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Lo sai che? Malato di Alzheimer: ci si può opporre alle dimissioni?

Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2017

Le cure dei malati di Alzheimer sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale, che non può minacciare le loro dimissioni.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha l’obbligo morale e giuridico di curare tutti i malati. Detto obbligo sussiste (a maggior ragione) quando il paziente sia colpito da patologie acute o croniche, tali da renderlo inguaribile o non autosufficiente.

È il caso dei malati di Alzheimer, i quali – soprattutto negli stadi avanzati della patologia – necessitano di cure costanti che richiedono personale specializzato e strumentazioni particolari.

Molte volte, infatti,  la natura “tecnica” (sia medica che infermieristica) delle cure necessarie per questi pazienti va al di là dell’affetto familiare e domestico, sicché la continua assistenza e sorveglianza impongono ineluttabilmente il loro ricovero e la  loro permanenza presso gli ospedali o le case di cura convenzionate.

Nonostante ciò, in alcune strutture sanitarie pubbliche si verificano spesso casi di dimissione forzata o di dirottamento al settore assistenziale di malati che, invece, necessiterebbero di continue e irrinunciabili cure sanitarie.

L’interrogativo che, a questo punto, potrebbe sorgere è il seguente.

I parenti del malato che sia ricoverato in ospedale o in case di cura convenzionate possono opporsi alle dimissioni?

La risposta è sì.

In base alla legge [1], infatti, il cittadino può sempre presentare osservazioni e contestazioni in materia di sanità, potendo – inoltre – opporre il proprio rifiuto alle dimissioni dall’ospedale o dalla casa di cura.

In particolare, i congiunti del malato o il malato stesso (se in grado di intendere e di volere) si possono opporre alle dimissioni quando:

  •  il paziente non sia in grado si badare a se stesso;
  •  il paziente sia ancora malato. E cioè quando, nonostante sia passata la “fase acuta” egli necessiti (attesa la cronicità della malattia) di ulteriori cure che non possono essere praticate a casa, ma effettuate solo da un esperto (infermiere o medico).

Il rifiuto delle dimissioni è inoltre opponibile:

  • quando il malato e i suoi congiunti non hanno denaro sufficiente per pagare il ricovero presso strutture private a pagamento;
  • quando i servizi domiciliari offerti dalla sanità (Asl) o dal Comune, non garantiscono un’assistenza completa, con la conseguenza che il malato rischi di rimanere solo per molte ore del giorno e della notte.

A tale ultimo proposito è bene sottolineare che – nell’interesse del paziente – talvolta ­­ possono ritenersi preferibili le c.d cure domiciliari. Spesso, però, le attenzioni dei familiari non bastano e l’assistenza di cui necessitano questi malati è tale da rendere impossibile o comunque estremamente pericolosa la loro permanenza a casa.

Vediamo perché.

Come scritto ad incipit del presente articolo, in base alle leggi vigenti, il Servizio Sanitario Nazionale è obbligato per legge a prendersi cura di tutti i malati. Di contro, i congiunti dei malati non sono obbligati a svolgere le attività di competenza del Ssn e, quindi, non hanno alcun obbligo giuridico di sostituirsi alla sanità.

Quanto detto comporta che, da un punto di vista giuridico, accettare le dimissioni da ospedali e da case di cura convenzionate di un malato cronico, non autosufficiente ed incapace di programmare il proprio futuro significa sottrarre volontariamente il paziente dalle competenze del Ssn.

Non solo: ciò comporta, in capo ai congiunti che accettino le dimissioni, l’assunzione di tutta una serie di responsabilità conseguenti alle cure che devono essere necessariamente fornite al malato.

Dette responsabilità hanno natura non solo economica, ma anche di rilievo penale.

Le responsabilità penali

Il parente che accetti le dimissioni di un malato incapace o non autosufficiente, sostituendosi alla sanità, si assume anche la responsabilità di prendersi cura del malato e di assisterlo – se necessario – 24 ore su 24.

Si tratta di situazioni non facilmente gestibili in ambito domestico. Tuttavia, una volta assunta la predetta responsabilità, qualora si infranga l’obbligo di continua cura ed assistenza, potrebbe configurarsi il reato di abbandono di persone incapaci previsto dal codice penale [2] e punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni.

Gli oneri economici

Accettare le dimissioni di un proprio congiunto significa inevitabilmente far gravare sul budget familiare gli oneri economici conseguenti alle cure che devono essere fornite al malato.

Di contro, nessun contributo economico può essere richiesto ai congiunti dei pazienti che, ricoverati presso le Ra o analoghi complessi, siano malati di Alzheimer o colpiti da altre patologie parimenti invalidanti.

Ed infatti, in base alla legge [3] ed alla più copiosa giurisprudenza sul punto [4], in tali ipotesi spetta al Servizio Sanitario Nazionale farsi carico di tutti i costi. A tal proposito leggi anche Alzheimer: ricovero e cure sanitarie gratuite.

In caso di prosecuzione del ricovero, quindi, nulla è dovuto dal paziente o dai parenti di quest’ultimo, né  la struttura sanitaria potrebbe minacciarne le dimissioni senza esporsi al rischio che vengano commessi dei reati.

Da un punto di vista prettamente pratico, per opporsi alle dimissioni da ospedali e da case di cura degli anziani malati cronici non autosufficienti e delle persone colpite dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenza senile è necessario inviare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno indirizzata al Direttore Generale dell’Asl di residenza del malato e (se del caso) al Direttore Generale dell’Asl in cui ha sede l’ospedale o la casa di cura.

Al riguardo si tenga a mente che, alla luce di tutto quanto detto e delle responsabilità (non solo economiche, ma anche penali) alle quali si va incontro, talvolta opporre il proprio rifiuto alle dimissioni di un malato di Alzheimer, potrebbe rappresentare non solo un diritto, ma anche un dovere per i congiunti.

E’ sempre possibile opporsi alle dimissioni da ospedali e da case di cura degli anziani malati cronici non autosufficienti e delle persone colpite dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenza senile.

A tal fine è necessario inviare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno indirizzata al Direttore Generale dell’Asl di residenza del malato e (se del caso) al Direttore Generale dell’Asl in cui ha sede l’ospedale o la casa di cura.

note

[1] In particolare,  l’articolo 41 della legge 12 febbraio 1968 n. 132 prevede che il cittadino possa presentare apposito ricorso in via amministrativa contro le dimissioni.
L’articolo 4 della legge 23 ottobre 1985 n. 595 e l’articolo 14, n. 5 del decreto legislativo 30 dicembre 1992 n. 502 consentono, inoltre, ai cittadini di presentare osservazioni e opposizioni in materia di sanità.

[2] Art. 591 cod. pen.

[3] Cfr. art. 30 della legge 730 del 1983 e successive modificazioni

[4] Cfr., ex multibus, Trib. Monza, sent. n. 617 del 1.3.2017; Trib. Verona, sent. n. 689 del 21.3.2016; Cass., sent. n. 2276 del 9.11.2016.


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