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Prelievi col bancomat col consenso di uno dei titolari del conto

3 maggio 2017


Prelievi col bancomat col consenso di uno dei titolari del conto

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 maggio 2017



Legittimo il prelievo del figlio col bancomat del padre sul conto cointestato alla moglie se c’è il consenso solo di quest’ultima.

Se il conto corrente è cointestato a due persone e una di queste autorizza un terzo soggetto a utilizzare il bancomat cosa può fare l’altro cointestatario? Immaginiamo un padre che ha il conto in comunione con la moglie. Ad un tratto l’uomo si accorge che il deposito in banca è stato prosciugato dal proprio figlio; nel chiedergli chiarimenti, il ragazzo, che ha agito all’insaputa del papà, sostiene di essere stato legittimato dalla madre, la quale gli ha dato la carta bancomat in suo possesso e i relativi codici. Che può fare il titolare del conto per tutelarsi? E la risposta della Cassazione è lapidaria [1]: nessuna conseguenza può subire chi ha eseguito prelievi col bancomat col consenso di uno dei titolari del conto. Da un punto di vista penale, quindi, non si configurano reati.

Diverso il discorso da un punto di vista civile dove però i rapporti restano confinanti ai due cointestatari del conto e non coinvolgono invece il terzo che ha prelevato il denaro con il consenso di uno solo dei cointestatari. Per stabilire cosa può fare il titolare del conto corrente bisogna distinguere a seconda di chi è il vero autore dei versamenti eseguiti sul conto che ne hanno alimentato la provvista:

  • il primo caso è quello del conto corrente cointestato ai due coniugi, ma alimentato solo dal reddito di uno dei due (ad esempio: il marito vi deposita il proprio stipendio). Di solito la cointestazione del conto viene eseguita, in questi casi, per garantire all’altro coniuge (ad esempio alla moglie) la possibilità di prelievi in autonomia (per provvedere alle spese quotidiane per la gestione della casa e per le altre incombenze). In tale situazione, chi ha prelevato gli importi senza autorizzazione (o li ha fatti prelevare a terzi soggetti) è tenuto a ricostituire la provvista. Infatti il conto cointestato si presume al 50% dei due titolari, salvo prova contraria. La banca resta comunque legittimata a consentire anche l’integrale prelievo del deposito a uno dei due cointestatari. Nell’esempio di poc’anzi, la moglie dovrà rifondere al marito tutti i soldi prelevati dal figlio senza l’autorizzazione del primo;
  • se il conto invece è alimentato dai risparmi di entrambi i titolari, chi preleva oltre la propria quota (ossia il 50%) deve rifondere l’altro degli importi eccendenti la sua parte (ossia ricostituire la metà della provvista).

Torniamo alla posizione del figlio che ha eseguito prelievi col bancomat col consenso di uno dei titolari del conto. Secondo la Cassazione non si configura alcun illecito, benché la legge [2] punisca a titolo di reato «Chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi». La sanzione consiste nella reclusione da 1 a 5 anni e con la multa da 600mila lire a 3 milioni di lire. Rileva infatti la circostanza di aver agito con il consenso all’utilizzo della carta, espressamente manifestato da uno dei due cointestatari del conto (cioè la madre). È invece irrilevante il «dissenso» espresso dal padre, risultato essere il primo titolare del conto.

note

[1] Cass. sent. n. 20678/17 del 2.05.2017.

[2] Dl n. 143/1991 art. 12.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 11 aprile – 2 maggio 2017, n. 20678
Presidente Fumu – Relatore Filippini

Ritenuto in fatto e diritto

1. Con sentenza in data 28.4.2016 la Corte di appello di Cagliari ha confermato la sentenza del GUP del Tribunale di Oristano del 4.2.2014 con la quale P. G. M. è stato condannato per il reato di indebito utilizzo di una carta bancomat; la Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto di appello, volte ad escludere la sussistenza del reato (essendo il prelievo stato effettuato con la carta bancomat intestata al padre dell’imputato, previo consenso fornito dalla madre cointestataria del conto) e comunque a ridurre la sanzione irrogata.
2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato, per mezzo del difensore, sollevando i seguenti motivi:
2.1. violazione di legge in relazione all’art. 12 D.L. 143/1991 poiché il fatto è stato compiuto in assenza del necessario dolo, trovandoci in presenza di un consenso all’utilizzo prestato dal contitolare del conto che, quand’anche non sia idoneo a scriminare ex se la condotta, comunque ha creato nell’imputato la legittima convinzione di agire con il consenso dell’avente diritto.
2.2. vizio della motivazione per contraddittorietà poiché si afferma che l’imputato abbia agito nonostante la consapevolezza del dissenso del padre rispetto al prelievo pur risultando tale elemento indimostrato.
2.3. vizio della motivazione per travisamento della prova e contraddittorietà nella parte in cui esclude la possibilità che la denuncia sia stata fatta dal padre dell’imputato senza previamente informare la moglie, pur trattandosi di evenienza affermata da quest’ultima e non contraddetta da alcunché.
2.4. violazione di legge per eccessività della pena irrogata, sproporzionate rispetto alla gravità del fatto.
3. Il primo motivo di ricorso appare fondato. Dal tenore della sentenza impugnata si evince che la Corte territoriale non ha potuto escludere con certezza la fondatezza della tesi difensiva, secondo la quale i prelievi di contante in questione sono stati effettuati da parte dell’imputato dietro esplicito consenso della madre, che ebbe a consegnargli la carta bancomat ed i relativi codici operativi. In tal senso milita evidentemente il rilievo della ordinaria effettuazione dei prelevamenti, impossibile senza la conoscenza dei dati predetti.
3.1. Ciò posto, si rileva che la fattispecie incriminatrice di causa punisce colui che “indebitamente” utilizza la carta bancomat, con ciò dimostrando di voler perseguire solamente le condotte di colui che non abbia il diritto di servirsene; di conseguenza, la fattispecie incriminatrice, sotto il profilo dell’elemento soggettivo, richiede, in capo all’agente, la consapevolezza della mancanza del diritto. E’ quindi evidente che, in una ipotesi nella quale ricorre, quanto meno sotto il profilo del ragionevole dubbio, l’evenienza che l’agente versi nella legittima convinzione della legittimità dell’utilizzo (per effetto del consenso espresso da chi pacificamente disponeva della tessera bancomat e dei relativi codici), la sussistenza della relativa esimente putativa possa essere riconosciuta.
4. Gli ulteriori profili di ricorso restano assorbiti; si impone dunque l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, non risultando superabile l’aspetto di incertezza probatoria sopra indicato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato. Sentenza a motivazione semplificata.

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