzo dell’immobile acquistato dalla stessa in proprietà esclusiva.

Il tribunale rigetta la domanda, ritenendo che si tratti dell’adempimento di un’obbligazione naturale.

La risposta dell’avvocato

L’art. 2041 c.c. costituisce una norma di chiusura della disciplina delle obbligazioni, concedendo uno strumento di tutela esperibile in tutti i casi in  cui tra due soggetti si verifica uno spostamento patrimoniale (utiliter versum), tale che uno subisca danno e l’altro si arricchisca, «senza una giusta causa» e, cioè, senza che sussista una ragione che, secondo l’ordinamento, giustifichi il profitto o il vantaggio dell’arricchito.

L’azione ha carattere generale, perché è esperibile in una serie indeterminata di casi, in quanto espressione del  principio  per  cui  non  è  ammissibile  l’altrui pregiudizio patrimoniale, senza una ragione giustificativa; ha, inoltre, carattere sussidiario,  perché  è  esercitabile  solo  quando  al  depauperato  non  spetti nessun’altra azione, basata su un contratto, su un fatto illecito o su altro    atto o fatto produttivo dell’obbligazione restitutoria o risarcitoria (art. 2042 c.c.). Invero se l’arricchimento costituisce la conseguenza di un contratto o di un rapporto compiutamente regolato, non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa, almeno fino a quando il rapporto o il contratto mantengano la  loro  efficacia  obbligatoria  (Cass. 2312/2008).

Risulta chiaro che nella formula «senza una giusta causa» di cui all’art. 2041 c.c., rientrano anche i casi di arricchimento senza la volontà del depauperato, risolvendosi la mancanza di volontà in un’ipotesi di mancanza di causa.

Invero,  l’arricchimento/depauperamento  deve  avere  una  giustificazione giuridicamente valida (secundum ius), intendendosi per tale un titolo legale o negoziale idoneo a sorreggere sia l’incremento, sia la connessa diminuzione patrimoniale.

Al contrario, l’arricchimento risulterà «senza una giusta causa», quando non ha tale giustificazione e, cioè, quando è correlato ad un impoverimento non remunerato,  né  conseguente  ad  un  atto  liberalità,  né  all’adempimento  di un’obbligazione naturale; e ciò in quanto l’ordinamento esige che ogni arricchimento dipenda dalla realizzazione di un interesse meritevole di tutela.

Il riferimento a esigenze di tipo solidaristico non è di per sé sufficiente a prefigurare una «giusta causa» dello spostamento patrimoniale, poiché ai fini dell’art. 2034 c.c. occorre allegare e dimostrare non solo l’esistenza di un dovere morale o sociale in rapporto alla valutazione corrente nella società, ma anche che tale dovere sia stato spontaneamente adempiuto con una prestazione avente carattere di proporzionalità e adeguatezza in relazione a tutte le circostanze  del caso (Cass. 1007/1980).

La nozione di arricchimento di cui all’art. 2041 c.c. va intesa, indifferentemente, sia in senso qualitativo che in senso quantitativo, e può consistere tanto in   un incremento patrimoniale, quanto in un risparmio di spesa e, più in generale, in una mancata perdita economica; correlativamente il depauperamento può consistere tanto in erogazioni di un’entità pecuniaria, quanto in attività o prestazioni di cui si avvantaggia l’arricchito (Cass.   21292/2007).

Le Sezioni Unite con la sentenza n. 24772/2008 hanno ribadito la necessità, oltre che della mancanza di qualsiasi altro rimedio giudiziale in favore dell’impoverito, della unicità del fatto causativo dell’impoverimento, sussistente quando la prestazione resa dall’impoverito sia andata a vantaggio dell’arricchito, con conseguente esclusione dei casi di arricchimento indiretto, nei quali l’arricchimento è realizzato da persona diversa rispetto a quella cui era destinata la prestazione dell’impoverito (Cass. 18878/2015).

In dottrina si è sostenuto che il coniuge (o il convivente) che lamenti di aver contribuito economicamente all’acquisto di un bene in capo all’altro, con suo sacrificio patrimoniale e correlato arricchimento dell’altro, potrebbe esercitare l’azione di arricchimento al fine di ovviare all’avvenuta diminuzione patrimoniale, nei limiti dell’altrui arricchimento.

In ogni caso l’azione prevista dall’art. 2041 c.c., in quanto concepita per regolare rapporti intersoggettivi di contenuto patrimoniale, non è mutuabile sic et simpliciter quale modello di regolamentazione di rapporti di  famiglia.

In primo luogo, occorre verificare il ricorrere, nel caso di specie, del carattere  dell’ingiustizia,  quale  attributo  dell’arricchimento  realizzato  da  una  delle parti a scapito dell’altra, e da ritenersi integrata ogniqualvolta il nocumento consegua al compimento — da parte dell’arricchito — di atti lesivi degli altrui diritti che, se caratterizzati anche dall’elemento soggettivo, integrerebbero gli estremi dell’illecito civile.

Dunque, deve ricorrere la lesione dell’altrui patrimonio, realizzata attraverso un trasferimento patrimoniale di beni o utilità.

Ciò, sebbene la condotta all’origine della suddetta lesione non possa essere sorretta dall’elemento soggettivo del dolo o della colpa, altrimenti dando origine a un’azione risarcitoria.

Invero, contro l’applicazione del suddetto rimedio si è sostenuto che, nel caso in esame, non sarebbe configurabile un fatto produttivo di danno da parte dell’arricchito, quale requisito indefettibile ai fini dell’applicazione della norma, bensì un comportamento volontario del convivente che, in modo deliberato, contribuisce all’incremento del patrimonio del partner. E ciò per quanto tale contribuzione (non) sia stata sorretta da spirito liberale, ovvero dall’esistenza di un precedente obbligo. D’altronde, è innegabile che il coniuge (o il convivente) intestatario siano consapevoli dei benefici ricevuti e che potrebbero essere chiamati a restituire. È chiaro che quest’ultimo ultimo potrà sempre dimostrare l’esistenza, nel caso concreto, di circostanze idonee a dimostrare come il depauperamento del richiedente sia sorretto da una giusta causa o, quantomeno, tali da ingenerare nell’altra parte una legittima fiducia nella possibilità di ritenere il beneficio.

Per quanto riguarda la convivenza more uxorio, occorre accertare l’eventuale esistenza di pattuizioni inter partes, che vincolino uno dei conviventi a compiere delle prestazioni che comportano una dislocazione di ricchezza in favore dell’altro. Si pensi all’ipotesi in cui i conviventi decidano di regolamentare in via negoziale — attesa l’inesistenza di regole legali a governo della famiglia di fatto – i rispettivi doveri di natura patrimoniale in favore del consorzio more uxorio. Ben potrebbero i conviventi prevedere che uno di essi contribuisca al pagamento delle rate del mutuo contratto per l’acquisto dell’immobile, adibito a residenza familiare, intestato unicamente all’altro convivente; ovvero, ancora, attraverso l’assunzione in proprio dell’onere di provvedere interamente alle spese inerenti alla crescita ed all’educazione dei figli, nonché a quanto necessario al fabbisogno quotidiano della famiglia, a fronte dell’acquisto e del pagamento da parte del consorte (unico intestatario) dell’immobile destinato all’uso comune. Laddove, nell’ambito della convivenza more uxorio, ricorra una regolamentazione  pattizia  relativa  ai conferimenti  di ciascun  convivente  alle  necessità  familiari, gli apporti — diretti o indiretti — sarebbero giustificati e, addirittura, dovuti.

Invero, è stato sostenuto che, anche in assenza di un sottostante vincolo negoziale, nell’ipotesi di esborsi sostenuti da un convivente in favore dell’altro sarebbe prefigurabile l’adempimento di un dovere morale. L’abituale condivisione dei luoghi di svolgimento della vita familiare darebbe luogo, infatti, a un rapporto interindividuale dal quale scaturiscono doveri di reciproca solidarietà  tra i suoi componenti. Dunque, l’eventuale corresponsione — da parte del soggetto non intestatario del bene — di somme indirizzate al pagamento dell’immobile destinato alla famiglia stessa potrebbe configurarsi come adempimento   di quell’obbligazione naturale inerente alla conduzione della relazione di fatto, con la conseguente irripetibilità di quanto prestato.

In via interpretativa — incentrando la valutazione da compiersi sulle condizioni soggettive del coniuge/convivente e non sulla proporzionalità dell’esborso rispetto al normale ménage familiare — si è evidenziato che, ai fini della valutazione dell’eventuale ingiustificato arricchimento, susseguente a una spontanea elargizione compiuta dal partner, occorra verificare se, al di là delle condizioni economiche complessive del nucleo familiare, la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens. Dunque, condizioni economiche particolarmente elevate possono giustificare anche spese di apprezzabile entità (Cass. 18749/2004).

Nondimeno, si deve ritenere che — limitatamente agli esborsi apprezzabilmente superiori alle condizioni economiche di chi li pone in essere oppure sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo — il venir meno della coabitazione, quale presupposto per una specifica destinazione o «finalizzazione» dell’utilitas al bene familiare, giustifichi la restituzione di quell’attribuzione patrimoniale indiretta o del suo equivalente monetario.

Dunque, il cessare della convivenza, per effetto di un provvedimento giudiziale o per una scelta concorde, rende ripetibile o indennizzabile un’utilitas che — di per sé, priva di valenza solutoria e, cioè, non giustificata dall’adempimento di un vincolo morale o giuridico — ha cessato di assolvere alla funzione che i coniugi o i conviventi gli hanno  assegnato.

Nell’ipotesi di contributo alle spese di ristrutturazione della res immobile, l’incremento valoriale registrato dalla stessa, diviene, almeno in parte, suscettibile di indennizzo in favore del suo  autore. D’altronde, contrasta con l’attuale sentire sociale, connotato dalla proliferazione delle separazioni, il permanere di situazioni interpretative che escludano ogni forma di tutela per il coniuge (o il convivente more uxorio) che, in pendenza di rapporto, abbia contribuito apprezzabilmente — oppure in via esclusiva — alla ristrutturazione o all’acquisto di un bene comune.

È chiaro che ai fini della determinazione di tale indennizzo non può non considerarsi la misura dell’apporto economico del coniuge che agisce ex art. 2041 c.c. Inoltre, non può obliterarsi l’essenziale carattere di reciprocità che permea il dovere di contribuire nella gestione del consorzio familiare gravante, quindi, su ciascuno  dei conviventi.

Dunque, è possibile prefigurare la liceità della richiesta restitutoria ogniqualvolta — al di là della proporzionalità dell’apporto economico rispetto allo status familiare o alle condizioni di chi sostiene l’esborso economico — il coniuge o il convivente arricchito non abbiano collaborato in alcun modo alle esigenze economiche della famiglia stessa. Infatti, è indubbio che il mancato reciproco adempimento, da parte dell’accipiens, alla sua obbligazione naturale (o giuridica) determina un arricchimento ingiustificato in capo a quest’ultimo.

In conclusione, l’azione generale di arricchimento presenta un campo di applicazione limitato, in quanto la stessa si scontra inevitabilmente con gli elementi che caratterizzano i rapporti di natura familiare.

In relazione agli stessi è innegabile la tendenza interpretativa a ritenere giustificati (e, per tale ragione, non ripetibili) — sulla base dei vincoli reciproci di solidarietà e affetto, ovvero per l’esistenza di accordi in ordine al corrispettivo dovere di contribuzione — gli apporti effettuati dai conviventi in funzione del buon andamento della famiglia.

Nell’ambito  della  convivenza more uxorio l’ingiustificato  arricchimento deve essere coordinato con il principio di proporzionalità e adeguatezza. In particolare, è possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza — il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto — e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (Cass.  18632/2015).

A seguito dell’entrata in vigore delle unioni civili (L. 76/2016) quanto appena detto deve essere conciliato con la eventualità in cui sia stato stipulato un contratto di convivenza.

La seconda parte della nuova legge disciplina la convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate e che potranno stipulare i contratti di convivenza, in forma scritta, davanti a un notaio. È un rapporto che lega due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un «contratto di convivenza», redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato. Il contratto può contenere: l’indicazione della residenza, le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo, il regime patrimoniale della comunione dei beni come da codice civile. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione.

I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte (per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie).

Il contratto di convivenza si risolve per accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona, ovvero morte di uno dei contraenti. La risoluzione del contratto di convivenza determina lo scioglimento della comunione dei beni. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza. Nel caso in cui  la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione  di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati, l’obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.

note

Riferimenti normativi e giurisprudenziali

(V. amplius SIMONE, Codice Civile Commentato – C1, ed. 2016; Leggi Complementari al Codice Civile – C6, ed. 2016)

In relazione all’ingiustificato arricchimento:

  • art. 2041 c.c.: Presupposti della fattispecie; Differenze fra indebito oggettivosoggettivo e ingiustificato arricchimento; Proponibilità dell’azione generale di arricchimento; Termine prescrizionale.

In relazione alla convivenza more uxorio:

  • art. 143 c.c.: La convivenza more uxorio;
  • art. 124 c.c.

In relazione alle unioni civili:

  • L. 20 maggio 2016, n. 76.

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