Professionisti Multa e reazione al vigile: quando c’è reato?

Professionisti Pubblicato il 12 maggio 2017

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> Professionisti Pubblicato il 12 maggio 2017

Violenza o minaccia a pubblico ufficiale per chi minaccia il poliziotto che sta per elevare la contravvenzione.

Il quesito all’avvocato

Tizio, rappresentante di abbigliamento, è costretto per lavoro a muoversi continuamente con la propria auto. Un giorno, mentre si sta recando da un cliente, viene fermato da una pattuglia dei carabinieri.

Caio, uno dei militari, durante il controllo contesta a Tizio alcune irregolarità in ordine alla documentazione dell’auto, per le quali è prevista una contravvenzione che viene immediatamente elevata.

A questo punto l’uomo, convinto della ingiustizia di quanto perpetrato dal carabiniere, si innervosisce ed inizia ad apostrofarlo, utilizzando anche espressioni risentite e minacciose, e poi, sempre rivolgendosi a quest’ultimo, gli dice «se non butti la multa vedrai cosa ti succede; chiamo il mio avvocato e ti denuncio». A seguito degli eventi descritti, Caio provvede a denunciare Tizio per il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale di cui all’art. 336 c.p. Nella condotta di Tizio siano ravvisabili gli estremi della fattispecie di reato per cui è intervenuta denuncia.

La risposta dell’avvocato

Per la stesura del parere richiesto va, preliminarmente, approfondita la figura di reato della violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale, prevista e punita dall’art. 336 c.p.

L’art. 336 c.p. prevede due distinte ipotesi delittuose (così ANTOLISEI, MANZINI e la giurisprudenza).

Commette la prima chiunque usa violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a fare un atto  contrario ai propri doveri, o ad omettere un atto dell’ufficio o del servizio (1° comma).

Pone in essere la seconda condotta sanzionata dalla disposizione in esame, invece,  chiunque usa violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a compiere un atto del proprio ufficio o servizio, o per influire, comunque, su di lui  (2° comma).

Ratio dell’incriminazione, come osserva ANTOLISEI, è la necessità di proteggere la libera formazione della volontà dello Stato e degli altri enti pubblici, evitando che questa sia menomata da pressioni violente o minacciose esercitate da estranei sui pubblici funzionari. Sul punto, la Cassazione, quando è stata chiamata a pronunciarsi, ha affermato che nel delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, la violenza o la minaccia costitutiva del reato viola un bene giuridico specifico, e cioè l’interesse dello Stato al normale funzionamento e al prestigio della pubblica amministrazione, oltre quello concernente la libertà morale e la incolumità fisica dell’individuo, e che il soggetto passivo di tale reato è essenzialmente un  pubblico  ufficiale (Cass. I, 16-7-1981, n. 7097).

La posizione della Suprema Corte è stata successivamente approfondita, quando è stato chiarito che il delitto di violenza a pubblico ufficiale non ha come sua obiettività giuridica la tutela della incolumità fisica del pubblico ufficiale, bensì la libertà del medesimo al compimento degli atti del suo ufficio (Cass. I, 14-3-1988, n. 3316). Dubbi di legittimità costituzionale di tale norma sono stati sollevati in dottrina: si è, infatti, osservato che la predisposizione di una tutela rafforzata dei pubblici ufficiali, se è ammissibile nei regimi totalitari, mal si concilia, invece, col principio di uguaglianza, per il quale dovrebbero essere equiparati, anche sotto il profilo della tutela penale, privati cittadini e pubblici funzionari. Nonostante tali argomentazioni, la Corte Costituzionale ha confermato la legittimità della norma sostenendo che ad essere tutelato è il prestigio della pubblica amministrazione, il quale assorbe la tutela del pubblico ufficiale quale privato cittadino.

La condotta consiste nell’usare violenza o minaccia nei confronti di un P.U. o di un  incaricato di un pubblico servizio. Violenza in senso proprio è l’impiego di energia fisica, sulla persona o sulle cose, per vincere un ostacolo reale o supposto. Minaccia, a sua volta, è la prospettazione ad una persona di un male ingiusto e futuro, il cui verificarsi dipende dalla volontà del minacciante; perché sussista la minaccia basta l’uso di una qualsiasi coazione, anche morale, o anche una minaccia indiretta. Minaccia penalmente rilevante, ai fini che interessano, è anche quella rivolta ad un terzo legato al P.U. da vincoli di parentela o amicizia tali da renderla egualmente persuasiva. Sia la violenza che la minaccia devono essere finalizzate contro un’azione futura del P.U. Ne deriva che non è necessario che il P.U. si trovi nell’esercizio delle sue funzioni nel momento in cui il fatto è  commesso.

Spesso la giurisprudenza di legittimità si è dovuta pronunciare sugli elementi oggettivi del delitto in esame, ed in tal sede è stato evidenziato che per integrare il delitto di minaccia a pubblico ufficiale non è necessaria una minaccia diretta o personale, essendo invece sufficiente l’uso di una qualsiasi coazione, anche morale, o anche una minaccia indiretta, purché sussista la idoneità a coartare la libertà di azione del pubblico ufficiale (Cass. 30-11-2007, n. 44850).

Quando, però, il comportamento di aggressione all’incolumità fisica del pubblico ufficiale non sia diretto a costringere il soggetto a fare un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio, ma sia solo espressione di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento genericamente minaccioso, senza alcuna finalizzazione ad incidere sull’attività dell’ufficio o del servizio, la condotta violenta non integra il delitto di cui all’art. 336 c.p., ma — una volta abrogato il delitto di oltraggio di cui all’art. 341 c.p. — i più generali reati di ingiuria e di minaccia, aggravati dalla qualità delle persone offese, per la cui procedibilità è necessaria la querela (Cass. VI, ord. 29-3-2005, n. 12188).

Nel reato previsto dall’art. 336 c.p., inoltre, l’idoneità della minaccia posta in essere dall’agente per costringere il pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai propri doveri deve essere valutata con un giudizio ex ante, che tenga    conto delle circostanze oggettive e soggettive del fatto e che utilizzi un criterio di carattere medio, con la conseguenza che l’impossibilità di realizzare il male minacciato, a meno che non tolga al fatto qualsiasi parvenza  di  serietà,  non  esclude il reato, dovendo riferirsi alla potenzialità costrittiva del male ingiusto prospettato (Cass. VI, 14-9-2007, n. 34880). In applicazione di tale principio, ad esempio, secondo la Suprema Corte non costituisce minaccia idonea a coartare la volontà del P.U.  la pronuncia della  frase «se mi fate il verbale, poi vediamo», profferita all’indirizzo di agenti di polizia da conducente di motoveicolo rifiutatosi di esibire i documenti che ne comprovassero la proprietà (Cass. VI, 11-5-2007, n. 18282).

Il reato si consuma con l’uso della violenza o minaccia; non è richiesto che l’agente raggiunga lo scopo prefissosi. Ai fini della consumazione del reato, inoltre, si ritiene necessaria la percezione della minaccia da parte del pubblico ufficiale, indipendentemente dalla reale attuazione del male minacciato (Cass. 25-1-1979, n. 902). In entrambe le ipotesi, come è evidente, il dolo è specifico. In particolare, è importante sottolineare che l’atto contrario ai doveri di ufficio non  fa  parte  dell’elemento  oggettivo  del  reato  ma  di  quello  soggettivo,  e  più precisamente del dolo specifico che attiene alla finalità che l’agente si propone con il suo comportamento. Ne consegue che se l’agente agisce con minaccia e con l’intenzione di attaccare il pubblico ufficiale per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio, il delitto è consumato sia che l’attività commissiva o l’omissione cui è finalizzata l’azione dell’agente siano state già realizzate, sia che ancora debbano esserlo (Cass. VI, 20-2-2004, n. 7346).

Per il reato in esame trova applicazione la scriminante dell’arbitrarietà dell’atto del pubblico ufficiale, di cui all’art.  4 del decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944, n. 288: essa, però, sarà ravvisabile unicamente quando il  pubblico ufficiale non abbia la potestà di eseguire l’atto che compie. Non è sufficiente inoltre ad integrarla l’illegittimità dell’atto stesso, che può consistere anche nella sconvenienza e scorrettezza del modo di svolgimento di un’attività conforme, sotto il profilo sostanziale, alle disposizioni di legge che la regolano  (Cass. VI, 27-2-1988, n.  2715).

Nel passare alla disamina della condotta di Tizio, al fine di valutarne la rilevanza penale, bisognerà stabilire se la prospettazione di denunciare il pubblico ufficiale all’autorità, accompagnata dalla specificazione dell’oggetto della denuncia, quando viene esternata in termini risentiti e perentori, sia idonea ad integrare una minaccia od un oltraggio al pubblico ufficiale medesimo, volta a far tenere a quest’ultimo un comportamento contrario ai propri doveri di ufficio. Sul punto, va detto come la dottrina e la giurisprudenza di legittimità siano ormai concordi nell’individuare la violenza nell’impiego di energia fisica, sulle persone o sulle cose, per vincere un ostacolo reale o supposto, e la minaccia  nella prospettazione ad una persona di un male ingiusto e futuro, il cui verificarsi dipende dalla volontà del minacciante (perché sussista la minaccia basta, come anticipato, l’uso di una qualsiasi coazione, anche morale, o una minaccia indiretta).

La definizione del concetto di violenza, dunque, se rapportata al caso di specie, fa sorgere dei dubbi sulla affermazione di penale responsabilità di Tizio, in quanto, procedendo ad una valutazione della sua condotta (che, lo si ricorda, è consistita esclusivamente nell’utilizzo delle espressioni riportate), sicuramente non si potrà ritenere che le frasi utilizzate abbiano dato vita all’impiego di una qualsiasi energia tesa a costringere il P.U. a contravvenire ai propri doveri di ufficio.

Allo stesso modo, secondo la Suprema Corte, non può integrare il delitto in esame la reazione genericamente minatoria od ingiuriosa del privato, mera espressione di sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da poter turbare il pub- blico ufficiale che sta assolvendo ai suoi compiti istituzionali (Cass., sent. 10-1- 2011).

Applicando questi principi di diritto, dunque, si dovrà prendere atto di come la rappresentazione da parte di Tizio delle proprie intenzioni di farla pagare a Caio, chiamando un avvocato e denunciandolo, laddove questi gli avesse elevato la contravvenzione, nonostante i toni agitati e risentiti, non possa  essere  definita come una vera e propria minaccia (per lo meno nel senso di cui all’art.  336 c.p.), ma una mera reazione ad un fatto ritenuto ingiusto (a torto o a ragione), concretizzatasi in una generica  prospettazione  di  conseguenze  negative  (Cass., sent. 20320 del   15-5-2015).

A questa considerazione se ne deve aggiungere un’altra non meno pregnante. Ed infatti, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha sottolineato un altro importante principio (con  la  sentenza  n.  26819  del  16-5-2006), affermando che le espressioni di minaccia rivolte ad un P.U. come reazione ad una attività pregressa di quest’ultimo, non sono idonee a configurare il delitto di cui all’art. 336, in quanto in tale condotta difetta logicamente il  requisito essenziale della finalità di costringere la persona offesa a compiere un atto  contrario  ai propri do- veri o ad omettere un atto dell’ufficio, essendo tale atto già stato posto in essere: in tali ipotesi, piuttosto, sarà ravvisabile il reato di minaccia aggravata ex artt. 612 e 61, n.10, c.p.

Questa argomentazione è sicuramente valida anche nel caso di specie, in quanto il carabiniere a cui Tizio si è rivolto aveva già provveduto a compiere appieno i propri doveri. Perciò, anche laddove si volesse ritenere che le frasi utilizzate da Tizio fossero di contenuto ingiurioso o minaccioso nei confronti del P.U., le stesse non potrebbero, comunque, essere ritenute idonee ad integrare il delitto di violenza  o minaccia a un pubblico ufficiale, per l’assenza del requisito essenziale della finalità di incidere sulla volontà del  verbalizzante.


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