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Donazione della casa, contestazione per incapacità

5 maggio 2017


Donazione della casa, contestazione per incapacità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 maggio 2017



Mio padre ha donato la casa a mio fratello, ma vorrei impugnare questo atto per incapacità: mio padre infatti è perennemente sotto effetto di alcol, prova ne è che soffre di pancreatite cronica. Posso farlo?

La nostra legge non consente di revocare la donazione se non per ingratitudine del donatario o per sopravvenienza di figli (leggi Revoca della donazione). Quindi se il donante o qualsiasi altro interessato intende “recuperare” la casa donata, potrà solo chiedere l’annullamento della donazione per incapacità di intendere e di volere del donante. L’incapacità di intendere e di volere – ossia la piena consapevolezza delle proprie azioni e degli effetti che da esse conseguono – manca, ad esempio, nel caso di gravi patologie (ad esempio l’Alzheimer) o stati di alcolismo o di soggezione a sostanze stupefacenti. In tal caso, chi intende impugnare la donazione dovrà farlo entro massimo cinque anni.

L’onere di dimostrare lo stato di incapacità di intendere e volere del donante spetta a chi chiede l’annullamento della donazione. Questi non deve limitarsi a provare la generica condizione di salute precaria di cui è affetto il donante (come, ad esempio, allegando i certificati medici della pancreatite cronica), ma deve riuscire a dimostrare che, nello specifico momento in cui ha firmato il rogito davanti al notaio, era in condizioni di non comprendere il senso delle proprie azioni (e che, quindi, nel caso specifico, era ubriaco).

La spiegazione di questo rigore è molto semplice. Quando una persona è interdetta o inabilitata, la sua condizione di incapacità è presunta proprio perché accertata da una sentenza di un giudice. Invece, in tutti gli altri casi, la persona si presume sempre capace di intendere e volere, salvo si dimostri che, nello specifico momento in cui ha stipulato il contratto (dall’acquisto del giornale alla donazione della casa) non aveva coscienza delle proprie azioni. Dunque, non basta la semplice dimostrazione dell’attitudine all’alcolismo, ma è necessario che il donante fosse effettivamente incapace quando ha firmato il contratto.

Quanto sopra trova conferma nella giurisprudenza [1].

Se non ricorrono queste condizioni, l’unico modo per impugnare la donazione del genitore nei confronti di uno solo dei figli, a danno dell’altro, è di attendere la sua morte e agire con la cosiddetta «azione di riduzione della legittima»: se infatti vi è stata una violazione delle quote minime di eredità spettanti a legittimari (figli, coniuge, genitori) – appunto detta «legittima» – i soggetti lesi potranno ottenere la revoca delle donazioni fatte in vita dal soggetto defunto.

note

[1] Trib. Padova, sent. n. 2782/2014: «Nel giudizio avente a oggetto la richiesta di revoca della donazione disposta in vita dal donante per asserita incapacità di intendere e/o di volere dello stesso, il predetto stato di incapacità, in difetto di elementi ulteriori idonei a provare che al momento della stesura dell’atto il soggetto versasse in uno stato di incapacità, non può ritenersi provato con la sola produzione di documentazione medica attestante una diagnosi, in capo al donante, di etilismo cronico, cirrosi epatica e pancreatite cronica, anche a seguito di ricovero ospedaliero, ma non una situazione di compromessa capacità di intendere e/o di volere. L’incapacità di intendere o di volere rilevante ai fini dell’annullamento dell’atto ex art. 428 c.c. va, invero, accertata in riferimento al momento in cui gli atti sono stati compiuti. (Nel caso concreto non solo le allegazioni dell’attrice appaiono inadeguate a dimostrare che ella si trovasse, nel momento in cui sottoscriveva gli atti di donazione, in una situazione di compromessa incapacità di intendere e/o di volere, non essendo a tal fine sufficiente una situazione di alcolismo cronico, ma al contrario la deposizione del notaio rogante, avente il compito di indagare la volontà delle parti, dimostra chiaramente la piena consapevolezza dell’attrice nel compimento degli atti di donazione dei quali ha chiesto la revoca)».

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