HOME Articoli

Lo sai che? Per separarsi non c’è bisogno del consenso del coniuge

Lo sai che? Pubblicato il 7 maggio 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 7 maggio 2017

Separarsi è un diritto: il coniuge che, per circostanze sopravvenute non sopporta più la convivenza, può chiedere anche da solo la separazione al giudice.

Chi vuol separarsi dal marito o dalla moglie può farlo da solo, anche senza il consenso del coniuge, ma ovviamente col supporto del giudice. È sufficiente che si rechi in tribunale (assistito da un avvocato) e dichiari che la convivenza è diventata «intollerabile». L’intollerabilità può essere anche solo soggettiva, ossia può trattarsi di una percezione personale; non c’è bisogno che si tratti di una situazione «oggettivamente insostenibile», tale da impedire a chiunque di continuare a vivere sotto lo stesso tetto con l’altro coniuge, ma basta che tale sia la condizione per il ricorrente. E di ciò il giudice deve accontentarsi per emettere la sentenza di separazione. Quindi ci si può separare anche se l’altro non vuole o è ancora innamorato. Insomma, per separarsi non c’è bisogno del consenso del coniuge. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano con una recente sentenza [1]. Secondo il giudice, infatti, separarsi è un diritto individuale e non della coppia. Quindi è anche il singolo a poter dar vita al relativo procedimento, con o senza la volontà dell’altro. Ma procediamo con ordine.

Separarsi è un diritto

Non c’è bisogno che entrambi i coniugi “firmino” la separazione. Basta che a volerla sia uno solo di questi: è un suo diritto porre fine al matrimonio in qualsiasi momento e… “senza preavviso”. Se l’altro non vuole collaborare, l’unica conseguenza è che non si potrà procedere con la separazione consensuale, ma si dovrà procedere con una vera e propria causa di separazione.

La richiesta di separazione può contenere anche l’istanza per la dichiarazione di «addebito» a carico dell’altro coniuge: in questo caso il giudice imputa a quest’ultimo la colpa per la fine del matrimonio per aver violato i doveri coniugali (convivenza, fedeltà, assistenza morale e materiale, ecc.). Di tanto, ovviamente, bisogna dare dimostrazione al tribunale; pertanto il giudice è tenuto ad effettuare un’attenta analisi delle prove esibite da chi chiede la separazione con addebito. E ciò anche per le implicazioni che tale pronuncia comporta: la perdita dei diritti successori e della possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento.

Viceversa, se il ricorso per la separazione, presentato dal singolo coniuge senza l’accordo con l’altro, non contiene anche la richiesta di addebito, il giudice non è tenuto a valutare eventuali prove che dimostrino l’effettiva intollerabilità della convivenza. Basta, infatti – come anticipato in apertura – la percezione soggettiva che ha il richiedente della propria situazione familiare e dell’impossibilità di continuare a vivere con l’ex. Pertanto, il tribunale procede a dichiarare la separazione dei coniugi (senza addebito) anche senza una vera e propria attività istruttoria (ossia la fase del processo civile che serve per la raccolta, produzione e valutazione delle prove addotte della parti).

Come infatti chiarito dalla Cassazione a più riprese [2], quando si verifica una situazione di intollerabilità della convivenza anche rispetto ad un solo coniuge, quest’ultimo ha diritto a chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda costituisce esercizio di un suo diritto.

Separarsi senza il consenso del coniuge

Il matrimonio diventa insopportabile? Bene, la legge prevede che anche il singolo coniuge possa recarsi dal giudice a chiedere la separazione. Non occorre il consenso dell’altro.

Il giudice non ha bisogno di svolgere una vera e propria attività istruttoria. È sufficiente che verifichi che, allo stato attuale, in base ai fatti emersi e anche al comportamento processuale delle parti, il coniuge abbia maturato una sorta di distacco dal proprio compagno tale da rendere incompatibile la convivenza.

Nello specifico, i «comportamenti aggressivi» da parte del marito, probabilmente generati anche dall’abuso di sostanze alcoliche e «l’abbandono della casa familiare nel 2011», hanno dimostrato in modo inequivocabile che la convivenza per la donna era ormai da tempo divenuta intollerabile [3]. Inutile per il giudice ricorrere ad una specifica istruttoria per verificare se realmente la convivenza fosse divenuta insopportabile.

note

[1] Trib. Milano sent. n. 2253 del 23.02.2017.

[2] Cass. sent. n. 2183/2013.

[3] Art. 151 cod. civ.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI