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Scuola privata: si può revocare l’iscrizione senza pagare la retta

7 maggio 2017


Scuola privata: si può revocare l’iscrizione senza pagare la retta

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 maggio 2017



Legittimo revocare l’iscrizione al figlio dalla scuola privata o all’asilo senza dover pagare la retta dell’intero anno.

 

Da oggi in poi i genitori potranno revocare l’iscrizione del proprio figlio dalla scuola privata senza pagare la retta per tutto l’anno. Questo è l’orientamento sposato l’altro ieri dalla Cassazione [1]. Difatti, una clausola di questo tipo deve considerarsi «vessatoria» (ossia particolarmente onerosa per il cliente che non ha partecipato alla formazione del contratto) e se, a margine di essa o a fondo del modulo di iscrizione, non c’è una seconda firma del papà o della mamma, non è valida. Risultato: il genitore che revoca l’iscrizione del figlio alla scuola privata non è tenuto a pagare la retta per la residua parte di mesi non sfruttati.

La vicenda riguarda l’iscrizione di un bambino a una scuola materna privata; i genitori avevano preferito, a metà dell’anno, iscrivere il figlio a un’altra scuola, ma si erano rifiutati di pagare le residue mensilità come invece il modulo di iscrizione prevedeva. La società che gestiva l’asilo notificava così ai due un decreto ingiuntivo. Ma la richiesta di pagamento è stata ritenuta dai giudici illegittima. Questo perché è contraria al codice del consumo [2] la clausola che impone ai genitori di restare obbligati al pagamento della retta alla scuola privata anche per il periodo in cui l’iscrizione è stata revocata.

Secondo la Cassazione, chi si interfaccia con un consumatore, come appunto la scuola privata o l’asilo, può prevedere, nel contratto, il diritto a ottenere il pagamento anche per prestazioni non fornite (come il corrispettivo per le mensilità successive alla cancellazione dell’iscrizione); tuttavia, tale clausola si deve considerare vessatoria e quindi necessita di una specifica approvazione da parte del consumatore, con una ulteriore firma.

Si presumono vessatorie – ricordano i giudici supremi – tutte quelle clausole che riconoscono, come nel caso in esame, solo al professionista e non anche al consumatore la possibilità di recedere dal contratto e di trattenere la somma versata. È quindi vessatoria anche la clausola che sanziona il recesso dell’allievo, giustificato o meno da un motivo, perché integra di fatto una clausola penale che non grava anche sul professionista.

note

[1] Cass. sent. n. 10910/17 del 5.05.2017.

[2] Art. 33 cod. consumo: «Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto. 2. Si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di: a) escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di morte o danno alla persona del consumatore, risultante da un fatto o da un’omissione del professionista; b) escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista o di un’altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista; c) escludere o limitare l’opportunità da parte del consumatore della compensazione di un debito nei confronti del professionista con un credito vantato nei confronti di quest’ultimo; d) prevedere un impegno definitivo del consumatore mentre l’esecuzione della prestazione del professionista è subordinata ad una condizione il cui adempimento dipende unicamente dalla sua volontà; e) consentire al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore se quest’ultimo non conclude il contratto o recede da esso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest’ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere; f) imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente d’importo manifestamente eccessivo; g) riconoscere al solo professionista e non anche al consumatore la facoltà di recedere dal contratto, nonchè consentire al professionista di trattenere anche solo in parte la somma versata dal consumatore a titolo di corrispettivo per prestazioni non ancora adempiute, quando sia il professionista a recedere dal contratto; h) consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa; i) stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita proroga o rinnovazione; l) prevedere l’estensione dell’adesione del consumatore a clausole che non ha avuto la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto; m) consentire al professionista di modificare unilateralmente le clausole del contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso; n) stabilire che il prezzo dei beni o dei servizi sia determinato al momento della consegna o della prestazione; o) consentire al professionista di aumentare il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello originariamente convenuto; p) riservare al professionista il potere di accertare la conformità del bene venduto o del servizio prestato a quello previsto nel contratto o conferirgli il diritto esclusivo d’interpretare una clausola qualsiasi del contratto; q) limitare la responsabilità del professionista rispetto alle obbligazioni derivanti dai contratti stipulati in suo nome dai mandatari o subordinare l’adempimento delle suddette obbligazioni al rispetto di particolari formalità; r) limitare o escludere l’opponibilità dell’eccezione d’inadempimento da parte del consumatore; s) consentire al professionista di sostituire a sè un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, anche nel caso di preventivo consenso del consumatore, qualora risulti diminuita la tutela dei diritti di quest’ultimo; t) sancire a carico del consumatore decadenze, limitazioni della facoltà di opporre eccezioni, deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria, limitazioni all’adduzione di prove, inversioni o modificazioni dell’onere della prova, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi; u) stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore; v) prevedere l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo come subordinati ad una condizione sospensiva dipendente dalla mera volontà del professionista a fronte di un’obbligazione immediatamente efficace del consumatore. E’ fatto salvo il disposto dell’articolo 1355 del codice civile; v-ter) rendere eccessivamente difficile per il consumatore l’esperimento della procedura di risoluzione extragiudiziale delle controversie prevista dal titolo II-bis della parte V3. Se il contratto ha ad oggetto la prestazione di servizi finanziari a tempo indeterminato il professionista può, in deroga alle lettere h) e m) del comma 2: a) recedere, qualora vi sia un giustificato motivo, senza preavviso, dandone immediata comunicazione al consumatore; b) modificare, qualora sussista un giustificato motivo, le condizioni del contratto, preavvisando entro un congruo termine il consumatore, che ha diritto di recedere dal contratto. 4. Se il contratto ha ad oggetto la prestazione di servizi finanziari il professionista può modificare, senza preavviso, semprechè vi sia un giustificato motivo in deroga alle lettere n) e o) del comma 2, il tasso di interesse o l’importo di qualunque altro onere relativo alla prestazione finanziaria originariamente convenuti, dandone immediata comunicazione al consumatore che ha diritto di recedere dal contratto. 5. Le lettere h), m), n) e o) del comma 2 non si applicano ai contratti aventi ad oggetto valori mobiliari, strumenti finanziari ed altri prodotti o servizi il cui prezzo è collegato alle fluttuazioni di un corso e di un indice di borsa o di un tasso di mercato finanziario non controllato dal professionista, nonchè la compravendita di valuta estera, di assegni di viaggio o di vaglia postali internazionali emessi in valuta estera. 6. Le lettere n) e o) del comma 2 non si applicano alle clausole di indicizzazione dei prezzi, ove consentite dalla legge, a condizione che le modalità di variazione siano espressamente descritte».

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 30 gennaio – 5 maggio 2017, n. 10910
Presidente Di Amato – Relatore Pellecchia

Fatti di causa

1. Nel 2008, C.A.R. propose opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 832/07, con cui il Tribunale di Busto Arsizio le aveva ingiunto di corrispondere alla ACOF – Associazione Culturale O.F. la somma di Euro 3.400,00 oltre accessori, a titolo di pagamento della retta annuale per l’iscrizione del figlio P.R. alla scuola materna gestita dalla medesima ACOF.
Espose di aver iscritto il figlio, che già aveva frequentato il predetto istituto, nel gennaio del 2007, per l’anno scolastico 2007-2008, dopo aver ricevuto assicurazioni dal responsabile della struttura circa la possibilità di revoca dell’iscrizione prima che iniziassero le lezioni a settembre e la circostanza che, in una simile evenienza, la scuola avrebbe trattenuto solo la quota di iscrizione, pari ad Euro 280,00; di avere, il successivo settembre, effettivamente manifestato la volontà di revocare l’iscrizione alla ACOF, la quale le aveva però richiesto il pagamento dell’intera retta annuale.
Chiese quindi la revoca del decreto ingiuntivo opposto, invocando l’applicazione della disciplina a tutela dei consumatori e deducendo la vessatorietà di alcune clausole contrattuali perché determinanti un significativo squilibrio tra consumatore e professionista.
In subordine, chiese la riduzione dell’ammontare del corrispettivo eventualmente dovuto, dichiarando anche la compensazione, in tutto o in parte, con l’importo della quota di iscrizione già versata. In via incidentale, previo accertamento della legittimità del recesso, chiese la restituzione della stessa quota di iscrizione.
Si costituì la creditrice opposta, contestando le deduzioni avversarie e chiedendo il rigetto dell’opposizione e della domanda riconvenzionale.
Il Tribunale di Burso Arsizio, con la sentenza n. 137/2010, respinse tutti i motivi di opposizione al decreto ingiuntivo. In particolare, affermò la non vessatorietà della clausola che prevedeva, nel caso di abbandono o non frequenza della scuola, l’obbligo del genitore contraente di corrispondere l’intera retta, ritenendo che il riconoscimento a favore del professionista del diritto di trattenere somme versate a titolo di corrispettivo per prestazioni non erogate assume carattere vessatorio solo in caso di recesso dello stesso professionista, e non quando, come nella fattispecie, è il consumatore a recedere.
Inoltre, accolse la domanda riconvenzionale di restituzione della quota di iscrizione formulata dalla C. , ritenendo la clausola nulla per violazione dell’art. 33, co. 2, lett. e).
2. La sentenza è stata riformata dalla Corte di Appello di Milano, con la sentenza n. 2056/2014, del 4 giugno 2014. Diversamente dal giudice di primo grado, la Corte ha ritenuto che la clausola contrattuale che stabilisce in capo al genitore contraente l’obbligo di corrispondere l’intera retta nel caso di abbandono o non frequenza della scuola (la quale non sarebbe stata oggetto di trattativa individuale, come si desumerebbe dalla sua intonsa trascrizione sul modulo predisposto dalla ACOF) sarebbe invalida in relazione all’art. 33, comma 3, lett. g) del Codice del Consumo, soprattutto se confrontata con la successiva clausola, che contemplerebbe la possibilità per l’ACOF di sottrarsi all’obbligo di rendere le proprie prestazioni nel caso di mancato raggiungimento del numero idoneo per la formazione delle classi.
Il raggiungimento di un determinato numero minimo di iscrizioni, infatti, non sarebbe una condizione oggettiva della prestazione perché, oltre ad essere impossibile per l’altro contraente verificarne la sussistenza, in mancanza, non si realizzerebbe una materiale impossibilità di offrire le prestazioni promesse. L’unico effetto sarebbe il venir meno del presupposto perché l’istituto sia riconosciuto come paritario, circostanza che non sarebbe di alcun interesse per la C. , avendo ella, in origine, scelto l’Acof non per tale qualifica, ma per altri motivi.
La Corte ha invece disatteso gli altri motivi di doglianza proposti dalla C. circa la supposta mancanza di conoscenza del regolamento, la mancata considerazione di una testimonianza e la asserita incompetenza territoriale del Tribunale di Busto Arsizio. Ha inoltre rigettato l’appello incidentale proposto dalla Acof relativamente alla condanna alla restituzione della quota di iscrizione.
3. Avverso tale decisione, propone ricorso in Cassazione la Acof, sulla base di tre motivi. Ha depositato anche memoria.
3.1. Resiste con controricorso la signora C.A.R. , la quale formula anche ricorso incidentale condizionato, basato su tre motivi.

Ragioni della decisione

4.1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce “violazione o falsa applicazione degli artt. 1353 e segg. c.c. in relazione all’art. 1373 c.c.” e “contraddittoria motivazione della sentenza ex art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione alla clausola 8 del contratto”.
La clausola contrattuale che, secondo la Corte di Appello, consentirebbe alla Acof di recedere dal contratto avrebbe in realtà il carattere di condizione sospensiva, collegata ad un obbligo imposto alla stessa Acof dalla legge.
Al momento dell’inizio dell’anno scolastico, la condizione sospensiva si era avverata e il contratto aveva acquistato efficacia ex tunc. Dopo tale momento nessun recesso era consentito, né al consumatore né al professionista. Non sarebbe sussistente, quindi, alcuno squilibrio sinallagmatico tra le posizioni delle parti da correggere con la ritenuta presunzione di vessatorietà della clausola.
Il motivo è inammissibile, per la parte in cui censura la motivazione della sentenza impugnata, non risultando rispettati i limiti con cui tale vizio può essere fatto valere a seguito della riforma dell’art. 360 n. 5 c.p.c..
Relativamente alla parte in cui la ricorrente censura la violazione di legge, il motivo è invece infondato.
La sentenza, infatti, non è stata adeguatamente censurata poiché la ricorrente deduce la violazione di legge sul presupposto che la clausola detti una condizione e non censura la diversa interpretazione della clausola data dalla sentenza.
La Corte milanese infatti ha ritenuto applicabile alla fattispecie la presunzione di vessatorietà di cui all’art. 33, lett. g, del Codice del consumo, secondo cui, si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto o per effetto di riconoscere al solo professionista e non anche al consumatore la facoltà di recedere dal contratto, nonché di consentire al professionista di trattenere anche solo in parte la somma versata dal consumatore a titolo di corrispettivo per prestazioni non ancora adempiute, quando sia il professionista a recedere dal contratto.
Già in passato, questa Corte ha riconosciuto la natura presuntivamente vessatoria della clausola contrattuale che sanziona indiscriminatamente il recesso dell’allievo, assistito o meno da un giustificato motivo, per di più quando, come nel caso, la somma dovuta dall’allievo nel caso di recesso – che viene sostanzialmente ad integrare una penale – non trovi riscontro in analoga sanzione a carico del professionista” (Cass. civ. Sez. III, Sent., 17-03-2010, n. 6481).
Infatti, una simile clausola riserva implicitamente al professionista – che, in applicazione dei principi generali in materia contrattuale, risponde solo nel caso di recesso colpevole – un trattamento differenziato e migliore, in contrasto, tra l’altro, con l’art. 1469 bis c.c., n. 7 (oggi corrispondente alla lettera g) dell’art. 33 del Codice del Consumo).
4.2. Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta la “violazione o falsa applicazione della normativa statale in materia di scuole paritarie (D.Lgs. 16.04.1994, n. 297; L. 10.3.2000, n. 62; L. 3.02.2006, n. 27).
Insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza ex art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione alla circolare n. 74 del 21.12.2006 MIUR).
La Corte di appello avrebbe erroneamente individuato l’istituto a cui la C. aveva iscritto il figlio come asilo. In realtà, si trattava di scuola materna, che pur non essendo obbligatoria, a differenza del nido è inserita nel sistema scolastico educativo nazionale.
Inoltre, il giudice di secondo grado avrebbe errato a ritenere che la qualifica di scuola paritaria della Acof non aveva avuto rilevanza nella scelta della C. di iscrivere il proprio figlio a quell’istituto, tanto che anche l’altro istituto cui in seguito aveva iscritto il minore possedeva tale qualifica.
Inoltre, la Corte milanese avrebbe dovuto applicare alla fattispecie la suddetta circolare ministeriale, che detta norme per le iscrizioni per l’anno scolastico 2007/2008.
Il motivo, inammissibile nella parte in cui denuncia il vizio motivazionale, per le stesse ragioni indicate nel precedente motivo, risulta pure per il resto inammissibile perché non spiega in che modo la corretta applicazione della normativa statale in materia scuole paritarie avrebbe influito sulla decisione, modificandone l’esito.
Al riguardo, è stato ripetutamente affermato da questa Corte il principio secondo cui, quando nel ricorso per cassazione è denunziata violazione o falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni, intese motivatamente a dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbono ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla dottrina e dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis, Cass. civ. Sez. VI – 5 Ordinanza, 15/01/2015, n. 635; Cass. civ. Sez. III, 16/01/2007, n. 828).
4.3. Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia “omessa motivazione della sentenza in relazione agli artt. 116 e 356 c.p.c. e all’istruttoria di primo grado, disattesa totalmente dalla Corte di merito”, e “insufficiente motivazione della sentenza ex art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione alla ritenuta esclusione di trattativa e non applicazione dell’art. 34, 4 co. D.lgs. 206/2005.
La Corte di Appello, nel motivare sul punto della ritenuta inapplicabilità dell’art. 34, comma 4, Codice del Consumo, il quale esclude la vessatorietà delle clausole che siano state oggetto di trattativa individuale, avrebbe del tutto disatteso, senza fornire alcuna motivazione, le risultanze dell’istruttoria svolta in primo grado, dalla quale era invece emerso che la signora C. aveva avuto modo di trattare le condizioni contrattuali, compresa la clausola in esame, come del resto ammesso dalla stessa resistente, che aveva dedotto l’avvenuto svolgimento di una specifica trattativa sul punto.
Il motivo è inammissibile sia perché non ha rispettato i limiti di deducibilità del vizio motivazionale imposti dalla nuova formulazione dell’art. 360, comma 6, n. 5 c.p.c. sia per difetto di autosufficienza.
Infatti, il ricorrente che, con il ricorso per cassazione, denunci il difetto di motivazione sulla valutazione di risultanze probatorie, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova trascurate o erroneamente interpretate dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la Suprema Corte deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass. civ. Sez. V, 25/03/2016, n. 5984).
5. Il rigetto del ricorso principale rende superfluo l’esame del ricorso incidentale condizionato che rimane assorbito.
6. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, decidendo sui ricorsi riuniti, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale. Condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese del presente giudizio a favore della controricorrente C.A.R. che liquida in complessivi Euro 1700,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

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