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Lo sai che? Cosa rischio se incasso la pensione di una persona defunta

Lo sai che? Pubblicato il 7 maggio 2017

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Pensione intestata al defunto: per la truffa si rischia il penale anche in caso di bonifico diretto sul conto.

È illegittimo incassare la pensione di una persona defunta, facendo finta di niente e lasciando che l’accredito della mensilità, da parte dell’Inps, finisca periodicamente sul conto del familiare passato a miglior vita. In questi casi, infatti, si rischia il penale se non si interrompe il corso dei bonifici o, peggio, se si va alle poste e si ritira la pensione in contanti. Di tanto purtroppo sono piene le cronache dei giornali che, non poche volte, hanno smascherato la truffa ai danni dello Stato. In realtà per far scattare l’illecito penale basterebbe anche una sola mensilità, senza possibilità di giustificarsi sostenendo che non c’è stato il tempo necessario per l’invio della comunicazione del decesso all’Istituto di Previdenza. Se l’accredito della pensione dovesse comunque giungere prima che gli eredi compiano le dovute formalità, questi sono tenuti a restituire l’importo all’Inps, evitando così una sicura incriminazione.

Il reato scatta anche se la pensione viene accreditata sul conto corrente cointestato a un’altra persona, verosimilmente a un familiare autorizzato al prelievo senza obbligo di doppia firma (cointestazione senza obbligo di doppia firma), ipotesi tutt’altro che infrequente.

Chi incassa la pensione di anzianità di una persona defunta rischia dunque un procedimento penale. Se l’Inps infatti si accorge che il titolare della pensione è ormai morto (anche se da poco) e che di tanto non è stato informato l’Ente di Previdenza al solo scopo di non interrompere i bonifici bancari della pensione accreditati mensilmente sul conto corrente del pensionato deceduto, è tenuto a denunciare i colpevoli alla Procura della Repubblica affinché venga aperto il fascicolo penale. Le indagini però possono essere condotte – come spesso succede – anche dalla Guardia di Finanza.

In buona sostanza l’erede che incassa la pensione di una persona defunta rischia una denuncia per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato [1]; l’accusa consiste nell’aver omesso di comunicare il decesso del de cuius, continuando a percepirne indebitamente la pensione.

Tale è, del resto, l’orientamento di numerosi tribunali, ivi compresa la Suprema Corte. Secondo la Cassazione [2], integra la fattispecie criminosa di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (e non quella di truffa aggravata) il comportamento di chi incassa la pensione di pertinenza di soggetto deceduto, conseguita dal cointestatario del medesimo conto corrente su cui confluivano i ratei della pensione, che ometta di comunicare all’Ente previdenziale il decesso del pensionato. Orientamento quest’ultimo condiviso anche dall’Ufficio delle Indagini Preliminari di S. Maria Capua Vetere [3].

In passato la Corte aveva ritenuto che il reato configurabile in questi casi fosse quello di truffa aggravata. Si è detto infatti che è configurabile il reato di truffa aggravata nella condotta di chi, essendo contitolare, unitamente ad un congiunto beneficiario di trattamento pensionistico, di un conto corrente bancario nel quale l’ente erogatore provveda a far periodicamente accreditare i ratei della pensione, ometta di segnalare al medesimo ente l’intervenuto decesso del suddetto congiunto, così continuando a fruire indebitamente degli accrediti disposti in suo favore [4].

Nel caso invece in cui la condotta di una persona sia volta a ottenere una pensione di invalidità che non gli spetta ricorre il reato di truffa. Secondo la Cassazione [5], integra il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche la condotta di chi ottenga fraudolentemente l’erogazione della pensione di invalidità e dell’indennità di accompagnamento sulla base di una patologia (nella specie, asseritamente importante la cecità assoluta) in realtà insussistente.

note

[1] Art. 316-ter cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 48820/2013.

[3] Ufficio Indagini Preliminari S. Maria Capua Vetere, provv. n. 610/2014.

[4] Cass. sent. n. 17688/2004.

[5] Cass. sent. n. 49402/2012.

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Cassazione penale, sez. II, 23/10/2013, (ud. 23/10/2013, dep.05/12/2013), n. 48820

CONSIDERATO IN FATTO

B.S.:

Ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Genova in data 27.02.2013 confermativa della decisione del Tribunale della stessa città che l’aveva condannata per il reato ex art. 640 c.p., comma 2, perchè, con il raggiro e l’artificio consistito nel tacere il decesso della madre T.C.R. intervenuto in data (OMISSIS), in qualità di cointestataria del c/c su cui era versata la pensione della madre, induceva in errore l’INPS, procurandosi così l’ingiusto profitto relativo ai ratei di pensione corrisposti in favore della deceduta con danno per l’ente previdenziale.

MOTIVI ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) c) e).

1)-Violazione di legge per avere ritenuto il reato ex art. 640 c.p., comma 2, anzichè quello ex art. 316-ter CP che ricorreva nella specie atteso che il mero silenzio osservato specie dalla ricorrente non integrava gli artifici e raggiri ex art. 640 c.p.;

– Il reato contestato non ricorreva attesa la mancanza del rapporto di causalità ex art. 40 c.p., in quanto l’evento non era conseguenza dell’attività o della omissione dell’imputata che, per altro, non aveva alcun obbligo di impedire l’evento avvisando l’INPS del decesso;

-Invero, a parere della ricorrente, l’INPS si sarebbe indotta a versare i ratei di pensione in forza di una autonoma determinazione ed in assenza di un comportamento fraudolento della ricorrente;

al riguardo cita la Giurisprudenza anche di questa sezione: Cass. Pen. 08.02.2011 n. 21000:

CHIEDE l’annullamento della sentenza impugnata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

3.1)-La sentenza impugnata è incorsa in violazione di legge e va, pertanto, annullata per avere ignorato il consolidato principio, espresso anche da questa Sezione ed applicabile alla specie, per il quale: “integra la fattispecie di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e non di truffa aggravata, per assenza di un comportamento fraudolento in aggiunta al mero silenzio, la condotta di colui che, percependo periodicamente l’indennità di disoccupazione prevista per legge, ometta di comunicare all’Istituto erogante (Inps) l’avvenuta stipula di un contratto di lavoro subordinato e conseguente assunzione, così continuando a percepire, indebitamente, la detta indennità”. Cassazione penale, sez. 2, 08/02/2011, n. 21000. – La condotta descritta dal richiamato art. 316 ter c.p., si distingue dalla figura delineata dall’art. 640 bis c.p. per le modalità, giacchè si caratterizza per l’assenza di induzione in errore. Cassazione penale, sez. 2, 08/02/2011, n. 21000. – Ai fini della distinzione tra il reato di cui all’art. 316 ter c.p., (indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato) e quello di cui all’art. 640 bis c.p., (truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche), quello che essenzialmente rileva è l’elemento costituito dalla induzione in errore, assente nel primo di detti reati e presente, invece, nel secondo, Cassazione penale, sez. 3, 01/12/2011, n. 2382.

La sussistenza, dunque, della induzione in errore, da un lato, e la natura fraudolenta della condotta, dall’altro, non possono che formare oggetto di una disamina da condurre caso per caso, alla stregua di tutte le circostanze che caratterizzano la vicenda in concreto: in termini SSUU le quali con la sentenza n 16568/2007 riv 235962, hanno proprio affermato che “…. l’ambito di applicabilità dell’art. 316 ter c.p., si riduce così a situazioni del tutto marginali, come quelle del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l’autore della disposizione patrimoniale”.

3.2) – Orbene, applicando i suddetti principi alla concreta fattispecie in esame, deve concludersi per la fondatezza del ricorso riguardo alla corretta qualificazione giuridica del fatto.

-Infatti, la Corte territoriale ha ritenuto la ricorrenza del reato di truffa combinando gli elementi del silenzio e della condotta antidoverosa della mancata comunicazione del decesso all’INPS. Tale motivazione è, però, censurabile in quanto la Corte territoriale ha ritenuto che un semplice comportamento omissivo costituisca, di per sè, un artificio o raggiro, senza considerare che quel comportamento diventa sussumibile nell’ipotesi delittuosa della truffa solo ove presenti un “quid pluris” che lo caratterizzi è qualifichi come un comportamento di natura fraudolenta.

3.3) – Il ricorrente non ha posto in dubbio la ricostruzione fattuale contenuta nella sentenza impugnata, censurando esclusivamente la qualificazione giuridica come compiuta dalla Corte di appello, ovvero la mancanza del rapporto di causalità ex art. 40 c.p..

-Esclusa la fondatezza di quest’ultima deduzione, èssendo pacificò che l’evento dannoso è stato determinato dal silenzio serbato dall’agente, ed essendo pacifici gli elementi fattuali della fattispecie, la sentenza va annullata relativamente alla qualificazione giuridica del fatto, da individuarsi nell’ipotesi di cui all’art. 316 ter c.p., con rinvio degli atti alla Corte di appello di Genova per la rideterminazione della pena, con rigetto – nel resto – del ricorso.

3.4)-Trattandosi di annullamento parziale ed in applicazione del disposto dell’art. 624 c.p.p. -, deve precisarsi che resta passata in cosa giudicata l’affermazione di responsabilità della ricorrente riguardo al reato ex art. 316 ter c.p., sicchè, il rinvio ai fini della rideterminazione della pena non avrà effetto sul decorso della prescrizione del reato; prescrizione ormai cristallizzata alla data odierna non essendo il reato prescritto neppure in questa fase.

Va ricordato in proposito il principio espresso in tema di truffa in danno degli enti previdenziali per ricezione di indebite prestazioni di emolumenti e previdenze maturate periodicamente, laddove si è precisato che in tali casi non si configura un reato permanente nè un reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì un reato a Consumazione prolungata, giacchè il soggetto agente sin dall’inizio ha la volontà di realizzare un evento destinato a protrarsi nel tempo.

In tali casi il momento consumativo, e il “dies a quo” del termine, coincidono con la cessazione dei pagamenti, perdurando il reato – ed il danno addirittura incrementandosi – fino a quando non vengano interrotte le riscossioni. Cassazione penale, sez. 2, 03/03/2005, n. 11026.

3.5) – Conclusivamente possono formularsi i seguenti principi di diritto:

“L’indebita percezione di ratei della pensione di pertinenza di soggetto – ormai deceduto – conseguita dal cointestatario del medesimo conto corrente che omette di comunicare all’Ente previdenziale il decesso del pensionato integra l’ipotesi criminosa dell’art. 316 ter c.p..

Il reato ex art. 316 ter c.p., si consuma quando l’agente consegue la disponibilità concreta dell’erogazione, sicchè nel caso di erogazioni protratte nel tempo, il momento consumativo del reato ed il termine da prendere in esame ai fini della prescrizione, coincide con la cessazione dei pagamenti”.

P.Q.M.

Qualificato il fatto ex art. 316 ter c.p., annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Genova per la rideterminazione della pena; rigetta nel resto.

Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2013.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2013


Ufficio Indagini preliminari S.Maria Capua V., 21/07/2014, (ud. 27/06/2014, dep.21/07/2014), n. 610

INDEBITA PERCEZIONE DI EROGAZIONI PUBBLICHE (art. 316-ter c.p.)

Intestazione

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Pubblico Ministero esercitava l’azione penale nei confronti di Ro. Gi. con richiesta di rinvio a giudizio.

Veniva quindi fissata l’udienza preliminare per il giorno 11.4.2014; in tale data il difensore munito di procura speciale chiedeva la definizione del giudizio nelle forme del rito abbreviato. Il giudice ammetteva il rito prescelto e rinviava per la discussione.

All’odierna udienza l’imputato chiedeva di rendere spontanee dichiarazioni; si dava, quindi, corso alla discussione, all’esito della quale le parti rassegnavano le conclusioni sopra trascritte e questo giudice emetteva la presente sentenza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero, tutti valutabili ai fini del decidere poiché non viziati da profili di inutilizzabilità patologica, è da ritenersi provata la condotta di cui all’imputazione.

E’ emerso, nel corso delle indagini espletate, che la posizione pensionistica relativa a Gr. Fi., benché la stessa fosse deceduta in data … omissis …, sia stata attiva fino al mese di novembre 2012 mediante accredito diretto sul c/c postale n. … omissis … acceso presso le Poste Italiane – agenzia di Sessa Aurunca.

Il predetto conto corrente risultava movimentato anche nei mesi successivi al decesso della titolare con prelievi effettuati a mezzo postamat e direttamente allo sportello (v. estratti conto in atti).

Escusso a s.i.t. in data 23.4.2013, il direttore dell’Ufficio Postale di Sessa Aurunca, An. di Ru., spiegava che i prelievi possono essere eseguiti da tutti gli sportelli automatici fino ad un massimo di 600,00 euro; i prelievi per importi superiori possono essere effettuati solo allo sportello dal titolare del conto o da un suo delegato; quanto al prelievo di euro 3000,00 eseguito il 5.10.2010 (dunque successivamente alla morte della Gr.), risultante dagli estratti conto, lo stesso poteva pertanto essere stato effettuato esclusivamente presso lo sportello dall’odierno imputato, figlio della Gr. ed unico delegato, previa sua identificazione allo sportello.

In sede di spontanee dichiarazioni rese, l’imputato ha invero ammesso di aver effettuato personalmente il prelievo in contanti, ma ha negato di aver effettuato anche gli ulteriori prelievi a mezzo postamat e soprattutto di essere a conoscenza del fatto che la pensione venisse ancora accreditata sul conto corrente. A sostegno della propria versione dei fatti, ha sostenuto:

-che la madre era solita affidare la carta postamat a diverse persone (altri familiari, badante) per effettuare il prelievo e quindi di non sapere chi fosse rimasto in possesso della carta dopo la sua morte;

-di essere convinto che fosse stato l’Ospedale, dove la madre era deceduta, a dare comunicazione ai vari Enti dell’evento: la madre era, infatti, titolare di altra pensione di accompagnamento ed invalidità, la quale era stata immediatamente sospesa dopo la morte;

-di aver effettivamente effettuato il prelievo in contanti per far fronte ad alcune spese successorie, ma di aver nuovamente versato sul conto, appena pochi giorni dopo, la somma di euro 1.600, ovvero il residuo che non aveva poi impiegato per sostenere le predette spese.

Ebbene, la versione dell’imputato, benché suggestiva, non appare per nulla convincente.

Innanzi tutto, occorre rilevare che le circostanze dedotte non sono state in alcun modo documentate dalla difesa.

Appare, poi, quantomai inverosimile ritenere che l’imputato, recatosi in banca qualche mese dopo la morte della madre almeno in due occasioni (avendo effettuato dapprima un prelievo e poi un versamento di somme di danaro) non si sia in alcun modo preoccupato di effettuare un estratto conto (anche semplicemente per verificarne il saldo) e dunque non si sia avveduto che la pensione continuava ad essere accreditata sul conto.

Risulta, inoltre, altrettanto inverosimile ritenere che per oltre due anni il Ru. non solo non abbia chiuso il conto, ma, pur essendo evidentemente ben a conoscenza dell’esistenza di una carta postamat abitualmente utilizzata per i prelievi, non si sia mai preoccupato di verificare chi fosse in possesso della carta e, in caso di mancato rinvenimento della stessa, di denunciarne lo smarrimento all’Ufficio Postale o quantomeno di verificarne il mancato utilizzo mediante un estratto conto (ciò vieppiù ove si consideri che il Ru. era certamente a conoscenza dell’esistenza di un saldo attivo, avendo egli stesso versato la somma di euro 1.600).

Tali valutazioni consentono senz’altro di attribuire al Ro. (quantomeno a titolo di concorso con altri) il complesso delle movimentazioni effettuate sul conto corrente della madre deceduta e pertanto il prelievo delle somme di danaro versate a titolo di pensione dopo il suo decesso: né del resto l’imputato, professandosi innocente, ha saputo fornire delle indicazioni precise su chi potesse essere alternativamente responsabile.

L’imputato ha così indebitamente riscosso una somma pari complessivamente ad € 16.638,19. L’intenzionalità della condotta è certamente confermata dal lungo periodo di riscossione della pensione non dovuta (oltre due anni), con sistematici prelievi sul conto corrente che aveva quale unica entrata proprio il versamento del trattamento pensionistico della madre.

Alla luce della precedente ricostruzione delle emergenze probatorie può essere affermata oltre ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità del prevenuto in ordine ai fatti ascrittigli.

Quanto alla qualificazione giuridica dei fatti, si contesta all’imputato il delitto di truffa aggravata.

Occorre però rilevare che tale qualificazione appare conforme ad un orientamento giurisprudenziale in via di superamento.

In fattispecie assolutamente analoga a quella odierna, era stato infatti ritenuto che, al fine della configurazione del reato, integrasse la condotta di raggiro anche il silenzio sul verificarsi sopravvenuto di un evento il quale costituisce il presupposto del permanere di un’obbligazione pecuniaria a carattere periodico: si era infatti ritenuto che il silenzio, di chi sia in concreto beneficiario, seppure indiretto, della prestazione medesima, fosse attivamente orientato a trarre in inganno il debitore sul permanere della causa dell’obbligazione (Cass. pen. Sez. 6, Sentenza n. 17688/2004 Rv. 228604: nel caso posto all’attenzione della S.C., veniva ritenuta un raggiro l’omessa comunicazione all’INPS del decesso della titolare della pensione, da parte del figlio, contitolare del conto nel quale veniva accreditato l’assegno pensionistico, che si era procurato così l’ingiusto profitto, con pari danno dell’INPS, dei ratei di pensione che l’ente previdenziale, indotto in inganno sull’esistenza in vita della beneficiaria, aveva continuato a corrispondere).

Tale orientamento, però, pare superato alla luce di più recenti assesti giurisprudenziali: in particolare, si è ritenuto che integri la fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter cod. pen. e non quella di truffa aggravata l’indebita percezione della pensione di pertinenza di soggetto deceduto, conseguita dal cointestatario del medesimo conto corrente su cui confluivano i ratei della pensione, che ometta di comunicare all’Ente previdenziale il decesso del pensionato (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 48820 del 23/10/2013, Rv. 257430).

In motivazione la Corte ha ritenuto che il giudice di merito fosse incorso in violazione di legge per avere ignorato il consolidato principio per il quale: “integra la fattispecie di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e non di truffa aggravata, per assenza di un comportamento fraudolento in aggiunta al mero silenzio, la condotta di colui che, percependo periodicamente l’indennità di disoccupazione prevista per legge, ometta di comunicare all’Istituto erogante (Inps) l’avvenuta stipula di un contratto di lavoro subordinato e conseguente assunzione, così continuando a percepire, indebitamente, la detta indennità” (Cassazione penale, sez. II, 08/02/2011, n. 21000).

Ha osservato la S.C. che la condotta descritta dal richiamato art. 316 ter c.p. si distingue dalla figura delineata dall’art. 640 bis c.p. per le modalità, giacché si caratterizza per l’assenza di induzione in errore (Cassazione penale, sez. II, 08/02/2011, n. 21000). Ai fini della distinzione tra il reato di cui all’art. 316 ter c.p. (indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato) e quello di cui all’art. 640 bis c.p. (truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche), quello che essenzialmente rileva è l’elemento costituito dalla induzione in errore, assente nel primo di detti reati e presente, invece, nel secondo (Cassazione penale, sez. III, 01/12/2011, n. 2382). La sussistenza, dunque, della induzione in errore, da un lato, e la natura fraudolenta della condotta, dall’altro, non possono che formare oggetto di una disamina da condurre caso per caso, alla stregua di tutte le circostanze che caratterizzano la vicenda in concreto: in termini SSUU le quali con la sentenza n. 16568/2007 riv 235962, hanno proprio affermato che “…. l’ambito di applicabilità dell’art. 316 ter c.p. si riduce così a situazioni del tutto marginali, come quelle del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l’autore della disposizione patrimoniale”. Quindi, applicando i suddetti principi alla concreta fattispecie posta alla sua attenzione, la S.C. ha concluso nel senso della fondatezza del ricorso, poiché la Corte territoriale aveva ritenuto (in modo censurabile) la ricorrenza del reato di truffa combinando gli elementi del silenzio e della condotta antidoverosa della mancata comunicazione del decesso all’INPS, così sostenendo che un semplice comportamento omissivo possa costituire, di per sé, un artificio o raggiro, senza considerare che quel comportamento diventa sussumibile nell’ipotesi delittuosa della truffa solo ove presenti un “quid pluris” che lo caratterizzi e qualifichi come un comportamento di natura fraudolenta.

Ebbene, ritenendo di dover condividere l’orientamento da ultimo espresso dalla S.C., che si attaglia senz’altro al caso di specie (pure caratterizzato da un mero comportamento omissivo dell’imputato), il fatto contestato va qualificato ai sensi dell’art. 316 ter c.p.

Passando dunque al trattamento sanzionatorio, si ritiene che all’imputato non possano essere concesse le circostanze attenuanti generiche, in considerazione del lungo arco temporale di commissione delle condotte (oltre due anni), cessate solo a seguito dei controlli subiti, con conseguente percezione di una notevole somma di danaro.

Tra gli episodi contestati va opportunamente riconosciuta, invero, la continuazione ex art. 81 c.p. in quanto commessi in esecuzione di un evidente medesimo disegno criminoso.

Pertanto, valutati i criteri di cui all’art. 133 c.p., si reputa congrua la pena finale di anni uno di reclusione, così determinata: pena base anni uno mesi sei di reclusione, ridotta per la scelta del rito alla pena finale indicata.

Sussistono i presupposti per la concessione della sospensione condizionale della pena, trattandosi di soggetto sostanzialmente incensurato.

Segue, ope legis, la condanna al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Visti gli artt. 438 e ss., 533 e 535 c.p.p.,

dichiara Ro. Gi. responsabile del reato a lui ascritto, qualificato ai sensi dell’art. 316 ter c.p. e pertanto, applicata la diminuente per il rito prescelto, lo condanna alla pena di anni uno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali. Pena Sospesa.

Fissa in giorni quaranta il termine per il deposito della motivazione.

Santa Maria Capua Vetere 27.6.2014

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 21 LUG. 2014.

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