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Si può rifiutare il test di paternità?

27 Mag 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Mag 2017



Negarsi al test del Dna equivale al riconoscimento della paternità. Con tutto ciò che comporta: il padre dovrà farsi carico del figlio. Con gli arretrati.

«Caro, ti ricordi di quella meravigliosa notte passata insieme all’insaputa dei nostri coniugi? Bene, sono incinta». Panico. Poi, risposta di lui alla difensiva (ma anche all’offensiva): «E chi mi dice che è mio?». C’è un solo modo per saperlo: il test di paternità. «Guarda che ormai ho deciso di lasciare mio marito ed il figlio ce lo cresciamo io e te». Doppio panico. «Non se ne parla proprio, insisto: chi mi dice che non sia di tuo marito?». Il test del Dna. E’ la prova regina. Lui, però, può rifiutare il test di paternità? Forse non gli conviene. Vediamo perché.

Che succede se si rifiuta il test di paternità

Conviene all’uomo rifiutare il test di paternità? Non proprio. Chi vive nel dubbio di avere fatto l’errore più clamoroso della sua vita e vuole evitare ulteriori pasticci negandosi all’esame del Dna si può trovare un’amara certezza per sentenza. Se un uomo si rifiuta di sottoporsi al test, il giudice può interpretare tale atteggiamento come un’ammissione tacita di responsabilità. Può pensare, insomma, che il presunto papà abbia qualcosa da nascondere (altrimenti, perché rifiutare il test?). E quindi può portare al magistrato a prendere quel rifiuto come un indizio sufficiente per riconoscere la paternità di quell’uomo.

E’ stata la Corte di Cassazione, con una sentenza tutto sommato recente [1], a pronunciarsi in tal senso sul caso di un uomo, citato per una dichiarazione giudiziale di paternità, che non si è presentato per ben due volte alle convocazioni del consulente tecnico d’ufficio (CTU). Si è così sottratto all’esame del Dna disposto dal giudice per ben due volte. Pertanto, i magistrati, sia in primo sia in secondo grado, hanno dichiarato la sua paternità giudiziale ponendo alla base della loro decisione il rifiuto a sottoporsi alle indagini del perito e la mancata contestazione di una relazione sessuale con la diretta interessata. In altre parole: «Non dico di non essere stato con lei, ma non ne voglio sapere nulla». Ai giudici non basta. Anzi.

L’orientamento della Cassazione

La Suprema Corte ha più volte ribadito che rifiutare il test di paternità in un giudizio equivale ad un comportamento liberamente valutabile da parte del giudice [2] che ha un valore indiziario da poter, anche da solo, consentire di dimostrare la fondatezza della domanda. Liberamente valutabile perché in Italia non c’è una legge che obbliga qualcuno a sottoporsi ad un test di paternità. Ma il discorso è sempre quello: se hai qualcosa da nascondere, vuol dire che sotto sotto c’è del vero. Almeno finché non mi dimostri il contrario.

Per evitare di arrivare a questo punto, il presunto padre chiamato in giudizio dovrebbe, innanzitutto, motivare con una ragione credibile il perché del suo rifiuto e, in secondo luogo, contestare categoricamente l’esistenza di un rapporto sessuale con la donna che lo chiama in causa. Possibilmente con il test del Dna. Ma se non lo vuole fare, mette sul vassoio di argento del giudice ogni possibile dubbio. Con tutte le conseguenze del caso.

Se il presunto padre è morto

Quanto detto in precedenza vale anche nel caso di morte del presunto padre. In questo caso, è possibile sottoporre anche gli stretti consanguinei ai test ematologici e, in caso di loro rifiuto, tale atteggiamento potrà essere valutato dal giudice in modo favorevole alla paternità del defunto. Gira e rigira, siamo sempre alle solite. Che i discendenti del presunto padre sospettassero che tipo era?

Anche in mancanza di consanguinei, il giudice potrà comunque provare la paternità naturale dall’analisi di altre circostanze, come il fatto che il figlio sia sempre stato trattato come tale dal presunto genitore o il fatto che la filiazione fosse nota ai più [3]. Se viveva in un piccolo paese dove tutti si conoscono, poi…

Che cosa comporta la sentenza di paternità

Rifiutare il test di paternità e portare un giudice a decidere per una filiazione naturale per sentenza equivale al riconoscimento volontario di un figlio. Quindi il presunto padre smette di essere «presunto» per diventare «padre» a tutti gli effetti e con tutte le conseguenze.

Dovrà, infatti, farsi carico degli obblighi di mantenimento, di istruzione e di educazione secondo le naturali inclinazioni ed aspirazioni del figlio, così come recita il codice civile [3]. Attenzione, però: gli obblighi hanno effetti, per così dire, retroattivi: scattano, infatti, dalla nascita del figlio e non dalla data in cui l’uomo è stato riconosciuto come padre biologico. Il che vuol dire che qualcuno (anzi, sarebbe meglio dire qualcuna) potrebbe chiedergli un po’ di arretrati.

note

[1] Cass. sent. n. 23296/2015.

[2] Ex art. 116, co. 2, cod. civ.

[3] Artt. 315-bis e 316-bis cod. civ.

Autore immagine: 123rf.com


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