Diritto e Fisco | Articoli

Caduta sul lavoro per un topo: datore responsabile?


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 giugno 2017



In caso di infortunio sul lavoro, dipendente e lavoratore devono provare elementi ben precisi. Vediamo quali.

Gli infortuni sul luogo di lavoro o le malattie contratte a causa del posto in cui si presta servizio o delle particolari mansioni che si svolgono sono frequenti: si pensi a un operaio che cade da un’impalcatura, che si taglia con un attrezzo o che si ammala di tumore perché a contatto con sostanze nocive. Ma un infortunio sul lavoro può verificarsi anche per cause molto più banali: ad esempio, può succedere che il datore di lavoro non rispetti le norme igienico-sanitarie e nel cantiere circolino indisturbati animali di vario genere – i topi, ad esempio – tanto che il lavoratore inciampa in uno di questi e cade. In un’ipotesi di questo genere – se cioè il dipendente cade sul lavoro per un topoil datore è responsabile? A rispondere è una sentenza del Tribunale di Lodi [1], secondo cui il lavoratore che subisce, a causa dell’attività lavorativa, un danno alla salute, deve provare l’esistenza di tale danno, il fatto che l’ambiente di lavoro è nocivo o sporco ed il nesso causale fra questi due elementi; mentre il datore di lavoro che intende negare la propria responsabilità deve dimostrare di aver adottato le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno stesso [2].

La Corte di Cassazione si è pronunciata più volte in tema di sinistri sul lavoro e ha stabilito alcune regole di base, soprattutto per quanto riguarda l’onere della prova. Vediamole.

Se la colpa del sinistro è riconducibile solo al lavoratore, il datore di lavoro, ne uscirà completamente “pulito” se la condotta del dipendente ha determinate caratteristiche [3]: se, cioè, è abnorme, atipica, eccezionale ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute. Ad esempio, se un operaio per raggiungere un cavo posizionato a un’altezza media, anziché usare la scala, si fa sollevare dal suo collega facendosi prendere in spalla e cade, fratturandosi un braccio, è il lavoratore l’unico colpevole perché il datore gli ha fornito lo strumento necessario per lavorare in sicurezza (la scala) che egli ha pensato bene, però, di non usare.

Resta inteso, ad ogni modo, che il datore di lavoro, per liberarsi dalla responsabilità del danno accaduto, deve provare di aver fornito al soggetto lavoratore infortunato:

  • una adeguata protezione volta ad assicurargli l’integrità tanto fisica quanto psichica: in riferimento all’esempio appena fatto, potrà mostrare le fatture che certifichino l’acquisto, da parte sua, dei dispositivi di sicurezza previsti dalla legge come scale, caschetti, impalcature a norma, scarpe antinfortunistiche, ecc…, avvalendosi di testimoni che possano riferire che è stato l’operario a scegliere di non usare la scala pensando di poter facilmente raggiungere il cavo grazie all’aiuto del collega;
  • una adeguata formazione relativamente all’utilizzo dei macchinari presenti sul luogo di lavoro: ad esempio, il datore potrà esibire gli attestati dei vari corsi di formazione che ha fatto frequentare agli operai insieme, magari, a un calendario della loro frequenza.

In assenza di ciò, il datore potrà essere condannato al risarcimento del danno, compreso quello morale, subito dal proprio dipendente.

Per quanto riguarda il dipendente che lamenta di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, egli deve provare l’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi: ad esempio, se il dipendente di un’acciaieria si ammala di cancro perché a contatto ogni giorno con fumi nocivi dovrà dimostrare l’esistenza della malattia (ad esempio, avvalendosi dei certificati medici rilasciati dalle strutture presso le quali si cura), il fatto che il datore non rispetti quanto previsto dalla legge in materia di sicurezza sul lavoro (ad esempio, dimostrando che gli impianti dell’acciaieria non dispongono di filtri per ridurre le esalazioni) e il legame tra questi due elementi (magari grazie all’aiuto di un consulente medico che sia in grado di dimostrare che il tipo di tumore contratto dall’operaio è dovuto proprio a quel tipo di sostanze che egli respira).

Tali regole non sono state rispettate nel caso che stiamo esaminando in cui la donna ha affermato di essersi infortunata cadendo a terra per aver perso l’equilibrio a causa di uno dei topi che infestavano il locale, senza però provare la colpa del datore di lavoro. Se avesse voluto sostenere la tesi della responsabilità del datore di lavoro e il fatto che la presenza dei topi fosse dovuta a carenze igieniche tanto gravi da far sì che il locale ne fosse infestato, avrebbe dovuto provare il tutto in modo più specifico e articolato, a maggior ragione se si considera che la presenza di un roditore nel luogo di lavoro costituisce un evento del tutto imprevedibile e non evitabile: è praticamente impossibile, infatti, impedire che quella specie di animali si introducano negli ambienti domestici o di lavoro. Avrebbe dovuto, ad esempio, dimostrare, magari servendosi di testimoni (come i clienti del bar), che il datore non puliva il locale né rispettava le norme igieniche.

note

[1] Trib. Lodi sent. n. 21 dello 04.04.2017.

[2] Art. 2087 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 1312 del 22.01.2014.

Fonte della sentenza: lesentenze.it

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI