Professionisti Violenza sportiva

Professionisti Pubblicato il 19 maggio 2017

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Cassazione 9559 del 9-3-2016: frattura ad azione di gioco ferma; quali responsabilità penali?

La domanda all’avvocato

Tizio è un giocatore di calcio che milita in una squadra che partecipa al campionato di lega Pro e che giunge alla finale per la promozione in serie B.

Nei minuti finali della gara decisiva, sul punteggio di parità, Caio, un avversario, si impossessa del pallone e si invola verso la porta ma Tizio, deciso ad interromperne l’azione, si lancia in uno scomposto intervento in scivolata, colpendo in pieno e fratturando la caviglia dell’avversario. La condotta di Tizio è penalmente rilevante oppure deve essere perseguito solo in sede di giustizia sportiva dovendosi in questo caso considerare operante la scriminante dell’esercizio dell’attività sportiva?

La risposta dell’avvocato

Il problema della responsabilità penale per fatti commessi nell’esercizio di attività sportive consentite è stato oggetto di notevole attenzione da parte della giurisprudenza di legittimità.

Preliminare alla risoluzione del caso di specie risulta l’inquadramento dell’istituto delle scriminanti. Queste rappresentano delle cause di esclusione della illiceità penale del fatto di modo che, in caso di loro sussistenza, la condotta non risulti sotto alcun profilo penalmente rilevante. Diversa è l’incidenza delle scriminanti sulla struttura del reato a seconda che si opti per la teoria tripartita o per quella bipartita. In base alla prima, che individua le componenti del reato nel fatto tipico, nell’antigiuridicità e nella colpevolezza, la scriminante farebbe difatti venir meno proprio il secondo elemento, quello dell’antigiuridicità. Viceversa per la teoria bipartita, che scompone il reato in illecito oggettivo e colpevolezza, la scriminante rappresenterebbe un elemento negativo del fatto, un elemento che cioè deve mancare affinché il reato possa dirsi sussistente.

Il codice penale elenca cinque ipotesi specifiche di scriminanti accomunate dall’essere  espressione  di una volontà dell’ordinamento tesa ad  autorizzare, pretendere o tollerare una determinata condotta. La ratio sottesa all’istituto è rinvenibile nel principio di non contraddizione dell’ordinamento con se stesso. In base a questo principio un ordinamento non può ad un tempo perseguire, da un lato, ed autorizzare, pretendere o tollerare, dall’altro, la medesima condotta. Alla luce del suddetto principio parte della dottrina ha ritenuto possibile enucleare ipotesi ulteriori di scriminanti non codificate ma desumibili dall’ordinamento nel suo complesso.

Queste ipotesi tacite troverebbero il loro fondamento nella teoria dell’azione socialmente adeguata, in base alla quale una condotta non può assumere rilevanza penale quando, pur non rientrando in nessuna delle cause di giustificazione codificate, sia appunto da considerare socialmente adeguata, non riprovevole cioè in quanto conforme alle finalità perseguite da una data comunità in un certo momento storico. Nel caso al nostro esame, relativo all’attività sportiva, la giurisprudenza ancor oggi non si è assestata su di un’opinione concorde in merito alla sussumibilità di tale pratica nel novero di una delle scriminanti codificate, anziché in quello della categoria previamente esaminata delle scriminanti non codificate.

In alcune pronunce, difatti, la lesione cagionata nell’esercizio di un’attività sportiva è stata ritenuta scriminata sulla base della riconduzione alla fattispecie del consenso dell’avente diritto di cui all’art. 50 c.p. Tale norma esclude la rilevanza penale della condotta di aggressione del diritto ove ricorra il consenso del soggetto cui il diritto in oggetto faccia capo. La logica sottesa a tale norma si fonda sulla mancanza di interesse da parte dell’ordinamento statuale a punire una condotta ove sussista l’approvazione del titolare del diritto aggredito con quel comportamento. Condizioni per l’integrazione dell’istituto de quo sono: disponibilità del diritto leso, attualità del consenso e capacità del titolare.

Nel caso specifico, con la partecipazione all’attività sportiva il soggetto esprime il proprio consenso, anche se implicito, al rispetto delle regole disciplinanti quella pratica, ed in tal modo acconsente alle possibili lesioni fisiche che, eventualmente,  ne  possano derivare. Le obiezioni mosse a questa teoria riposano in primo luogo sulla indisponibilità di alcuni diritti, tra cui primariamente la vita, che, pertanto, non consentirebbero la sussunzione della condotta in oggetto nell’ambito di operatività dell’art. 50 c.p. A sostegno di questa affermazione v’è infatti il rilievo che il codice penale punisce la condotta di chi uccida un soggetto col suo consenso.

Altra parte della giurisprudenza ha invece ricondotto l’attività sportiva lesiva nell’alveo della scriminante dell’esercizio del diritto ex art. 51  c.p. Questa causa di esclusione della illiceità risponde più di altre a quel principio di bilanciamento tra interessi contrapposti che si è detto essere sotteso alla categoria tutta delle scriminanti: difatti si è sostenuta la irragionevolezza di una condotta punitiva in presenza di norme che promuovono e stimolano, o addirittura prescrivono (si pensi all’attività sportiva all’interno degli istituti scolastici), quella stessa attività. A tale tesi si obietta che la scriminante in esame sussisterebbe unicamente nell’ambito di attività sportive organizzate o disciplinate dalla legge.

Il richiamo all’art. 51 c.p. non sarebbe dunque idoneo a giustificare una condotta che si innesti nell’ambito di un’attività sportiva prettamente  amatoriale. Secondo la tesi più accreditata in giurisprudenza, l’attività sportiva potrebbe essere scriminata da una causa di giustificazione definita atipica, non inquadrabile cioè in nessuna delle ipotesi contemplate dal codice vigente, ma desumibile  dalle  norme  dell’ordinamento  esaminato  nel  suo complesso. Sarebbe allora pienamente lecita una condotta siffatta qualora, pur in assenza di apposita causa di giustificazione, venga considerata socialmente adeguata all’ordinamento in relazione alla finalità che persegue. Viene richiamata cioè quella tesi dottrinale atta a giustificare l’esistenza di fattispecie scriminanti non  codificate. Questa ricostruzione tiene in considerazione, dunque, l’interesse primario che lo sport persegue, interesse insito nella rilevanza sociale del fenomeno in questione ritenuto fondamentale per la realizzazione della personalità individuale, valore come noto di rango primario ex art. 2 Cost.

Un’attività astrattamente idonea ad integrare le lesioni sarebbe allora lecita in quanto scriminata da causa atipica: questo, però, solo qualora la condotta sia  stata posta in essere nel rispetto delle regole di settore e, inoltre, qualora l’atteggiamento psicologico dell’agente, da valutarsi caso per caso, non sia diretto alla volontaria causazione dell’evento lesivo. Analogamente sarà lecita, perché scriminata, l’attività di uno sportivo che, pur violando una regola di gioco, crei l’evento infausto nel solo intento di perseguire il miglior risultato possibile nell’ambito della competizione in corso e a causa di un eccesso di foga sfuggito al suo controllo. Fondamentale ai fini di una corretta perimetrazione della fattispecie è allora, sulla base di quanto in precedenza affermato, l’esatta individuazione dell’area di operatività del cosiddetto rischio consentito.

Con questa definizione si suole intendere quell’area che, pur potendo essere più ampia di quella individuata sulla base delle regole del gioco, risulta comunque consentita sulla base di una valutazione di quello che può essere lo sviluppo normale e prevedibile dell’attività. In altre parole si tratta di un’azione di gioco contraria alle regole imposte dal regolamento della singola attività ma che comunque, rappresentando lo sviluppo fisiologico di un’azione non arrestabile in virtù della concitazione agonistica, dimostra la non volontaria causazione dell’evento e finisce per configurare il solo illecito sportivo. Nell’ambito di questa definizione occorre, tuttavia, e inevitabilmente, operare una distinzione tra le varie pratiche sportive.

Difatti è necessario distinguere, alla luce delle differenti peculiarità, le attività sportive che si fondano sul contatto fisico tra i partecipanti da quelle che di contro lo escludono completamente. Sulla base di tale rilievo la giurisprudenza più accorta ha operato una tripartizione delle attività sportive includendo in una prima categoria — quella che porta seco il rischio più elevato — le pratiche come la boxe che non solo presuppongono il contatto tra i combattenti ma, per la loro intrinseca natura, non possono prescindere dalla causazione di lesioni all’avversario. Ad un livello intermedio si collocano invece pratiche sportive particolarmente diffuse come il calcio in cui, pur sussistendo, al pari della categoria dianzi vista, il contatto fisico, risulta tuttavia mancante quella intrinseca componente  tesa all’aggressione dell’avversario. Da ultimo v’è la categoria che prescinde del tutto dal contatto fisico e all’interno della quale si è soliti far rientrare sport come il tennis in cui, quindi, il rischio consentito finisce inevitabilmente per vedere di molto ridotto il suo ambito  di applicazione.

Ulteriore distinzione, preliminare alla risoluzione del caso concreto, è quella tra attività professionistica, dilettantistica e amatoriale. Ciò che la giurisprudenza puntualizza è il variare del grado di prudenza e diligenza richiesta allo sportivo a seconda del tipo di attività praticata (in tal senso vedi da ultimo Cass., sent. 9559 del 9-3-2016). Difatti lo svolgimento di una pratica agonistica o, ancor di più, di una a livello professionistico, si caratterizza per una chiara finalizzazione al perseguimento del risultato sportivo che, come tale, legittima una maggiore foga e decisione nell’azione con l’evidente aumento del rischio del verificarsi di eventi lesivi. Qualora invece si tratti di una competizione puramente amichevole questa giustificazione non sussiste e l’ottenimento del risultato non costituisce l’obiettivo primario, ruolo ricoperto, invece, dalla finalità ricreativa, di socializzazione  e di incidenza sul benessere psicofisico: occorre in tal caso pertanto osservare, al fine di non fuoriuscire dall’ambito del rischio consentito, regole cautelari maggiormente rigorose (vedi Cass., sent. 20595 del 28-4-2010).

Sulla base di quanto fin qui detto è possibile allora asserire che un fatto idoneo a ledere l’integrità fisica di un avversario nell’attività sportiva sia scriminato qualora vi sia il rispetto delle regole del gioco e la sussumibilità della condotta all’interno del rischio consentito. La giurisprudenza di legittimità ha precisato come dunque prioritario sia l’accertamento in merito al se la condotta lesiva si sia verificata nel rispetto delle regole del gioco: in tal caso nessun addebito potrà essere mosso all’agente, che non incorrerà neppure nella sanzione    sportiva. In secondo luogo la condotta, pur violativa della regola sportiva, potrebbe rientrare nell’area del rischio consentito: anche in tal caso il soggetto sarà esente da responsabilità penale in virtù dell’operatività dell’effetto scriminante, residuando  la  sola  sanzione  disciplinare  contemplata  dal  regolamento  sportivo.

Per entrare nell’area del penalmente rilevante, la condotta dell’agente dovrà allora essere tenuta non solo in violazione del regolamento dell’attività praticata, ma anche fuoriuscire dall’area del rischio consentito. Tale condotta dovrà cioè essere voluta e tesa al conseguimento cieco del risultato del gioco in totale spregio per l’integrità fisica altrui o, addirittura, con la volontaria accettazione del rischio di causare pregiudizio a tale integrità (in tal senso vedi da ultimo Cass., sent. 9559 del  9-3-2016). Con la duplice prospettiva, a tal punto, del dolo o della colpa: il primo ricorrerà quando l’azione di gioco sia solo il mezzo o addirittura il pretesto per la lesione; la colpa sarà, invece, configurabile quando la condotta, seppur ingiustificata, risulti comunque tesa al perseguimento del risultato sportivo. In base a quanto fin qui detto, la condotta di Tizio non appare integrare gli estremi del reato di lesioni personali contemplato all’art. 582 c.p. Ed invero, si dovrà constatare come l’infortunio sia maturato in un frangente di gioco particolarmente intenso (gli ultimi minuti dell’incontro), in occasione di una azione di gioco decisiva e in un incontro rilevante per le sorti dell’intero campionato.

La condotta, dunque, manifestamente indirizzata a interrompere l’azione di contropiede della squadra avversaria, appare meritevole di censura intranea all’ordinamento sportivo, non già perchè smodatamente violenta (la pienezza agonistica qui era giustificata dal contesto dell’azione, dal momento di essa e dagli interessi in campo), ma perché, mal calcolando la tempistica, invece che cogliere il pallone, aveva finito per colpire la gamba dell’avversario, che già aveva allungato la sfera in avanti; tale condotta, tuttavia, non sconfina minimamente dal perimetro coperto dalla scriminante di cui s’è  discorso.


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