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Abuso di ufficio e rivelazione di segreti di ufficio

6 maggio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 6 maggio 2017



Cassazione 39115 del 25-9-2015: rivelazione delle tracce di esame di un concorso pubblico. Quale reato scatta?

Il quesito all’avvocato

Tizio, dirigente amministrativo della Provincia di Beta, viene nominato presidente della commissione che dovrà indire e gestire un concorso pubblico in cui verranno assegnati 15 posti di lavoro a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione. Dopo aver bandito il concorso, la commissione si riunisce per stabilire il contenuto delle prove di esame e Tizio, dopo aver statuito con i suoi colleghi le tematiche che saranno oggetto specifico delle stesse, le rivela in anticipo a Caio, un partecipante al concorso figlio di un suo caro amico, il quale, quindi, non incontra problemi a superare la prova in questione.

Dopo poco tempo, però, a seguito di una indagine nata dalle segnalazioni di alcuni partecipanti al concorso, gli inquirenti accertano lo svolgimento dei fatti e Tizio viene deferito all’Autorità giudiziaria. Quali fattispecie di reato siano astrattamente applicabili al caso di specie.

La risposta dell’avvocato.

La vicenda contenuta nella traccia prospettata richiede la disamina delle disposizioni di cui agli artt. 323 e 326 del nostro codice penale.

In particolare, secondo la lettera dell’art. 323 c.p., commette il delitto di abuso di ufficio il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle proprie funzioni o del  servizio,  in  violazione  di  norme  di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi  in  presenza  di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri  un  ingiusto  vantaggio  patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, salvo che il fatto costituisca un più grave reato. Oggetto giuridico del reato de quo è il buon  andamento  di  cui all’art. 97 della Cost., ovvero l’efficienza della P.A. intesa come capacità di perseguire i fini che la legge assegna in aderenza all’interesse pubblico. Secondo la dottrina più moderna, l’oggetto giuridico è ravvisabile sì nel buon andamento, ma anche nell’imparzialità  della  P.A.,  tanto  che,  con  la  previsione  della  nuova  figura dell’abuso di ufficio ex L. 234/1997, il legislatore ha esplicitamente fatto riferimento alla violazione del dovere di astensione in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto.

La Corte di Cassazione, sul punto, ha specificato che il reato di cui all’art. 323 c.p. è un reato di evento, che consiste nel vantaggio del pubblico ufficiale o di altri oppure nel danno ingiusto arrecato ad altri. Ciò significa che l’abuso è idoneo a ledere, oltre all’interesse pubblico al buon andamento ed alla trasparenza della P.A. ed alla imparzialità dei pubblici funzionari, anche l’interesse del privato a non essere «turbato nei suoi diritti costituzionalmente garantiti» e a non essere danneggiato dal comportamento illegittimo ed ingiusto del pubblico ufficiale. Ne consegue che il soggetto al quale tale condotta abbia arrecato un danno riveste la qualità di persona offesa dal reato (Sez. 5, sent. 2133 del 4-6-99).

È importante, però, chiarire che il delitto di abuso di ufficio presenta un’alternativa di eventi (conseguimento di ingiusto vantaggio patrimoniale – realizzazione di danno ingiusto per altri) tale che soltanto il secondo consente di qualificare il reato come plurioffensivo, nel senso della presenza, ontologicamente necessaria, di un soggetto leso determinato, diverso dalla pubblica amministrazione.

Nella prima ipotesi, viceversa, l’interesse tutelato resta soltanto quello costituito dal buon andamento, dalla imparzialità e dalla trasparenza del comportamento dei pubblici ufficiali (Sez. 6, sent. 3499 del 25-11-99; Sez. 6, sent.  39751 del 21-10-2003; Sez.6, ord. 39259 del 25-10-2005). Soggetto attivo del reato è sia il pubblico ufficiale che l’incaricato di pubblico servizio. La nozione di p.u. è contenuta nell’art. 357 c.p., da cui si evince che l’elemento caratterizzante tale figura soggettiva è l’esercizio della funzione pubblica, anche se la dottrina è divisa circa la precisa nozione di pubblico ufficiale.

La giurisprudenza si limita ad indicare dei criteri di massima cui attenersi per riconoscere tale qualifica in un determinato soggetto, e più spesso risolve caso per caso in riferimento alla singola circostanza il problema, affermando che non rileva il rapporto di dipendenza del soggetto rispetto allo Stato o ad altro ente pubblico, ma è richiesto soltanto l’esercizio effettivo di una pubblica funzione. Infatti, proprio in tale ottica si è affermato che, al fine di individuare se l’attività svolta da un soggetto possa essere qualificata come pubblica, ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 357 e 358 c.p., è necessario verificare se essa sia o meno disciplinata da norme di diritto pubblico o da atti autoritativi, non rilevando invece la forma giuridica dell’ente e la sua costituzione secondo le norme del diritto pubblico, né lo svolgimento della sua attività in regime di monopolio, né tanto meno il rapporto di lavoro subordinato con l’organismo datore di lavoro.

Nell’ambito  dei  soggetti  che  svolgono  pubbliche  funzioni,  la  qualifica  di pubblico ufficiale è poi riservata a coloro che formino o concorrano a formare   la volontà della pubblica amministrazione o che svolgano tale attività per mezzo di poteri autoritativi o certificativi, mentre quella di incaricato di pubblico servizio è assegnata dalla legge in via residuale a coloro che non svolgano pubbliche funzioni e che non curino neppure mansioni di ordine o non prestino  opera semplicemente materiale (Sez. F, sent. 34558 del   20-8-2003).

Anche l’esercizio di fatto di un pubblico servizio, comunque, vale ad attribuire la relativa qualifica al soggetto agente, quando il servizio sia effettivamente esercitato con il beneplacito della pubblica amministrazione sulla base di un’investitura, sia pure di fatto, lecita e non abusiva. Ne consegue che vanno riconosciute come penalmente rilevanti le attività svolte da dipendenti pubblici anche al di là delle proprie mansioni (Sez. 6, sent. 30152 del 9-7-2004).

Anche la dottrina prevalente (MANZINI, PANNAIN) è concorde nel ritenere che deve considerarsi p.u. anche il cd. funzionario di fatto, cioè il soggetto che effettivamente eserciti una pubblica funzione pur senza una formale o regolare investitura, con la tolleranza o l’acquiescenza della P.A. La nozione legislativa di persona incaricata di un pubblico servizio è contenuta nell’art. 358 c.p. Per la dottrina (ANTOLISEI, PANNAIN) si tratta di una nozione  avente  carattere  residuale  e  comprensiva  di  coloro  che  non  sono  né p.u. né esercenti un servizio di pubblica necessità.

Il legislatore richiede che sia l’incaricato di pubblico servizio che il pubblico ufficiale siano regolarmente investiti della funzione e siano competenti a svolgere il servizio. Per ciò che concerne l’elemento oggettivo della condotta, l’abuso deve estrinsecarsi nella violazione di norme di legge o di regolamento o dell’obbligo giuridico di astenersi. L’ancoraggio della condotta di abuso alla violazione di espresse norme di legge risponde al fine precipuo di evitare ingerenze del giudice nella sfera dell’attività discrezionale della P.A., tipizzando conseguentemente i fatti abuso. Vi sarà pertanto rilevanza penale dell’abuso soltanto nella misura in cui il giudice accerti che esiste una precisa norma legislativa o regolamentare della cui violazione il pubblico funzionario può essere chiamato a rispondere. Secondo la giurisprudenza di legittimità, però, la violazione di legge rilevante è solo quella riferita a disposizioni dotate di uno specifico contenuto prescrittivo, con esclusione delle norme meramente procedimentali, da intendersi rigorosamente  come  quelle  destinate  a  svolgere  la  loro  funzione  all’interno  del procedimento, senza incidere in modo diretto ed immediato sulla decisione amministrativa (Sez. 6, sent. 18149 del 16-5-2005).

Ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo del reato, quindi, è richiesto che l’abuso si realizzi attraverso l’esercizio da parte del pubblico ufficiale di un potere per scopi diversi da quelli imposti dalla natura della funzione ad esso attribuita: ne consegue che, quando il pubblico ufficiale agisca del tutto al di  fuori dell’esercizio delle sue funzioni, il reato in questione non è configurabile (Sez. 2, sent. 7600 del 2-3-2006).

Il reato di abuso di ufficio connotato da violazione di legge, inoltre, è configurabile anche in caso di sviamento di potere, cioè quando il comportamento dell’agente, pur formalmente corrispondente alla norma che regola l’esercizio dei suoi poteri, è tenuto in assenza delle ragioni d’ufficio che lo legittimerebbero e produce intenzionalmente un danno alla persona offesa (Sez. 6, sent. 12196 del 29-3-2005). Un’altra possibile modalità tipica di realizzazione dell’abuso consiste nell’omettere di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto. L’espressa  previsione  della  configurabilità  della  omessa  astensione  come autonoma forma tipica di realizzazione di  abuso  rimuove  i  dubbi che erano stati posti sia in dottrina che in giurisprudenza sulla rilevanza penale, come figura di «interesse privato» e quindi di abuso, della mera violazione del dovere di astensione.

Come sottolineato da autorevole dottrina (FIANDACA-MUSCO), una condotta omissiva potrà assumere i connotati dell’abuso punibile nel caso in cui la norma legislativa o regolamentare violata conteneva un obbligo di facere che il pubblico  funzionario  non  ha rispettato. In altre parole, la norma che incrimina l’abuso di ufficio, nella parte relativa all’omessa astensione in presenza di un interesse proprio dell’agente o di un prossimo congiunto, ha introdotto nell’ordinamento, in via diretta e generale, un dovere di astensione per i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che si trovino in una situazione di conflitto di interessi. Dunque l’inosservanza di tale dovere comporta l’integrazione del reato anche quando faccia difetto, per il procedimento ove l’agente è chiamato ad operare, una specifica disciplina dell’astensione, o nei casi in cui la disciplina eventualmente esistente riguardi un numero più ridotto di ipotesi o sia priva di carattere cogente (Sez. 6, sent. 7992 del 2-3-2005).

In ogni caso, ai fini dell’integrazione del reato di abuso di ufficio (anche nel caso di violazione dell’obbligo di astensione) è necessario che a tale omissione si aggiunga l’ingiustizia del vantaggio patrimoniale deliberato, con conseguente duplice distinta valutazione da parte del giudice, che non può far discendere l’ingiustizia del vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato (Sez. 6, sent. 26324 del 6-7-2007).

La violazione del dovere di astensione da parte del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, quindi, integra l’ipotesi di reato quando si accompagna alla strumentalizzazione dell’ufficio stesso che denota uno sviamento di potere, ossia un uso distorto dei poteri funzionali ovvero un cattivo esercizio dei compiti inerenti un pubblico servizio (Sez. 6, sent. 1320 del 14-1-2003).

L’elemento soggettivo è costituito dal dolo intenzionale, per cui l’abuso, per essere punibile, deve essere commesso consapevolmente, nel senso della coscienza e volontà sia dell’abuso che dell’ingiusto vantaggio o danno. In dottrina si evidenzia (FIANDACA-MUSCO) come l’assunzione del dolo intenzionale a dolo tipico dell’abuso punibile risponda alla precisa esigenza di restringere il campo dell’area della punibilità ed evitare di conseguenza che sia sufficiente il cd. dolo eventuale. La stessa giurisprudenza, argomentando dalla formulazione della norma, ritiene che il dolo possa sussistere esclusivamente nella forma del dolo intenzionale e non in quella del dolo eventuale (Cass., sent. 11413 del 11- 3-2003).

Più precisamente, la Corte di legittimità non ritiene sufficiente né il dolo eventuale — e cioè l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento — né quello diretto — e cioè la rappresentazione dell’evento come realizzabile con elevato grado di probabilità o addirittura con certezza, senza essere un obiettivo perseguito — ma richiede il dolo intenzionale, e cioè la rappresentazione e la volizione dell’evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale, proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente e obiettivo primario  da  costui perseguito.

Ne consegue che se l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria dell’operato dell’agente, diretto a perseguire, in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo, riconosciuto dall’ordinamento e idoneo ad oscurare il concomitante favoritismo o danno per il privato, non è configurabile il dolo intenzionale e pertanto il reato non sussiste (Sez. 6, sent. 4979 del 8-2-2010).

Così, ad esempio, non integra il reato di abuso d’ufficio, sotto il profilo soggettivo, la condotta del Sindaco il quale, per far fronte alle esigenze abitative di famiglie colpite da provvedimenti di sfratto, requisisca case di abitazione (Sez.  6, sent. 38259 del 16-10-2007).

Tale principio è stato ulteriormente specificato dalla Corte di Cassazione, la quale è ormai costante nell’affermare che, per la configurabilità dell’elemento soggettivo del reato in esame, è richiesto che l’evento costituito dall’ingiusto vantaggio patrimoniale o dal danno ingiusto sia voluto dall’agente e non semplicemente previsto ed accettato come possibile conseguenza della propria condotta, per cui deve escludersi la sussistenza del dolo, sotto il profilo dell’intenzionalità, qualora risulti, con ragionevole certezza, che l’agente si sia proposto il raggiungimento di un fine pubblico, proprio del suo ufficio (Sez. 6 sent. 18149 del 16-5-2005).

Il delitto si consuma con il verificarsi del vantaggio o del danno, che costituiscono infatti l’evento del reato. Si tratta pertanto di un reato di evento, in   quanto per integrare il reato occorre l’effettiva produzione dell’ingiusto vantaggio o dell’ingiusto danno (Sez. 6, sent. 10230 del 27-8-99). Ingiusto è quel danno o quel vantaggio che senza l’abuso, e quindi rispettando le norme concretamente violate dall’agente, non si sarebbe  realizzato.

Il vantaggio patrimoniale, considerato tra gli elementi essenziali della fattispecie, deve determinare di per sé un beneficio economicamente apprezzabile, nel senso che deve avere un connotato di intrinseca patrimonialità oppure deve derivare dalla creazione di una condizione più favorevole sotto il profilo economico, non potendosi considerare sufficiente il determinarsi di una situazione solo indirettamente o potenzialmente valutabile economicamente (Sez. 6, Ordinanza n. 39259 del 25-10-2005). Il tentativo è pacificamente ritenuto ammissibile (in tal senso Sez. 6, sent. 10136 del 25-9-98). L’art. 326 c.p., che sanziona la rivelazione di segreti di ufficio, invece, prevede tre distinte figure di  reato.

Commette il primo reato il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza (art. 326, 1° comma).

Si rende colpevole del secondo, invece, il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che per colpa agevola la conoscenza dei segreti suddetti (art. 326, 2°  comma).

Il terzo reato, infine, si concretizza nella condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che, per procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio le quali  debbano  rimanere segrete.

In tale ultima ipotesi (introdotta dall’art. 15 della L. 26-4-1990, n. 86), se il profitto non è di natura patrimoniale, ovvero lo scopo è di cagionare ad altri un danno  ingiusto,  la  pena  è minore.

Oggetto specifico della tutela penale è l’interesse della P.A. (intesa in senso lato, con riferimento anche alle funzioni legislative e giurisdizionali dello Stato) al normale svolgimento delle proprie attività (MANZINI), e, quindi, proprio la P.A. potrà essere l’unica persona offesa dal reato (in tal senso Cass. 9-10-2008, n. 2675). In questa ottica è stato ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione pro- posto dal privato danneggiato avverso l’ordinanza di archiviazione del G.I.P. in ordine al reato (Cass. 14-5-2008, ord. 19307).

Segreto è la notizia destinata, per legge, per ordine dell’Autorità o per sua natura, a non essere divulgata, mentre è d’ufficio il segreto che riguarda un atto o un fatto della P.A.

L’elemento materiale del delitto, nella prima ipotesi, consiste nel rivelare, e cioè portare a conoscenza  di persona non autorizzata a riceverla, la notizia d’ufficio destinata a restare segreta, ovvero nel tenere un comportamento, positivo o negativo, che comunque faciliti al non autorizzato la cognizione della notizia (MAN- ZINI, ANTOLISEI e la giurisprudenza; vedi da ultimo Cass. 5-9-2008, n. 34717).

Il delitto di rivelazione di segreti di ufficio, peraltro, è integrato anche quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio diffondano una notizia non appresa per ragioni dell’ufficio o del servizio, bastando che tale notizia dovesse rimanere segreta e che l’interessato, per le funzioni esercitate, avesse l’obbligo di impedirne l’ulteriore diffusione. Così, ad esempio, risponderebbe del reato il funzionario di Polizia che divulgasse notizie concernenti un’indagine della quale non sia partecipe, dopo aver ricevuto in proposito confidenze dei colleghi operanti (in tal senso Cass. 21-1- 2005, n. 1898).

Il  delitto  di  rivelazione  di  segreti  d’ufficio,  inoltre,  è  configurabile  anche quando il fatto coperto da segreto è già conosciuto in un ambito ristretto di persone e la condotta dell’agente ha consentito di diffonderne la conoscenza in un ambito più ampio e, cioè, tra un numero indeterminato di persone (Cass. VI, 23-1-1998, n. 929). Nella seconda ipotesi prevista dall’art. 326, la condotta consiste nell’agevolare la conoscenza dei segreti suindicati, mentre nella terza essa si concretizza nell’avvalersi illegittimamente di notizie d’ufficio destinate a rimanere segrete per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto patrimoniale. Avvalersi significa utilizzare, sfruttare la notizia in sé o in riferimento all’utilità che consente di ricavare (così  MUCCIARELLI).

La fonte principale del  dovere  di  segretezza  per  i  pubblici  impiegati  è  l’art.  15 del D.P.R. 15 gennaio 1957, n. 3 (Statuto degli impiegati civili dello Stato), che nel testo modificato dall’art. 28 della L. 7 agosto 1990, n. 241, così detta: «L’impiegato deve mantenere il segreto d’ufficio. Non può trasmettere a chi non ne abbia diritto informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative, in corso o concluse, ovvero notizie di cui sia venuto  a  conoscenza  a causa delle sue funzioni, al di fuori delle ipotesi e delle modalità previste dalle norme sul diritto di accesso. Nell’ambito delle proprie attribuzioni, l’impiegato preposto ad un ufficio rilascia copie ed estratti di atti e documenti di ufficio nei casi  non  vietati dall’ordinamento».

Per quanto attiene, poi, più in particolare, ai documenti della P.A.  da considerare «segreti», si veda l’art. 24 della già citata L. 7 agosto 1990, n.  241. Tra gli atti coperti dal segreto d’ufficio rientra, si ricordi, la deliberazione del giudice collegiale in camera di  consiglio.

Si tratta di un reato di pericolo effettivo, non presunto: è, quindi, punibile solo in quanto sia idoneo a produrre un danno all’interesse tutelato dalla notizia segreta.

Addirittura, la sostanziale infondatezza delle notizie non esclude la configurabilità del reato di rivelazione di segreti di ufficio, poiché (specie in materia di notizie coperte dal segreto istruttorio) la rivelazione è penalmente irrilevante   solo se si tratti di informazioni già di pubblico dominio, o platealmente false, o prive di significato, e non già di fatti che si rivelino inconferenti o privi di fondamento solo dopo la valutazione che ne faccia il magistrato e alla luce di altre acquisizioni da lui promosse (Cass. 20-1-1992, n.  3986).

In applicazione dello stesso principio, ad esempio, è stato ritenuto che la diffusione alla stampa ad opera di un ufficiale di P.G. del contenuto di un provvedimento di sequestro relativo a beni dell’indagato non integra il reato di rive- lazione di segreto d’ufficio, perché il sequestro, una volta eseguito, non è più coperto dal segreto, fatta salva l’ipotesi di segregazione prevista dall’art. 329, comma terzo, c.p.p. (Cass. VI, 19-6-2008, n.     25167).

Sul punto è il caso di segnalare un’altra pronuncia molto esaustiva della Suprema Corte, in cui è stato affermato espressamente che il reato de quo importa (per la sua configurabilità sotto il profilo materiale) che sia portata a conoscenza di una persona non autorizzata una notizia destinata a rimanere segreta, e si configura come un reato di pericolo, nel senso che sussiste sempre che dalla rivelazione del segreto possa derivare un danno alla pubblica amministrazione o a un terzo.

Ribadendo tale assunto, è stato ravvisato il delitto di cui all’art. 326 nell’anticipata comunicazione ai candidati della traccia del tema oggetto della prova di  esame in un pubblico concorso, anche se la coincidenza tra il numero dei posti  messi a concorso e quello dei candidati abbia comportato per ciascuno di essi la preventiva cognizione dell’argomento da trattare, proprio perché, in questa ipotesi, a prescindere dal danno effettivo, si verifica, in ogni caso, una lesione  del bene giuridico protetto dalla norma (Cass. 11-6-2008, n. 39153).

Va  sottolineato, poi, come la Cassazione abbia esplicitamente affermato che  il contenuto dell’obbligo, la cui violazione è sanzionata dall’art. 326 c.p., non è limitato soltanto alle informazioni sottratte alla divulgazione in ogni tempo e nei confronti di chiunque, ma si estende anche alle informazioni per le quali la diffusione, pur prevista in un momento successivo, sia vietata dalle norme sul diritto di accesso, perché effettuata nei confronti di soggetti non titolari del diritto o senza il rispetto delle modalità previste (Cass. 24-7-2007, n.  30148).

Il reato, invece, non sussiste non solo nella generale ipotesi della notizia divenuta di dominio pubblico, ma anche nel caso in cui, trattandosi di  notizie di ufficio ancora segrete, le stesse siano rivelate a persone autorizzate a riceverle, e cioè che debbono necessariamente esserne informate per la realizzazione dei fini istituzionali connessi al segreto di cui si tratta, ovvero a persone che, ancorché estranee ai meccanismi istituzionali pubblici, le abbiano già conosciute, fermo restando per tali ultime persone il limite della non conoscibilità dell’evoluzione della notizia oltre i termini dell’apporto da esse fornito (Cass., SS.UU. 7-2-2012, n. 4694).

Nella ipotesi relativa all’agevolazione colposa, invece, la conoscenza del segreto da parte del non autorizzato avviene a seguito di negligenza del p.u., come nel caso in cui lo stesso lasci incustodito un importante documento riservato  (così ANTOLISEI). Si noti, infine, che la dizione usata dalla nuova ipotesi prevista dall’art. 326, 3° comma, e cioè avvalersi illegittimamente di notizie di ufficio che debbano restare segrete, è estremamente ampia, in quanto l’avvalersi implica l’utilizzare in qualsiasi modo le notizie  segrete.

Esaminiamo adesso la problematica relativa al rapporto tra le fattispecie previste nel primo e nel terzo comma della disposizione in esame. La giurisprudenza di legittimità, affrontando il rapporto tra le due figure, ha chiarito che la rivelazione da parte del pubblico ufficiale di un segreto di ufficio integra il reato previsto dal primo comma dell’art. 326 anche laddove sia fatta per finalità patrimoniali, mentre ricorre la diversa fattispecie prevista dal terzo comma dello stesso articolo quando il pubblico ufficiale sfrutti (per profitto patrimoniale o non) il contenuto economico e morale, in sé, delle informazioni segrete.

Ne consegue che tale ultima fattispecie, non comportando necessariamente la rivelazione ad estranei del segreto, può eventualmente concorrere con quella prevista dal primo comma (Cass. 11-10-2007, n. 37559). Ancora chiamata a pronunciarsi sul punto, la Suprema Corte ha asserito che,  per la configurabilità del reato di cui al comma terzo, occorre che l’utilizzazione illegittima della notizia si concreti in un’azione diversa dalla mera trasmissione     di essa ad estranei all’ufficio, ovvero in una condotta di suo autonomo e diretto sfruttamento o impiego da parte dell’«intraneus», pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (Cass. 25-10-2007, n. 39514).

Il delitto si consuma nel momento in cui chi non è autorizzato viene a conoscenza del segreto. Il tentativo è ammissibile. Nell’ipotesi prevista dal primo comma della disposizione in esame, il dolo è generico e consiste nella coscienza e volontà del fatto materiale con la consapevolezza che la notizia deve restare segreta.

Per l’ipotesi colposa, contemplata nel comma 2, valgono i concetti generali di colpa. Nell’ipotesi (dolosa) prevista dal terzo comma, infine, il dolo è specifico, in quanto il soggetto deve agire con la precisa intenzione di procurare a sé o ad  altri un ingiusto profitto non   patrimoniale.

Il delitto in esame, nell’ipotesi della rivelazione, è, come osserva la giurisprudenza, un reato plurisoggettivo a forma anomala: esso, infatti, presuppone che il fatto sia commesso almeno da due persone (il p.u. o l’incaricato del pubblico servizio che rivela la notizia e colui al quale è rivelata) ma ne punisce una sola, non prevedendo l’incriminazione di colui il quale riceve la notizia. Peraltro, se il ricevente abbia istigato o determinato il funzionario a fare la rivelazione, egli risponde del reato medesimo come compartecipe, in applicazione dei principi generali sul concorso di persone nel reato (ANTOLISEI, PAGLIARO e MINGHELLI per la dottrina, nonché la giurisprudenza assolutamente prevalente: vedi ad esempio, Cass., sent. 15489 del 1-4-2004). Nel senso, invece, che l’estraneo non è mai punibile si è espresso PANNAIN, mentre per la sua punibilità in ogni caso è  MANZINI.

Venendo, adesso, al caso di specie, la prima valutazione da fare è quella relativa alla sussistenza del reato di cui all’art. 323 c.p. Il dato da cui partire in questa ottica è costituito dal fatto che, dal tenore letterale della norma e da una disamina della giurisprudenza di legittimità, emerge con chiarezza la necessità che la condotta del soggetto agente determini un effettivo incremento patrimoniale per sé o per altri.

Ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio, infatti, occorre che l’ingiusto vantaggio patrimoniale (che costituisce l’evento del delitto in questione) sia una conseguenza diretta della condotta  abusiva. Ed allora, posta la sicura sussistenza della violazione di una norma legislativa o regolamentare da parte di Tizio, si dovrà innanzitutto stabilire se la rivelazione del tema di esame a Caio sia risultata idonea a determinare un effettivo e concreto incremento economico del soggetto beneficiato ovvero, volendo aderire ad una nozione giuridica di patrimonio, a determinare una situazione vantaggiosa per la sfera dei suoi rapporti giuridici a contenuto patrimoniale.

In tale ottica non possono sorgere dubbi di sorta, in quanto favorire un soggetto per il superamento di un esame di concorso, funzionale al conseguimento di un posto o all’esercizio di una professione, rientra certamente tra le ipotesi incidenti direttamente su prospettive di lavoro e sui connessi vantaggi economici (in tal senso vedi Cass., sent. 24663 del 17-6-2008).

La condotta di Tizio, inoltre, secondo la giurisprudenza di legittimità è idonea ad integrare anche il reato di violazione di segreto di ufficio, in quanto il contenuto della prova di un concorso pubblico rientra nel novero delle notizie apprese in ragione del proprio ufficio che devono rimanere segrete, la cui rivelazione comporta una lesione del bene giuridico tutelato dall’art. 326  c.p. Ed infatti, se è vero che il delitto in esame rientra nella categoria dei reati di pericolo concreto e non meramente presunto, e che per la sussistenza dell’elemento oggettivo è necessario che una notizia destinata a rimanere segreta venga portata a conoscenza di un terzo non autorizzato, è altrettanto vero che la rivelazione della traccia ritenuta più probabile ad un partecipante ad un concorso pubblico viola la garanzia di imparzialità del giudizio finale sul merito dei concorrenti, come espressione predeterminata dell’osservanza del principio del buon  andamento  della P.A.

Del resto, la Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul punto, ha stabilito come, visto che la segretezza richiesta ai fini dell’espletamento della procedura  concorsuale  copre  tutte  le  attività  prodromiche  all’esecuzione  della prova, ne deriva che l’anticipazione da parte di un membro della commissione esaminatrice del contenuto delle domande, ovvero anche solo di elementi diretti a far conoscere preventivamente la tematica che secondo la commissione, nelle sedute preparatorie, abbia più possibilità di costituire l’oggetto dell’esame, costituisce una palese violazione della segretezza che altera in maniera incisiva il processo di valutazione della P.A. e, conseguentemente, la formazione della  sua volontà, danneggiandone l’interesse al buon andamento, tutelato dal nostro ordinamento penale (Cass., sent. 39115 del  25-9-2015).

Alla luce di tutte le considerazioni di cui sopra, pertanto, Tizio dovrà rispondere con la sua condotta delle ipotesi di reato previste dall’art. 323 (abuso di ufficio) e 326 (rivelazione di segreti di ufficio), che, tutelando due beni giuridici differenti, ben possono concorrere tra di loro.

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