Diritto e Fisco | Articoli

Ustioni da lampada: il titolare del solarium risarcisce?

7 Maggio 2017


Ustioni da lampada: il titolare del solarium risarcisce?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 Maggio 2017



Il cliente di un centro estetico, ustionato da una lampada solare, ha diritto al risarcimento per i danni alla pelle.  

Se dopo essere stato in un centro estetico e aver usufruito di un trattamento di lampade abbronzanti hai notato delle evidenti macchie sulla pelle, e ciò è dipeso non da un problema della tua epidermide ma da un non corretto funzionamento delle macchine utilizzate, hai diritto ad essere risarcito dal titolare del solarium. Secondo infatti una recente sentenza del Tribunale di Salerno [1], il centro benessere, in quanto gestisce un’attività potenzialmente pericolosa per la salute della propria clientela, deve garantire la sicurezza degli strumenti usati per i trattamenti estetici. Pertanto il cliente che, dopo una seduta abbronzante, riporta ustioni da lampada solare ha diritto a ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti alla pelle.

La vicenda

La vicenda nasce dalla disavventura di una donna che, dopo aver fatto qualche lampada, riportava una serie di ustioni di primo grado con congiuntivite, che la stessa attribuiva al titolare del centro estetico per non aver adoperato le precauzioni necessarie ad evitare l’accaduto. Il Tribunale, dopo aver accertato la responsabilità dell’azienda, condannava quest’ultima a un risarcimento danni pari a duemila euro.

Scottature da lampada: cosa prevede la legge

Come abbiamo appena precisato, per la giurisprudenza l’esercizio di attività come quella del solarium è da considerarsi «pericolosa» ossia potenzialmente nociva se non vengono adottate le opportune cautele. Per questo il codice civile detta una norma [2] applicabile nel caso di ustioni e scottature da lampada solare e a tutte le altre attività pericolose. La disposizione recita nel seguente modo:

«Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno».

Di conseguenza, il tribunale ha affermato che chi «gestisce apparecchi per uso estetico ed utilizza prodotti cosmetici è titolare di una posizione di garanzia, a tutela dell’incolumità di chi si sottopone ai trattamenti».

Si tratta di una responsabilità oggettiva, che scatta cioè a prescindere dalla malafede o dalla colpa dell’esercente. In buona sostanza, per il semplice fatto di utilizzare, nella propria attività, macchinari di questo tipo, si è sempre responsabili – in qualità di garanti – nei confronti della propria clientela. Non ci si può giustificare, pertanto, scaricando la colpa sul produttore dell’apparecchio o sulla ditta che non ha eseguito una corretta manutenzione.

Il gestore di un centro benessere ha, pertanto, una doppia responsabilità, sia per la custodia delle apparecchiature [3] che per l’esercizio di una attività pericolosa [2].

Già la Cassazione aveva in passato precisato [4] che, per riconoscere la responsabilità dell’estetista, occorre accertare che quest’ultimo abbia mancato di effettuare la doverosa verifica sulla non pericolosità dei prodotti usati o sul regolare funzionamento della lampada.

Chiaramente il cliente deve dimostrare che il danno riportato non è un semplice rossore al volto, ma una vera e propria lesione permanente sulla pelle; e che tale lesione è dipesa unicamente dalla lampada e non da altre cause esterne.

Dal canto suo l’estetista, titolare del solarium, non può limitarsi a mettere a disposizione del proprio cliente la lampada, lasciando che sia quest’ultimo a valutare la propria tolleranza ai raggi UVA. Egli ricopre una posizione di garanzia ed è tenuto, pertanto, a un’accurata verifica dello stato di salute di quest’ultimo, valutando correttamente gli eventuali rischi legati alla terapia estetica. Ciò è stato, peraltro, sostenuto dalla Corte d’Appello L’Aquila [5].

Inoltre, il titolare del centro deve rispondere di ogni danno derivato al cliente, anche se causato dai propri dipendenti.

È infine tenuto a risarcire il cliente che riporti delle lesioni a seguito dell’utilizzo domiciliare di uno strumento come, ad esempio, quello per l’epilazione a luce pulsata, acquistato nel centro estetico [6].

note

[1] Trib. Salerno, sent. n. 771/17 del 14.02.2017.

[2] Art. 2050 cod. civ.

[3] Art. 2051 cod. civ.

[4] Cass. sent. 22835/2015.

[5] C. d’Appello L’Aquila sent. n. 48/2015.

[6] Trib. Treviso, sent. n. 1315/2013.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI SALERNO – SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Giudice dr.ssa Rosa Sergio, in funzione di giudice monocratico, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di secondo grado iscritta al n. 2114/11 del ruolo generale dei procedimenti civili avente a oggetto “appello sentenza G.d.P. Salerno n. 4872/2010” e vertente

TRA

DE.AN., rappresentata e difesa, come da procura a margine dell’atto di appello, dall’avv. An.Ca., presso il cui studio elettivamente domicilia in Salerno alla via (…)

appellante E

Ce.Be., rappresentato e difeso dall’avv. Ma.Ca. come da procura a margine della comparsa di costituzione e risposta del giudizio di primo grado ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Salerno alla Via (…),

appellato E

  1. S.A., in persona del suo legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa, come da procura in calce alla copia notificata dell’atto di chiamata in causa, dall’avv. Gi.Al., elettivamente domiciliata presso il suo studio in Salerno alla via (…)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 12.1.2009 la sig.ra De.An. conveniva in giudizio, innanzi al G.d.P. di Salerno, il Ce.Be. per ottenere il risarcimento dei danni che assumeva subiti in conseguenza di un dannoso trattamento estetico facciale a mezzo lampada, eseguito in data 20.03.2008 nei locali del convenuto centro estetico che non avrebbe adottato le necessarie precauzioni.

Il Ce.Be. si costituiva in giudizio e chiedeva il rigetto della domanda assumendo che tutte le sedute estetiche erano eseguite “sotto il diretto controllo delle operatrici” e che, “allorquando l’addetta si avvide del lieve rossore sulla guancia dell’attrice, tempestivamente arrestava l’impianto”. Aggiungeva che la guancia risultava appena arrossata”, e non ustionata, e che “l’addetta nell’immediatezza utilizzava anche una lozione rinfrescante, mentolo specifico fornito dalla casa”; che, allorché il giorno successivo l’appellante si era presentata presso il Centro per chiedere gli estremi della polizza assicurativa, “si è potuto constatare che sulla guancia ….solo con notevole sforzo si intravedeva un lievissimo rossore (dovuto per lo più all’effetto abbronzante), circoscritto all’altezza della guancia”.

Con atto di citazione notificato il 16.5.2009 il Ce.Be. chiamava in causa, ai sensi dell’art. 106 c.p.c. e 269 c.p.c., la Compagnia di assicurazione Zu. S.A. che si costituiva in giudizio e chiedeva il rigetto della domanda attrice assumendone la totale infondatezza.

Con la sentenza n. 4872/2010, emessa in data 25.10.2010, il Giudice di Pace di Salerno rigettava la domanda, rilevando che andavano condivise le riserve formulate in comparsa conclusionale dalla Zu. S.A. in ordine alla mancata o insufficiente prova sull’an, ex art. 2697 co. 1 c.c.

Avverso la sentenza proponeva appello la sig.ra De.An. con atto di citazione notificato alle controparti il 17.02.2011 e 16.02.2011. appellata

L’appellante chiedeva la riforma della sentenza, con vittoria di spese, riproponendo le medesime circostanze di fatto rappresentate in primo grado e contestando la decisione del Giudice di Pace per i seguenti motivi:

1)per aver il G.d.P., dopo aver escusso il teste di parte attrice e dopo aver rinviato la causa per la precisazione delle conclusioni, implicitamente revocato la detta ordinanza e fissato la nuova udienza per prosieguo prova per consentire l’audizione del teste di controparte; l’appellante assumeva che il giudice non poteva e non doveva revocare l’ordinanza suddetta.

2)per difetto ed illogicità della motivazione ed erronea interpretazione delle risultanze istruttorie, assumendo che il primo giudice aveva travisato il significato e il contenuto delle prove testimoniali raccolte nel giudizio.

L’appellante concludeva per la riforma della sentenza appellata, con riconoscimento della totale ed esclusiva responsabilità del Ce.Be. per non aver adottato nell’esercizio dei propri compiti le precauzioni necessarie per evitare l’evento dannoso e condanna della controparte al pagamento della somma di Euro 2.500,00 o quella maggiore o minore che l’On. Tribunale adito ritenesse idonea, oltre interessi e rivalutazione monetaria “die calamitatis”, con vittoria delle spese processuali del primo e secondo grado di giudizio.

La Zu. S.A. si costituiva in giudizio impugnando il gravame, del quale chiedeva il rigetto.

Riteneva infondato il primo motivo di gravame, relativo alla revoca dell’ordinanza effettuata dal G.d.P. in sede di precisazione delle conclusioni, assumendo che ai sensi dell’art. 177 c.p.c. le ordinanze possono essere sempre modificate o revocate dal giudice che le ha pronunciate.

Con riferimento al secondo motivo di appello l’appellato riteneva che il Giudice di prime cure avesse espresso una motivazione corretta e, in particolare, sosteneva che sussistevano molti dubbi sull’an debeatur e sul quantum, per mancanza di prova sul nesso di causalità.

Il Ce.Be. si costituiva in giudizio e chiedeva il rigetto dell’appello, del quale eccepiva anche l’improcedibilità e l’inammissibilità.

Il G.I., all’udienza dell’11.10.2012, conferiva incarico al c.t.u. dott. Br.D’U. per la valutazione delle lesioni dell’appellante.

Acquisita la relazione tecnica, la causa era rinviata per la precisazione delle conclusioni.

All’udienza del 12.10.2016, sulle conclusioni delle parti come rassegnate nel relativo verbale, la causa era trattenuta in decisione senza termini, sull’accordo delle parti medesime.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello e fonato e va accolto, per quanto di ragione, nonostante l’infondatezza del primo motivo concernente la pretesa irrevocabilità dell’ordinanza resa dal primo giudice in data 29.01.2010.

L’art. 177 c.p.c., applicabile alla fattispecie trattandosi di questioni relative alla revocabilità di un’ordinanza istruttoria, recita espressamente “salvo quanto disposto dal seguente comma, le ordinanze possono essere sempre modificate o revocate dal giudice che le ha pronunciate. Non sono modificabili né revocabili dal giudice che le ha pronunciate: 1) le ordinanze pronunciate sull’accordo delle parti, in materia della quale queste possono disporre …; 2) le ordinanze dichiarate espressamente non impugnabili dalla legge”.

Nel caso di specie, non siamo in presenza delle suddette ipotesi, giacché l’ordinanza revocata è di natura meramente ordinatoria: essa contiene mero rinvio per la precisazione delle conclusioni, non è stata pronunciata sull’accordo delle parti né è dichiarata espressamente non impugnabile dalla legge.

Il giudice di prime cure, pertanto, legittimamente ha proceduto alla revoca dell’ordinanza contestata. Nel merito, come anticipato, l’appello è fondato nei limiti di cui si va a dire.

L’appellante assume di essersi sottoposta, in data 20.03.2008, a trattamento estetico facciale a mezzo lampada UVA al prezzo di Euro 5,00 e che, nel corso del trattamento, aveva avvertito forti bruciori, sicché aveva richiamato l’attenzione dell’operatrice che, intervenuta, aveva spento la lampada. Aggiunge che, a seguito di tale evento, si era recata presso l’Ospedale Ru. in Salerno, dove le erano state diagnosticate “ustioni di primo grado sul viso e collo lato dx con blefarocongiuntivite occhio omolaterale da UVA”. Chiede, quindi, il risarcimento del danno per le lesioni patite in occasione dell’evento dannoso descritto, assumendo che il Centro benessere convenuto non aveva adottato le precauzioni necessarie ad evitarlo.

L’istruttoria espletata, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, fornisce prova sufficiente della fondatezza della domanda.

La prova testimoniale consente di affermare che effettivamente in data 20.03.2008 l’appellante ha eseguito il trattamento estetico facciale a mezzo lampada UVA nei locali del Centro Benessere convenuto. Tale circostanza, peraltro, non è contestata dal medesimo Centro Benessere.

La prova che nel corso del trattamento si sia verificato il piccolo incidente descritto dall’appellante è fornita dalla deposizione della teste Li.Ci., che ha riferito della situazione di sofferenza rappresentata dall’appellante nel corso del trattamento e dell’intervento del personale del centro; anche tale fatto è sostanzialmente confermato dalla difesa del Centro Benessere che ha riconosciuto che nel corso del trattamento la sig.ra De. presentava “un lieve rossore” che aveva determinato l’uso di lozione rinfrescante ed interruzione del trattamento, come affermato nella comparsa di costituzione del primo grado di giudizio, contenente contestuale chiamata in garanzia della Compagnia di Assicurazione.

Il successivo sviluppo della vicenda, con manifestazione dell’evidenza della lesione, è descritta dal teste Ci.Ge. il quale riferisce di aver provveduto, il giorno successivo, ad accompagnare l’appellante in ospedale – dove le venne rilasciato il referto di cui si dirà a breve – e, nel pomeriggio, presso il Centro Benessere. Il teste riferisce anche che, in tale ultima circostanza, una signora addetta al centro, probabilmente la titolare, aveva addebitato il fatto a problemi della lampada ed aveva offerto di nuovo una lozione rinfrescante da applicare sul viso.

Tutte queste circostanze trovano ulteriore conferma nelle dichiarazioni del teste presentato dal convenuto Centro Benessere, sig. Carlo Voto, il quale ha dichiarato: “Sono cliente e frequentatore del centro benessere e ricordo che in primavera di un paio di anni fa, una signora evidenziava un arrossamento al volto a seguito di una seduta di trattamento di lampada abbronzante” … “a seguito di quanto subito le fu praticato un trattamento consistente in un prodotto rinfrescante”… “il giorno successivo ero sempre presente in detto Centro Benessere (oltretutto abito nelle vicinanze) e ricordo che la sig.ra De. chiedeva la denominazione sociale della Compagnia Assicuratrice RC. alla quale aveva intenzione di rivolgersi”… “la titolare forni i dati … ricordo che tra le parti vi fu una richiesta in ordine all’assunzione o meno da parte della De. di antibiotici ritenuti incompatibili con il trattamento in essere”.

Il referto ospedaliero conferma, poi, che il “lieve rossore sulla guancia” provocato dal trattamento estetico integra, in medicina, ustione di 1 grado – e non di 2 grado – sul viso e collo lato destro, con “blefarocongiuntivite occhio omolaterale da UVA”, e costituisce, pertanto, “lesione”.

Nel corso del giudizio di secondo grado è stata espletata consulenza tecnica medico legale. Il c.t.u. ha così concluso: “c’è stato un nesso di causalità, sia qualitativo che quantitativo, tra la dinamica dell’incidente subito il 20.03.2008 presso il Centro Benessere Co. di Salerno e l’ustione di 2 grado subita al volto e al collo e con una lieve ripercussione flogistica temporanea anche all’occhio destro”. Il c.t.u. afferma che la sig.ra De. “si presenta in ottime condizioni generali, ben ossigenata ed idratata e con P.A. 130/80, F.C. 80 b/m. L’esame dei principali apparati non mostra segni patologici. Non cicatrici o discromie cutanee per il corpo”. Aggiunge: “per quanto riguarda l’esame del volto, del collo e della spalla dx, sedi di ustioni di II grado da raggi ultra violetti, non si segnala attualmente alcun esito cutaneo (neanche minimo dicromico) della suddetta ustione…” “non si segnala nulla neanche a carico dell’occhio dx, senza flogosi, lacrimazioni o fotofobia”. Il c.t.u. conclude che “non esistono danni permanenti e, quindi, nessun danno biologico anche estetico o algico al volto, al collo, alla spalla destra e senza alcuna patologia oculare residua”.

La consulenza tecnica conferma, dunque, il referto ospedaliero ed il nesso di causalità tra trattamento estetico e le ustioni refertate il giorno successivo presso l’ospedale di Salerno. Tali conclusioni sono da condividere in quante sorrette dalla corretta applicazione delle regole tecnico scientifiche che regolano la materia, fatta eccezione per la valutazione della gravità della lesione provocato dal trattamento abbronzante, per le ragioni che si vanno ad esporre in sede di liquidazione del danno.

Gli elementi esaminati attestano la sussistenza del fatto e il nesso di causalità tra il trattamento estetico e ustione di primo grado al viso e al collo, senza che rilevi l’ipotesi della pregressa assunzione di antibiotici, rimasta una mera astratta possibilità ventilata dal solo teste, che non ha trovato alcun tipo di riscontro.

Sulla base di dette risultanze è possibile affermare, dunque, la sussistenza del fatto, del nesso di causalità e della entità delle conseguenze, riassumibili in una malattia temporanea della durata che non può ritenersi protratta oltre i 30 giorni. Ciò in quanto deve ritenersi corretta la diagnosi di ustioni di primo grado effettuata dal Pronto Soccorso ospedaliero, frutto della diretta osservazione della paziente. Non può seguirsi sul punto il c.t.u., giacché egli parla di un’ustione di secondo grado senza averla direttamente verificata ed in contrasto con la documentazione sanitaria in atti, pure da lui esaminata. Deve condividersi, invece, la conclusione del c.t.u. in ordine alla non sussistenza di danni permanenti non risultando cicatrici o altri segni di sfiguramento del volto, del collo o di altre parti del corpo dell’appellante.

Sulla responsabilità del centro estetico appare opportuno precisare che colui che gestisce apparecchi per uso estetico ed utilizza prodotti cosmetici è titolare di una posizione di garanzia, ai sensi dell’art. 40, secondo comma, c. p., a tutela della incolumità di chi si sottopone ai trattamenti estetici; tale responsabilità è fondata sia sul principio del neminem laedere, sia, fuori dall’ipotesi del caso fortuito, sul disposto dell’art. 2051 cod. civ., in quanto custode delle stesse, sia sul disposto dell’art. 2050 cod. civ. quando l’uso di tali attrezzature e dei cosmetici possa dar luogo ad una attività qualificabile come pericolosa. Da ciò discende che l’omessa adozione di accorgimenti e cautele, idonee ad evitare o a ridurre il pregiudizio per l’incolumità fisica dell’utente costituisce violazione di un obbligo di protezione gravante su tale soggetto. Posto che l’attività estetica può rivelarsi attività pericolosa, in ragione dei rischi per l’integrità fisica in cui può incorrere chi vi si sottopone, deve affermarsi che la posizione di garanzia di cui il titolare o responsabile dell’attività è investito implichi la sicura imposizione di porre in atto quanto è possibile per impedire il verificarsi di eventi lesivi.

L’affermazione di responsabilità del Centro Benessere consegue, in sintesi, al mancato assolvimento dell’onere, gravante a suo carico, della prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno o comunque del caso fortuito.

Prima di passare alla liquidazione è opportuno precisare che il danno alla salute, che lamenta l’appellante, rientra nella nozione di danno biologico tutelato dagli art. 32 Cost. e 2059 c.c., con riferimento alle ipotesi di danno “non reddituale”, comprensive dei danni estetici; e che il danno estetico, quantunque la lesione sia localizzata nel viso, non può ricevere autonomo e/o aggiuntivo trattamento risarcitorio di natura patrimoniale quando l’alterazione estetica sia di modesta entità e non provochi alcuna deturpazione o sfiguramento del viso (cfr. Cass. Sent. 10848/2007, 12247/2007).

Appare opportuno, ai fini della liquidazione, precisare che: a) il referto ospedaliero del 21.03.2008 indica una prognosi complessiva di 7 giorni indicando un’ustione di 1° grado; b) i certificati ospedalieri indicano 35 giorni complessivi per la guarigione; c) il dermatologo dott. Marino, nella visita in data 29.07.2008, fa riferimento ad una cicatrice sul braccio destro non oggetto di giudizio in quanto non refertato in ospedale in data 21.03.2008; d) il c.t.u. fa riferimento ad un’ustione di gravità superiore considerandola di 2 grado, ma, invero, la diagnosi del pronto soccorso riferisce di lesioni di 1 grado a viso e collo non includendo, oltretutto, il braccio.

In conclusione, l’appellante va risarcita del danno subito per la durata della malattia, fissata come detto in complessivi giorni 35, di cui 2 per inabilità assoluta, 18 per inabilità al 50% e 15 per inabilità al 25%, oltre il danno non patrimonio, da riconoscersi in via equitativa, trattandosi di condotta integrante il reato di lesioni colpose.

Per la liquidazione del danno, da operarsi in via equitativa, può farsi riferimento alle Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano. Sulla base di queste, dunque, deve quantificarsi complessivamente il danno nella misura di Euro 2.000,00 liquidata all’attualità.

In conclusione, in riforma della sentenza impugnata, il Ce.Be., in persona del titolare Vi.Le., deve essere condannata a corrispondere dall’appellante la somma di Euro 2.000,00 oltre interessi legali, da calcolarsi dalla data di questa sentenza sino al soddisfo.

Alla soccombenza consegue l’obbligo della parte appellata di rimborsare alla parte attrice le spese del doppio grado di giudizio, che vengono liquidate come da dispositivo, sulla base degli atti, in mancanza di nota specifica, con attribuzione al procuratore che ha dichiarato di averle anticipate.

Tenuto conto della domanda di garanzia proposta dal Ce.Be. nei confronti della Compagnia di Assicurazioni e della certa sussistenza della copertura assicurativa, assolutamente non contestata tra le parti, deve condannarsi detta Compagnia di Assicurazioni a rimborsare al Centro Benessere appellato l’intero importo che dal medesimo sarà versato all’appellante.

Restano interamente compensate le spese relative al rapporto processuale tra le parti appellate. P.Q.M.

Il Tribunale di Salerno, in persona del Giudice dr.ssa Rosa Sergio in funzione di giudice monocratico, definitivamente pronunciando sull’appello proposto avverso la sentenza n. 4872/2010, emessa dal Giudice di Pace di Salerno il 25.10.2010, e depositata il 27.10.2010, da De.An., con atto di citazione notificato a Ce.Be. e ZU. S.A., in persona del legale rapp.te p.t. rispettivamente in data 17.02.2011 e 16.02.2011, respinta ogni altra istanza deduzione ed eccezione, così provvede:

1)Accoglie l’appello e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, condanna il Ce.Be. a corrispondere a De.An. la somma di Euro 2.000,00 oltre interessi legali, da calcolarsi dalla data di questa sentenza fino al soddisfo;

2)Condanna la medesima parte appellata a rimborsare all’appellante le spese del doppio grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 2.805,00 di cui Euro 1.205,00 per il primo grado ed Euro 1.600,00 per il secondo grado, oltre IVA, CPA e percentuale per spese generali, come per legge, con attribuzione al procuratore antistatario;

3)Condanna la Zu. S.A. a rimborsare al Ce.Be. le somme che saranno versate all’appellante per effetto della presente sentenza;

4)Dichiara interamente compensate tra gli appellati le spese relative al rapporto processuale scaturente dalla chiamata in garanzia. Così deciso in Salerno il 7 febbraio 2017.

Depositata in Cancelleria il 14 febbraio 2017.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI