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Lo sai che? Scherzi e rimproveri di colleghi: sono mobbing solo se continui

Lo sai che? Pubblicato il 8 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 maggio 2017

Stato di ansia del dipendente risarcito solo se le angherie dei colleghi di lavoro sono sistematiche e preordinate a umiliare.

Non è solo dal datore di lavoro che ci si deve difendere, ma anche dai colleghi che, spesso, sul lavoro, fanno di tutto per rendere insopportabile la giornata al vicino di scrivania. Antipatie, gelosie e competizioni diventano spesso il principale attrito all’interno dell’ufficio. Ma quando dalle semplici occhiate traverse e superbe si passa ai fatti, occorre trovare una soluzione legale. Ebbene: se gli scherzi, le angherie e i rimproveri dei colleghi di lavoro diventano continui e sistematici scatta il mobbing e il diritto al risarcimento per lo stato di ansia subito dal dipendente sul posto di lavoro. È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Se hai letto la nostra guida su Cos’è il mobbing saprai già che questa particolare forma di illecito, che riguarda il luogo di lavoro, non scatta necessariamente quando l’abuso viene perpetrato dal superiore gerarchico (come, ad esempio, il capo del personale o il dirigente) o dallo stesso datore. Il mobbing si può avere anche se le angherie sono realizzate dai colleghi (in tal caso si parlerà di mobbing orizzontale per distinguerlo dal mobbing verticale che è, invece, quello esercitato dai superiori). E il mobbing dei colleghi di ufficio non è meno grave delle altre forme, in quanto mina alla salute psicofisica del dipendente, contribuendo a rendergli insopportabile il luogo di lavoro, fino a degenerare in veri e propri stati patologici come l’ansia e le crisi di panico. Inevitabile il diritto al risarcimento del danno che deve essere riconosciuto dalla stessa azienda (benché gli illeciti siano posti dai suoi dipendenti) e ciò perché è quest’ultima, alla fine, tenuta a garantire sicurezza e salute dei lavoratori.

La sentenza in commento chiarisce proprio il confine tra il mobbing orizzontale e i semplici screzi sul lavoro. Il risarcimento per lo stato d’ansia può scattare solo se le angherie sono ripetute e non si limitano a sporadiche occasioni. Questo perché la caratteristica peculiare del mobbing è l’esistenza di un disegno persecutorio nei confronti del dipendente. Ci deve essere, cioè, un fine ultimo e comune a tutte le condotte ai danni del collega che deve essere quello di isolarlo, mortificarlo e svilirne la persona. Se invece gli episodi sono tra loro scollegati e marginali, vengono fatti rientrare nelle normali dinamiche che si creano di solito all’interno degli ambienti di lavoro. Per cui non si ha più diritto all’indennizzo, anche se il dipendente riesce a procurarsi un certificato medico di una struttura pubblica che attesta uno stato di ansia. Evidentemente la patologia riscontrata dai sanitari dipende da altro.

Il punto, però, è che in questi casi, il dipendente che vuol dimostrare al giudice l’esistenza di un fenomeno il mobbing orizzontale troverà sempre grosse difficoltà in ordine alla prova da fornire a sostegno delle proprie deduzioni. Difatti, dovendo agire contro i colleghi di lavoro e, in ultimo, contro i vertici dell’azienda, per comportamenti verificatisi in ufficio, non potrà che chiedere di testimoniare ad altri colleghi, i quali però – verosimilmente – potrebbero rifiutarsi per non subire la medesima fine. Si tenga peraltro conto che, nell’ambito del giudizio civile, la dichiarazione del ricorrente (la vittima del mobbing) non può valere come prova testimoniale a suo favore. Ecco perché, alla fine, il mobbing orizzontale difficilmente viene punito. Ed è proprio quello che è successo nel caso deciso dalla sentenza in commento. Nessuna delle persone sentite come testimoni ha riferito di «sistematici rimproveri mossi alla ricorrente in relazione al lavoro svolto». È vero che l’ambiente di lavoro non era del tutto disteso e che si erano verificati screzi tra i colleghi, ma secondo i testimoni si era trattato di «episodi marginali, circoscritti a specifiche situazioni e, comunque, pienamente rientranti nelle normali dinamiche che generalmente si creano all’interno degli ambienti di lavoro, in cui è piuttosto usuale che insorgano questioni a causa di differenti punti di vista su fatti di comune interesse».

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 1707/17.

Autore immagine: 123rf com


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