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Lo sai che? Separazione con figli: casa di lei assegnata al padre, possibile?

Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2017

La assegnazione della casa coniugale dopo la separazione non dipende dal titolo di proprietà né vuole favorire la figura materna ma solo l’interesse dei figli a restare nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti.

Sono separata dal 2015 e ho due figli. L’appartamento dove vivevo è di mia proprietà, ma il giudice lo ha assegnato a mio marito che ha convinto nostro figlio minore a dire che vuole vivere con lui. Ora vivo in affitto con mia figlia e non ho mio figlio con me… Ma i giudici non proteggono sempre le mamme, o sbaglio? Come si può fare per ribaltare la situazione?

Sicuramente il caso riguardante la lettrice presenta delle peculiarità considerata la generale tendenza dei vari tribunali a prevedere la collocazione materiale di figli minori presso la madre rispetto al padre. Va detto però che la maternal preference (ossia la preferenza per la figura materna) non costituisce un principio assoluto né privo di debite eccezioni.

Cerchiamo allora di capire come stanno effettivamente le cose e se sia possibile fare qualcosa per ribaltare questa situazione. E per farlo vengo ad illustrare, se pur nei tratti essenziali, la normativa in tema di affidamento dei figli dopo la separazione e di assegnazione della casa coniugale.

Come funziona l’affidamento dei figli dopo la separazione?

Partiamo innanzitutto dal problema dell’affidamento e chiariamo che la legge ha voluto assicurare ai minori il cosiddetto diritto alla bigenitorialità, ossia a mantenere, anche a seguito della separazione dei genitori, un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di loro, di ricevere da loro cura, educazione, istruzione e assistenza morale e di conservare rapporti significativi con tutti i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per tale motivo, l’ affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori rappresenta l’eccezione che potrà essere praticata solo quando l’affidamento all’altro si riveli, per i più svariati motivi, contrario all’interesse dei figli minori.

Dunque la regola, in caso di separazione, è quasi sempre quella dell’affido condiviso (salvo rare eccezioni), in base al quale ciascun genitore ha pari responsabilità genitoriale sui figli, potendo (se vi è consenso del giudice) decidere in autonomia sulle questioni di ordinaria amministrazione che li riguardano nel tempo che trascorre con loro, con l’obbligo, tuttavia, di raccogliere il consenso dell’altro per le decisioni di maggior interesse (riguardanti la salute, l’istruzione, l’educazione, la residenza). Principio, peraltro, valevole per tutti i figli a seguito della più recente riforma sulla filiazione che ha totalmente eliminato la precedente distinzione tra quelli naturali (cioè nati da coppie non coniugate) e legittimi (in quanto nati da coppie sposate).

Affido condiviso che però non va confuso con la cosiddetta collocazione dei figli presso uno dei genitori; termine questo che sta solo ad indicare quale sia il genitore presso con il quale i figli vivranno in modo stabile e che, a dire il vero, non rappresenta un istituto previsto dalla legge, bensì una vera e propria invenzione giuridica che, a conti fatti, ha condotto di fatto a svuotare di contenuto la funzione stessa dell’affido condiviso per come voluto dal legislatore.

A chi viene assegnata la casa coniugale dopo la separazione?

Venendo poi al discorso della assegnazione della casa familiare, va precisato che la sua finalità è quella di tutelare in via esclusiva i figli in modo che essi possano permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti. Essa prescinde quindi dal titolo di proprietà sulla casa da parte di uno o l’altro dei genitori e non può essere disposta per sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole. Perciò, salvo il caso in cui tra i genitori intervenga un preciso accordo, sarà il giudice a decidere chi assegnare la casa pensando solo all’ interesse dei figli. Per un approfondimento si rinvia alla guida Casa familiare: a chi spetta con la separazione?

Fatta questa necessaria premessa, vengo dunque più in particolare al caso illustrato dalla lettrice.

A riguardo va detto che sicuramente la tendenza prevalente di buona parte dei tribunali è sempre stata quella di collocare i figli minori presso la madre (anche quando la abitazione sia dell’altro genitore). Secondo la Suprema Corte [1], ad esempio, specie quando i figli sono ancora in età scolare, la loro residenza deve essere preferibilmente quella della madre, genitore normalmente ritenuto più in grado di prendersi cura della prole, sia per attitudine naturale che per maggiore disponibilità di tempo rispetto al padre.

Sul tema, tuttavia, ha avuto modo di pronunciarsi più di recente il tribunale di Milano [2] secondo il quale il dato di partenza per il giudice deve essere sempre quello della assoluta parità tra i genitori; la superiorità di genere della madre, infatti, sarebbe il frutto di pregiudizi mai dimostrati e indimostrabili, e peraltro in violazione con il principio di uguaglianza senza distinzioni di sesso sancito dalla Costituizione e con l’accoglimento dei principi di bigenitorialità e di par condicio operati dalle Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu).

Sul piano pratico ciò comporta la necessità del giudice di tenere conto, nel caso concreto sottoposto al suo esame, di quale possa essere l’interesse del figlio, tenendo conto, ove possibile, del parere espresso dal minore su dove andare a vivere. Non spetta, infatti, per legge alcun diritto della madre a vivere con i figli, nè per il giudice di stabilire in modo aprioristico che la collocazione materna sia la soluzione migliore per il bambino.

Dunque, nella situazione riguardante la lettrice non può ritenersi che il giudice abbia violato un principio normativo con la assegnazione della casa al marito quale genitore collocatario del minore, specie se, a seguito dell’ascolto del figlio, è emersa la volontà di quest’ultimo di stare con il padre.

Se il giudice assegna la casa al padre la decisione è definitiva?

Ciò che invece è importante sottolineare è che questa situazione non può ritenersi affatto immodificabile. La legge [3], infatti, attribuisce in ogni tempo ai genitori (singolarmente o congiuntamente) il diritto di chiedere la revisione dei provvedimenti riguardanti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della responsabilità genitoriale su di essi, nonché la misura e le modalità del contributo economico dovuto loro.

Pertanto, ove la lettrice ritenga (come sembra potersi desumere dalla formulazione del quesito) che la volontà del figlio sia stata forzata in qualche modo dal padre, la stessa potrà chiedere una modifica delle condizioni di separazione a riguardo. E’ naturale che, in tal caso, dovrà procedersi nuovamente all’ ascolto del ragazzo (anche a mezzo di un consulente da questi incaricato) non potendosi dare atto, tanto più in sede di revisione, a mere enunciazioni di principio o semplici convinzioni personali del genitore che chiede la modifica. Potranno rilevare anche eventuali dichiarazioni testimoniali di amici e conoscenti che attestino eventuali disagi espressi o comunque manifestati dal figlio per il fatto di non poter stare con la madre e comunque di non vivere insieme alla sorella maggiore.

note

[1] Cass. sent. n. 18087/16.

[2] Trib. Milano, decr. del 19.10.2016.

[3] Art. 337-quinquies cod. civ.


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