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Il parere del legale: Facebook e la diffamazione aggravata

11 ottobre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 ottobre 2012



Diffamazione su Facebook: si applica l’aggravante dell’uso della stampa, dell’uso della pubblicità o si tratta di reato semplice?

La sentenza del Tribunale di Livorno, di cui abbiamo parlato qua e che ha condannato per “diffamazione a mezzo stampa una ragazza che aveva offeso il proprio datore di lavoro su Facebook,  fa riflettere: innanzitutto perché equipara un sito web come Facebook alla “stampa” (circostanza che la Cassazione ha invece sempre escluso); in secondo luogo ci permette di riflettere sul fatto se l’aggravante del mezzo di pubblicità debba essere sempre applicata ai casi di diffamazione online, senza possibilità di esclusioni [1].

Tale aggravante si applica quando la frase dell’offensore può essere conosciuta da una cerchia indeterminata di persone, essendo il mezzo di espressione utilizzato è di “dominio pubblico” (ad esempio, nel caso di frasi diffamatorie tramite volantini o giornali). Ciò rende senza dubbio il comportamento del reo più grave, perché non è possibile alcun controllo sulla misura dell’offesa alla reputazione altrui.

I giudici della Cassazione hanno sempre applicato l’aggravante del mezzo pubblico al caso di diffamazione online, perché essa presenterebbe proprio questa caratteristica.

Si potrebbe pensare che, potendo Facebook rendere di dominio pubblico lo stato personale sulla bacheca dell’utente, attraverso l’utilizzo di un’apposita opzione, la frase diffamatoria comunicata solo agli amici faccia scattare la diffamazione semplice (non già quella aggravata): in tal caso, infatti, solo un numero determinato (il numero dei propri amici) di persone viene a conoscenza della frase.

Nel caso opposto in cui l’utente abbia impostato il messaggio personale come leggibile dal “pubblico”, si verificherebbe l’ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità.

In realtà, l’aggravante va applicata in ogni caso, perché sarebbe facile per l’utente rendere leggibile la frase solo ai propri amici, ma successivamente aumentare a dismisura e in modo scriteriato il numero stesso di questi ultimi. Egli renderebbe comunque di dominio pubblico la frase diffamatoria. Per prevenire l’uso di tale comodo espediente, ritengo che si debba sempre applicare l’aggravante in questione alla “diffamazione via Facebook”, essendovi sempre il pericolo che la notizia venga carpita da un numero indefinito di persone.

Inoltre, nel caso in cui la persona offesa sia nella nostra lista di amici, egli può considerarsi come una persona “presente”: e ciò fa sì che il reo non possa essere punito per diffamazione ma per inigiuria, salvo il caso in cui l’interessato, per i motivi più vari, non abbia in concreto letto il commento diffamatorio [2].

Riguardo alla sottile linea di confine tra ingiuria e diffamazione, è utile esemplificare i casi pratici che possono verificarsi, in modo da capire quando viene alla luce il reato di ingiuria e quando quello di diffamazione.

I) Tizio offende Caio. Sono presenti solo loro due: si verifica l’ingiuria ex articolo 594, 1° comma del codice penale.

II) Tizio offende Caio dinanzi a Sempronio (o a Sempronio insieme ad altre persone): si verifica l’ingiuria ex articolo 594, 1° comma, aggravata dall’ultimo comma del medesimo articolo.

III) Tizio offende Caio, ma Caio non è presente. Tuttavia è presente Sempronio: il caso è irrilevante penalmente (lecito).

IV) Tizio offende Caio, ma Caio non è presente. In compenso sono presenti Mevio e Sempronio (oppure Mevio, Sempronio e altri soggetti): diffamazione ex articolo 595 comma I.

V) Tizio parla con Caio e si lamenta in maniera offensiva di Sempronio, chiedendo a Caio di riferire questa cosa a Sempronio: ci verrebbe da dire che si tratti di diffamazione. In realtà si tratta di ingiuria, poiché siamo nella stessa situazione descritta dal numero II: l’offesa è percepita dall’interessato (poiché Caio gliela riferirà) e da Caio (poiché Tizio ha parlato con lui).

DOTT. FILIPPO LOMBARDI  (f.lombardi87@gmail.com)

note

[1] Art. 595 comma III c.p. L’aggravante del mezzo di pubblicità è contenuta nello stesso comma in cui è contenuta quella sulla diffamazione a mezzo stampa, perché in realtà si tratta di un’unica aggravante che può essere compiuta in modi diversi che condividono la maggiore lesività del comportamento.

[2] Art. 594 comma I c.p. (Reato di ingiuria).

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