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Se offendo il datore su Facebook ma non può vedere il post può licenziarmi?

21 maggio 2017


Se offendo il datore su Facebook ma non può vedere il post può licenziarmi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 maggio 2017



Licenziata: ho commentato un post su Fb di una ex-collega. Il post non era pubblico e non era reso visibile al datore di lavoro. Ha violato la privacy dato che mi hanno contestato proprio questo?

Il lavoratore è tenuto, nel corso del rapporto con l’azienda, al rispetto di precisi obblighi. Tali sono, precisamente, l’obbligo di obbedienza, di riservatezza e di fedeltà. L’obbligo di fedeltà, in particolare, riveste notevole importanza, in quanto è proprio sulla fiducia nei confronti del dipendente che si fonda il rapporto di lavoro. La lesione del rapporto di fiducia è alla base infatti del licenziamento per giusta causa, ritenendosi impossibile, in mancanza di tale elemento, la prosecuzione anche provvisoria del rapporto tra le parti [1].

La pubblicazione su Facebook di commenti diffamatori nei confronti dell’azienda può quindi costituire violazione dell’obbligo di fedeltà, oltre che condotta penalmente rilevante. Il datore, venuto a conoscenza del giudizio negativo espresso dal dipendente, potrebbe, infatti, perdere la fiducia nei confronti del lavoratore. La violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del dipendente e la perdita di fiducia da parte del datore possono, quindi, ben giustificare un licenziamento per giusta causa. Il commento diffamatorio del lavoratore, infatti, lede l’immagine datoriale, facendone cattiva pubblicità ed è espressivo di un atteggiamento – giustificato o meno che sia – ostile nei confronti dell’azienda. La pubblicazione di commenti diffamatori senza restrizioni rappresenta ovviamente la forma più grave di violazione del dovere di fedeltà, senza dubbio sanzionabile. Tuttavia anche la scelta del dipendente di rendere visibile il post solo ad una cerchia ristretta di persone, non lo esime da censure e sanzioni: tutti coloro che accedono al profilo del lavoratore, infatti, possono sapere a chi indirettamente vanno riferiti i giudizi espressi, che dunque ledono in ogni caso l’immagine dell’impresa. La pubblicazione di un giudizio su social network, infatti, lo rende necessariamente pubblico, anche se viene impostata una visibilità limitata dello stesso: i social network sono, infatti, un servizio della società dell’informazione, per loro natura pubblici – anche quando assoggettati a restrizioni – e non possono essere quindi paragonati, ad esempio, ad un diario privato [2].

La lettura dei commenti in essi contenuti, anche da parte di soggetti esclusi dalla relativa visibilità, non viola pertanto la riservatezza del loro autore, trattandosi di giudizi comunque pubblicati su una piattaforma destinata all’accesso da parte di un numero indefinito di persone. Su un caso analogo a quello di specie, si è di recente pronunciato il Tribunale di Milano, affermando che deve ritenersi sussistente la giusta causa di licenziamento inflitto al dipendente che sul suo profilo di un noto social network pubblica fotografie scattate durante l’orario di lavoro corredate da giudizi offensivi nei confronti del datore dovendosi ritenere che, essendo dette immagini, accessibili a chiunque e, in ogni caso, a tutta la cerchia delle conoscenze più o meno strette del lavoratore, ciascuno era perfettamente in grado di sapere che l’espressione di discredito era riferita alla società datrice .

Conseguentemente, con riguardo alla vicenda che riguarda la lettrice, ritengo che la pubblicazione da parte sua su Facebook di un commento negativo nei confronti dell’azienda, sebbene non indicante riferimenti diretti al nome dell’impresa e/o del titolare e sebbene visibile solo agli amici, debba considerarsi condotta che viola il dovere di fedeltà e che potenzialmente potrebbe ledere l’immagine aziendale. Il licenziamento per giusta causa intimatole si può considerarsi legittimo, sia nella sostanza, che nella forma. Esso, infatti – legittimo nella motivazione per le ragioni sopra esposte – dal punto di vista formale è stato intimato a seguito di tempestiva contestazione disciplinare, con indicazione precisa dei fatti addebitati e della condotta da tenuta. L’impugnazione del recesso datoriale sarebbe poco vantaggiosa ed una successiva azione giudiziaria nei confronti dell’azienda molto rischiosa.

Per completezza, la pubblicazione di commenti diffamatori su Facebook – pur senza indicazione precisa dei dati dei destinatari – può avere anche conseguenze penali. Tale condotta – se reca effettivamente un danno all’immagine aziendale – integra, infatti, il reato di diffamazione aggravata e ciò, come detto, anche se la vittima non è indicata col suo nome, cognome o denominazione (se trattasi di azienda), essendo sufficiente che sia identificabile o individuabile, anche da una cerchia ristretta di “amici” o appartenenti a una community.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini

note

[1] Art. 2119 cod. civ.

[2] Art. 1, par. 2, dir. 98/48/CE.

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