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Scambio elettorale politico-mafioso

19 maggio 2017 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 19 maggio 2017



Cassazione 37374 del 9.9.2014: cosa rischia il candidato politico che si rivolge a un mafioso per ottenere voti.

La domanda all’avvocato

Tizio, uomo politico candidato alle elezioni regionali, in vista della campagna elettorale decide di rivolgersi a Caio, esponente di un clan mafioso, per ricevere un aiuto nel procacciamento di voti. A tal fine i due uomini si incontrano e Caio, dietro il versamento di un corrispettivo in denaro di 10000 euro, si impegna con Tizio a procurargli un certo numero  di preferenze.

Il malavitoso, quindi, profonde il proprio impegno, e quello dei suoi affiliati, per rispettare l’accordo preso con l’uomo politico e riesce a reperire il numero di voti stabilito tra gli elettori del proprio quartiere, i quali vengono convinti a votare per Tizio dietro la promessa di piccole somme di denaro o altre regalie, ma senza mai essere minacciati o condizionati dallo spessore criminale di Caio e del suo clan. Caio, tuttavia, in quel periodo era controllato tramite intercettazioni dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che una volta accertato l’accordo con Tizio, decide di denunciare anche quest’ultimo per il delitto di scambio elettorale politico-mafioso, di cui all’art. 416ter c.p.

Ricevuto l’avviso di garanzia, Tizio si reca dal proprio avvocato per conoscere le possibili conseguenze della propria condotta.

La risposta dell’avvocato

La disposizione del codice penale da analizzare in questa sede è costituita  dall’art. 416ter, che prevede il delitto di scambio elettorale politico mafioso.

Tale articolo (come modificato dalla L. 17-4-2014, n. 62), in particolare, sanziona chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di   cui al terzo comma dell’articolo 416bis in cambio dell’erogazione o della pro- messa di erogazione di denaro o di altra   utilità. Viene, altresì, sanzionato (come vedremo, quale elemento di novità introdotto nel 2014) chi promette di procurare voti con le modalità di cui si è appena detto. La norma è posta a tutela dell’ordine pubblico, leso da qualsiasi connubio tra politica e mafia, ma si è affermato che essa tutela anche la libertà  dell’esercizio del voto.

Come segnalato in precedenza, la norma è stata oggetto di riformulazione ad opera della L. 62/2014. Rispetto al testo previgente, rileva anche la promessa di erogazione, in cambio della promessa di voti. La fattispecie si traduce, dunque, nella stipulazione di un patto civilisticamente definibile «a prestazioni corrispettive» (significativo appare l’impiego dell’espressione «in cambio»), ma il cui adempimento o inadempimento sembra essere ininfluente ai fini della configurabilità del reato.

La nuova disposizione, infatti, da un lato, richiede la «promessa di procurare voti», senza operare alcun cenno all’effettivo procacciamento degli stessi; dall’altro, pone su un piano di equivalenza «l’erogazione» e «la promessa di erogazione» di denaro o altra utilità, anche a questo proposito disinteressandosi  delle  vicende  successive  alla  stipulazione dell’accordo. La novità-cardine in tale previsione è, altresì, ravvisabile nel fatto che oggetto dell’erogazione medesima può essere anche una diversa utilità (non solo il denaro). La previgente formulazione dell’art. 416ter circoscriveva, infatti, in maniera totalmente illogica, la controprestazione di chi ottiene la promessa di voti da parte di organizzazioni mafiose all’erogazione di denaro, quando, invece, la realtà criminologica evidenzia che, normalmente, il politico sostenuto dalla criminalità organizzata «ricambia» con la concessione di favori diversi dal denaro (ad esempio, appalti, posti di lavoro, eccetera), tanto da rendere la norma in questione sostanzialmente priva di utilità   pratica. Alla luce, invece, della riscritta previsione, deve ritenersi che assumano rilievo anche utilità prive di diretta rilevanza economica, come la promessa di posti di lavoro, di stipulazione di contratti di appalto o di altro oggetto, di rilascio di provvedimenti amministrativi.

In senso lato, anche la generica disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze del sodalizio potrebbe costituire una utilità per chi si impegna a procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’art. 416bis. Tuttavia, in senso contrario, un’indicazione sembra provenire dai lavori preparatori: il testo approvato dal Senato in seconda lettura, aveva, infatti, espressamente attribuito rilievo, oltre che a «qualunque utilità», anche alla «disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione», ma tali precisazioni sono state soppresse nel successivo iter dei lavori parlamentari. Forse, proprio alla luce delle vicende dei lavori parlamentari, oltre che delle esigenze sottese al principio costituzionale di sufficiente tassatività della previsione incriminatrice, un limite alla nozione di «utilità» potrebbe essere individua- to escludendo la rilevanza di promesse dal contenuto assolutamente generico o indeterminato. Infine, la punibilità è stata estesa al promittente l’indebito procacciamento di voti.

Soggetto attivo di tale configurazione può essere, dunque, l’appartenente ad un sodalizio mafioso, ma anche il ‘mediatore’ che si frapponga tra questo e l’esponente politico. Deve, peraltro, evidenziarsi come tale opzione normativa trovi un suo precedente in una interpretazione della Cassazione, tradottasi in un recente pronunciamento (sent. 28-5-2013, n. 23005) nel quale si è ritenuto configurabile il concorso nel delitto di scambio elettorale politicomafioso del soggetto che, in  cambio della erogazione di denaro o di ogni altro bene traducibile in un valore  di scambio immediatamente qualificabile in termini economici, prometta ad un candidato, in occasione di consultazioni elettorali, di procurare  voti  in  suo  favore, attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo tipico delle organizzazioni a delinquere di stampo mafioso e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, di cui all’art. 416bis c.p.

A questo punto, è il caso di analizzare anche la normativa in tema di reati elettorali, prevista dal D.P.R. 361/1957. Secondo  la  previsione  di  cui  all’art.  96  del  citato  D.P.R.,  commette  reato chiunque, per ottenere a proprio od altrui vantaggio la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, o il voto elettorale o l’astensione, offre, promette o somministra denaro, valori, o qualsiasi altra utilità, o promette, concede o fa conseguire impieghi pubblici o privati ad uno o più  elettori  o,  per accordo con essi, ad altre persone, anche quando l’utilità premessa o conseguita sia stata dissimulata sotto il titolo di indennità pecuniaria data all’elettore per spese di viaggio o di soggiorno, o di pagamento di cibi o bevande o remunerazioni sotto il pretesto di spese o servizi elettorali.

La stessa norma punisce anche l’elettore che, per apporre la firma ad una dichiarazione di presentazione di candidatura, o per dare o negare il voto elettorale o per astenersi dal firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o dal votare, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità.

Ai sensi dell’art. 97 del medesimo provvedimento, invece, è passibile di sanzione penale chiunque usa violenza o minaccia ad un elettore o ad un suo congiunto, per costringere l’elettore a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura od a votare in favore di una determinata lista o di un determinato candidato, o ad astenersi dal firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura, o dall’esercitare il diritto elettorale o, con notizie da lui conosciute false, con raggiri od artifizi, ovvero con qualunque mezzo illecito atto a diminuire la libertà degli elettori, esercita pressione per costringerli a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura od a votare in favore di determinate liste o di determinati candidati, o ad astenersi dal firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o dall’esercitare il diritto elettorale.

Come specificato dalla giurisprudenza di legittimità il reato elettorale di offerta, promessa o somministrazione di denaro o altra utilità per ottenere una presentazione di candidatura o il voto a proprio favore o di altri è reato di pericolo e può essere commesso da chiunque, dal candidato e da altri soggetti i quali agiscono in qualità di concorrenti a suo favore, e si realizza con la mera messa in pericolo del bene tutelato, giacché è posto a tutela del regolare e democratico svolgimento delle campagne elettorali e sanziona ogni comportamento che comporti o possa comportare una forma di pressione sulla libera determinazione della volontà degli elettori (così Cass., sent. 39554 del 28-10-2005).

Dopo aver illustrato i profili generali della questione, è necessario inquadrare con precisione i termini della problematica interpretativa sollevata dalla traccia. Il punto di partenza deve essere individuato nella circostanza che Caio, il malavitoso che si era prestato al procacciamento di voti per la campagna elettorale di Tizio, nel tenere fede al proprio impegno si era adoperato a fare propaganda in favore del politico senza, però, mai utilizzare delle modalità tipicamente mafiose. Ciò assume rilievo alla luce della recente modifica apportata all’art. 416ter dalla L. 62 del 2014, la quale, se da un lato – come già sottolineato in precedenza – ha esteso l’alveo di applicabilità della norma in questione inserendo il riferimento alle “altre utilità” che non siano somme di denaro nel concetto di controprestazione per il reperimento di voti, dall’altro è intervenuta in maniera restrittiva introducendo la necessità che i voti in questione siano procacciati utilizzando una modalità mafiosa, così come individuata dal comma 3 dell’art. 416bis c.p. In verità, sul punto, l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità appare piuttosto oscillante ed, infatti, analizzando le massime della Suprema Corte si possono rinvenire due indirizzi sostanzialmente opposti.

Secondo un primo orientamento, che appare più aderente al dato normativo, al fine interpretare correttamente la nuova formulazione dell’art. 416ter c.p., è necessario partire da un approfondimento relativo alla relazione parlamentare alla proposta della legge di modifica, la quale segnalava proprio il pericolo che la prevista necessità di provare l’utilizzo del metodo mafioso svuotasse di molto la portata applicativa della disposizione in esame, per la  cui  configurabilità  – prima della riforma –  era irrilevante il modo in cui i voti dovessero essere reperiti. Ciò nonostante, visto che il testo definitivo della legge è stato approvato  senza che nei diversi passaggi parlamentari fosse apportata alcuna modifica, non si può dubitare che il legislatore nel formulare il nuovo testo della norma abbia voluto fare riferimento alle modalità mafiose a seguito di una effettiva e reale ponderazione.

Del resto, lo specifico riferimento alle modalità di cui all’art. 416bis c.p., trova la sua ragion d’essere proprio nel fatto che la novella legislativa fosse finalizzata a punire non un semplice accordo elettorale, bensì quell’accordo caratterizzato dall’impegno di una associazione di stampo mafioso ad influire sulla libera volontà elettorale con le modalità intimidatorie tipiche di una consorteria di questo tipo. Ad ulteriore conferma di ciò, è opportuno segnalare come anche con la normativa previgente alla novella, la stessa giurisprudenza della Corte di Cassazione avesse stabilito come, per la configurabilità del reato in questione, non bastava l’elargizione di denaro, in cambio dell’appoggio elettorale, ad un soggetto aderente a consorteria di tipo mafioso, ma occorreva anche che quest’ultimo facesse ricorso all’intimidazione ovvero alla prevaricazione mafiosa, con le modalità precisate nel terzo comma dell’art. 416bis c.p. (cui l’art. 416ter fa esplicito richiamo), per impedire ovvero ostacolare il libero esercizio del voto e per falsare il risultato elettorale: elementi, questi, da ritenersi essenziali ai fini della distinzione tra la figura di reato in questione ed i similari illeciti di cui agli artt. 96 e 97 del T.U. delle leggi elettorali approvato con D.P.R. 30 marzo 1957 n. 361, che parimenti sanzionano penalmente condotte di minaccia ovvero di promessa o di somministrazione di danaro o di altre utilità finalizzate ad influenzare il libero convincimento del cittadino elettore (Cass., sent. 27777 del   26-6-2003).

È possibile, dunque, ipotizzare che la riforma abbia recepito proprio questi principi giurisprudenziali facendoli propri ed addivenendo, di fatto, ad una parziale abolitio criminis che rende penalmente irrilevanti quelle condotte che prima, in astratto, potevano essere qualificate come scambio elettorale politico-mafioso, e cioè tutte quelle pattuizioni tra politici e clan che non avessero contemplato l’utilizzo di modalità mafiose. Alla luce di queste considerazioni, quindi, secondo l’indirizzo giurisprudenziale proposto, si potrà sostenere che “ai sensi del nuovo art. 416ter c.p. le modalità di procacciamento dei voti debbono costituire oggetto del patto di scambio politico-mafioso, in funzione dell’esigenza che il candidato possa contare sul concreto dispiegamento del potere di intimidazione proprio del sodalizio criminoso e che quest’ultimo si impegni a farvi ricorso ove necessario.

Per ciò che concerne l’elemento soggettivo del delitto in questione, quindi, sarà necessaria la piena rappresentazione e volizione da parte dell’agente di aver concluso uno scambio politico-elettorale implicante l’utilizzo da parte del sodalizio mafioso della sua forza di intimidazione e di costrizione della volontà degli elettori” (così Cass., sent. 36382 del 28-8-2014). A questa opzione ermeneutica, però, se ne contrappone una diversa  che giunge ad una soluzione totalmente opposta che, pertanto, esclude la rilevanza dell’utilizzo in concreto del metodo mafioso ritenendo che la fattispecie di tipizzata dall’art. 416ter c.p. non preveda che il soggetto alla ricerca di voti chieda all’interlocutore mafioso specifiche modalità di attuazione della campagna e ne ottenga la promessa, specificando che, se la ratio della norma è data dalla necessità di prevenire il rischio di alterazione del processo democratico che sorge quando il voto venga sollecitato da una organizzazione mafiosa, è chiaro che la fattispecie delittuosa si potrà dire perfezionata nella condotta del soggetto che, per proprie esigenze elettorali, promette denaro o utilità ad una associazione criminale di tale stampo, con la consapevolezza della natura e dei metodi che la connotano.

Il metodo mafioso, dunque, secondo questa prospettiva interpretativa potrebbe costituire, al massimo, una intenzione del promittente o l’oggetto del patto attinente alle modalità esecutive dell’accordo, ma non un tratto essenziale della condotta tipica prevista dall’art. 416ter, rispetto alla quale esso rappresenta un post factum punibile, semmai, a diverso titolo (Cass., sent. 37374 del 9-9-2014). Del resto, sempre nella medesima ottica, essendo pacifico che il reato in questione si consumi al momento del raggiungimento dell’accordo tra le par- ti, è chiaro che diventano irrilevanti le modalità concrete di reperimento dei voti, poiché la potenzialità lesiva della condotta è racchiusa proprio nel mercimonio che viene fatto del libero convincimento democratico, di cui viene aumentata enormemente la potenzialità corruttiva in virtù dell’utilizzo di una associazione la cui pericolosità sia nota sul territorio ed al soggetto che propone l’accordo. Inoltre, in questo arresto la Suprema Corte specifica come il delitto di scambio elettorale politico-mafioso rientri nella categoria dei reati di pericolo e non richieda né l’attuazione né la programmazione di una campagna impostata sulla intimidazione degli elettori.

La fattispecie in questione, infatti, è caratterizzata in realtà dalla particolare qualità del soggetto che si adopera per il procacciamento di voti, il quale esercita un condizionamento diffuso, fondato sulla sopraffazione e, perché il reato si perfezioni, è sufficiente che l’indicazione di voto sia percepita all’esterno come proveniente dal clan e, quindi, sorretta dalla forza intimidatrice del vincolo associativo (Cass., sent. 37374 del 9-9-2014).

Sulla scorta di tutte le argomentazioni di cui sopra, dunque, come sempre  accade in presenza di un contrasto giurisprudenziale, il candidato, ben conscio dell’esistenza di tale disomogeneità interpretativa, potrà ragionevolmente sostenere (anche con il supporto della dottrina che appare in questo senso orientata) la non riconducibilità della condotta di Tizio e Caio –  la punibilità in queste  ipotesi, infatti, è prevista per entrambi i soggetti tra cui è intervenuto l’accordo nell’ambito di applicabilità dell’art. 416ter c.p., ma piuttosto nella meno grave ipotesi di reato di cui all’art.  96 del D.P.R.    361/1957.

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