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Lo sai che? Come portare soldi in Italia senza tasse?

Lo sai che? Pubblicato il 17 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 maggio 2017

Sono nata in Belgio da genitori belgi e sono diventata italiana per matrimonio. La casa paterna sarà venduta. Come faccio a portare questo gruzzolo in Italia senza farmi mangiare tutto dallo Stato?

La successione del padre della lettrice si è aperta all’estero e, dunque, il problema rappresentato riguarda l’eventuale tassazione in Italia del netto ricavato dalla vendita dell’immobile già oggetto di successione.

Al riguardo occorre premettere che la ricchezza detenuta all’estero e trasferita in Italia non sconta in quest’ultimo Paese una tassazione autonoma come reddito vero e proprio: è stata, infatti, abolita la norma che prevedeva una ritenuta alla fonte pari al 20% sulle somme trasferite in Italia e provenienti dall’estero [1].

Ciò a cui, invece, è tenuto il cittadino italiano possessore di beni o somme di denaro situati all’estero è di dichiarare ogni anno, nel modello Unico e precisamente nel quadro Rw, di essere possessore di questi ultimi. In mancanza di dichiarazione, infatti, si è passibili di una sanzione, il cui ammontare varia dall’1% fino al 40% del valore della ricchezza detenuta all’estero, che si applica in aggiunta alle normali imposte dovute sulle attività detenute all’estero, in particolare l’Ivie, in caso di beni immobili, e l’Ivafe applicabile invece ai prodotti finanziari.

Pertanto, un problema fiscale inerente il possesso, ad oggi, di una quota sull’immobile ereditario e, un domani, del controvalore della stessa derivante dalla vendita all’asta del bene, si porrebbe nel caso in cui, dal 2007 ad oggi, non abbia dichiarato il possesso di tale ricchezza nel modello Unico e non già all’atto dell’eventuale trasferimento in Italia del ricavato della vendita dell’immobile. Le conseguenze della mancata dichiarazione avrebbero potuto essere contenute mediante l’adesione al procedimento di “voluntary disclosure”, ossia una volontaria emersione tramite autodichiarazione della ricchezza detenuta all’estero e non dichiarata in Italia. I termini per aderire al suddetto procedimento tuttavia, che avrebbe comportato una riduzione delle sanzioni eventualmente dovute, sono scaduti, quindi, allo stato, non è consentito alla lettrice aderire a questa forma di emersione dell’imponibile.

Peraltro, al momento attuale le forme di accertamento legate alla mancata dichiarazione in Italia di beni o ricchezza detenuta all’estero non sono ancora iniziate, mentre è allo studio del Governo la conferma della procedura di voluntary disclosure a regime, senza quindi più termini di scadenza per potervi aderire.

In conclusione quindi e venendo a possibili suggerimenti in un’ottica di risparmio fiscale, allo stato attuale, la strada maggiormente consigliabile è quella di attendere la definizione della divisione giudiziale mantenendo l’eventuale ricavato della vendita dell’immobile all’estero. Eventualmente, ove si rendesse necessario trasferire il capitale in Italia una volta entrati in possesso dello stesso, si potrà valutare il rientro del medesimo sfruttando le norme sulla circolazione del capitale all’interno della Ue, che consentono di attraversare le frontiere con un massimo di 10.000 euro in contanti [2]. Si dovrà poi aver cura, una volta in Italia, di procedere al versamento degli stessi in conto corrente rispettando le norme antiriciclaggio e quindi a non più di 3.000 euro alla volta.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Enrico Braiato

note

[1] L. n. 89 del 23.06.2014.

[2] D.lgs. n. 195 del 19.11.2008.


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