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Lo sai che? Se l’azienda ti chiede se sei soddisfatto del tuo rendimento

Lo sai che? Pubblicato il 2 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 maggio 2017

L’azienda non può controllare la produttività dei propri dipendenti: per cui la domanda retorica del datore di lavoro è volta a ottenere un’auto denuncia.

L’azienda non può controllare la qualità della prestazione e il rendimento dei propri dipendenti. Tutti sanno, infatti, che sistemi di controllo a distanza – come la videosorveglianza o le “spie” sui telefoni – sono vietate dallo statuto dei lavoratori nonostante le recenti aperture del job act.

I soli controlli consentiti dentro il luogo di lavoro sono quelli volti a preservare il patrimonio aziendale e la produzione: si pensi alla telecamera puntata su un macchinario pericoloso o nei corridoi dell’azienda per prevenire furti o altri comportamenti illeciti.

Così, non sono pochi i datori di lavoro che, pur conoscendo il rendimento e la qualità della prestazione dei propri dipendenti, non possono contestarla apertamente. Dovrebbero altrimenti ammettere che, in un modo o nell’altro, sono riusciti a esercitare un illegittimo controllo sull’operato dei lavoratori. Così, per superare l’ostacolo, mirano a provocare un’auto denuncia del dipendente stesso. Come? La tecnica è purtroppo ormai rodata e, specie nei call center, si sostanzia in un colloquio tra lavoratore e superiore.

Chiamato “a rapporto” dal capo del personale, il lavoratore si sente chiedere, anche con tono confidenziale e collaborativo, se è soddisfatto del proprio rendimento e quanto è riuscito a realizzare in termini di crescita e di mansioni svolte. Seppur conosce già la realtà dei fatti, il superiore non può dichiararlo apertamente perché sarebbe come ammettere l’esercizio del controllo a distanza. Così è lo stesso dipendente a riconoscere eventuali limiti e inefficienze.

È chiaro che qualsiasi contestazione nei confronti dei lavoratori può svolgersi solo sulla base di un regolare procedimento disciplinare, i cui addebiti devono però essere dimostrabili dal datore di lavoro. L’ammissione del dipendente avvenuta “in camera caritatis” non è utilizzabile nei suoi confronti.

Il punto però non è tanto la minaccia di licenziamento: per quanto appena detto, infatti, il provvedimento potrebbe ben essere impugnato, in un successivo momento, davanti al giudice. In verità, tutta la messa in scena è volta a ottenere le dimissioni del dipendente, situazione certo non conveniente a quest’ultimo che, così facendo, rinuncerebbe anche alla Naspi oltre che al posto. In alcuni casi, poi, si sconfina nel penale, quando al lavoratore – che ha riconosciuto tacitamente la propria inadeguatezza – lo si mette davanti alla prospettiva di accettare il licenziamento concordato” con il datore e prendere almeno la disoccupazione (leggi: Farsi licenziare per la disoccupazione: cosa si rischia?).


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