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Lo sai che? Omessa dichiarazione dei redditi: come difendersi dal penale

Lo sai che? Pubblicato il 4 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 maggio 2017

Ai fini dell’evasione fiscale, nella determinazione del superamento della soglia per il reato, è necessario sottrarre ai ricavi i costi detraibili.

Per il lavoratore autonomo o il professionista la cui attività è particolarmente onerosa a causa degli alti costi connessi ad essa, è più difficile andare in carcere a seguito di omessa dichiarazione dei redditi. E questo perché, per determinare l’eventuale superamento della soglia di evasione oltre la quale scatta il penale, è necessario contrapporre ai ricavi i costi di esercizio detraibili. Dunque, le sole indagini della Guardia di Finanza con le quali viene determinato induttivamente il reddito del contribuente sono insufficienti ai fini della condanna per evasione fiscale se il calcolo del presunto reddito imponibile evaso non viene fatto al netto dei costi sostenuti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente e interessante sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

A seguito della riforma intervenuta l’anno scorso e alla conseguente depenalizzazione di molte fattispecie delittuose in ambito tributario (o meglio: si è trattato di un innalzamento delle soglie di punibilità) la mancata presentazione delle dichiarazioni dei redditi, Iva e anche del 770 costituisce reato e fa scattare il penale solo se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro (prima era 30mila euro). La sanzione è la reclusione da 1 a 3 anni.

Non bastano però solo le indagini della Finanza per determinare l’evasione fiscale. Infatti, dopo aver ricostruito la base imponibile evasa dal contribuente, è necessario anche sottrarre le spese sostenute per la professione. Ed è chiaro che tanto più queste sono elevate, tanto più si abbassa la soglia dell’evasione. Con conseguente allontanamento del reato.

Così, in caso di omessa dichiarazione dei redditi, per difendersi dal penale è sufficiente far rilevare le spese elevate che l’attività lavorativa comporta.

Per la determinazione del reddito evaso – chiarisce la Cassazione nella sentenza in commento – bisogna considerare anche gli elementi negativi del reddito, e cioè i costi sostenuti dal contribuente nello svolgimento della propria attività professionale. Non basta basarsi solo sull’accertamento della Guardia di Finanza, accertamento effettuato con metodo analitico-induttivo omettendo, nello stesso tempo, di considerare le spese detraibili sostenute per la produzione di tale reddito. Di essi bisogna tenere conto, anche in via presuntiva, nel corso dell’accertamento fiscale.

Non è pertanto valido l’accertamento analitico-induttivo svolto dalla Guardia di finanza a seguito della contestazione del reato di omessa dichiarazione dei redditi se non tiene in considerazione gli alti costi dovuti allo svolgimento dell’attività di lavoro autonomo, specie se dimostrati anche con un prospetto.

I giudici di legittimità hanno così precisato che per determinare l’ammontare dell’imposta evasa, fondamentale per verificare il superamento della soglia del “penale”, occorre contrapporre ai ricavi i costi di esercizio detraibili.

La Corte dà poi rilievo a un altro elemento fondamentale per escludere il reato: l’insussistenza di una esplicita volontà di evadere, comprovata dal fatto che le fatture emesse dal contribuente erano tutte soggette a ritenuta d’acconto, essendo inserite nel modello 770 presentato dai propri clienti (clienti quindi con partita Iva). Quindi l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, lungi dall’essere una volontà dell’imputato, era piuttosto il frutto di una negligenza del suo commercialista.

Occorre quindi verificare che sia esistita la concreta volontà del contribuente di sottrarsi ai propri obblighi fiscali.

note

[1] Cass. sent. n. 20897/17 del 3.05.2017.


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