Breaking News Come si calcola l’assegno di mantenimento?

Breaking News Pubblicato il 11 maggio 2017

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La Corte di Cassazione, con una sentenza rivoluzionaria, ha ribaltato completamente i criteri di calcolo dell’assegno da corrispondere al coniuge più debole in seguito al divorzio.

Il matrimonio rappresenta l’espressione massima della condivisione e dell’unione tra un uomo e una donna che giurano di amarsi e rispettarsi per tutti i giorni della propria vita.

Purtroppo, come spesso accade, i giuramenti e le promesse non vengono mantenute e i matrimoni finiscono miseramente.

La fine di un matrimonio comporta certamente un enorme dolore dal punto di vista sentimentale, in quanto inevitabilmente si infrange il sogno di amore eterno e di famiglia ma, anche, una serie di inconvenienti dal punto di vista economico, soprattutto nel momento in cui il giudice stabilisce un assegno da corrispondere mensilmente al coniuge più debole.

In passato, per la determinazione di tale assegno di mantenimento, che in genere veniva corrisposto alla donna, per motivi relativi alla mancanza di lavoro o ad un reddito basso, si seguiva il criterio del «tenore di vita». Tale criterio veniva dunque utilizzato per consentire al coniuge più debole dal punto di vista economico di non essere penalizzato a seguito della fine del matrimonio e di non perdere quelle che potevano essere le proprie abitudini. In questi casi il giudice, tenendo presente quello che era il tenore di vita in costanza di matrimonio, stabiliva l’ammontare dell’assegno di mantenimento che, grossomodo, potesse permette al coniuge economicamente meno strutturato di vivere allo stesso modo.

Bisogna tenere conto che nella società italiana degli anni passati la donna spesso rinunciava al proprio lavoro per dedicarsi interamente al marito e ai figli, in taluni casi le ragazze, soprattutto se di buona famiglia, non lavoravano neanche dopo avere conseguito un titolo di studio ma attendevano di prendere marito e di iniziare con lui una nuova vita.

Interpretato in tale ottica, l’orientamento di attribuire al coniuge meno abbiente, nella maggioranza dei casi la donna, un assegno di mantenimento che, nonostante la fine dell’unione matrimoniale consentiva di non perdere gli acquisiti standard di vita aveva certamente un senso, sfortunatamente, nel corso degli anni è stato applicato diversamente, diventando quasi una forma di ricatto morale e materiale per l’ex coniuge.

L’emancipazione femminile, l’aumento di donne laureate e realizzate professionalmente, l’evoluzione della società, hanno evidenziato che il criterio precedentemente utilizzato per il calcolo dell’assegno di mantenimento fosse ormai totalmente lontano dalla realtà dei tempi.

La Corte di Cassazione [1], pronunciandosi su una questione che vedeva contrapposti un ex Ministro e un’importante imprenditrice americana, ha rigettato le richieste esorbitanti della signora, ritenendo che la stessa, in virtù delle proprie consistenti proprietà e della attività di successo svolta non aveva ragione di pretendere un assegno di mantenimento che le consentisse di mantenere il suo tenore di vita da sposata.

Tale sentenza ha evidenziato, in maniera molto rivoluzionaria, che l’assegno di mantenimento, con la fine di un matrimonio, può essere attribuito solo in caso di effettiva necessità, ossia di mancanza di lavoro, impossibilità lavorativa per motivi di salute, stato di indigenza e così via.

In tutti gli altri casi, come ad esempio se il coniuge economicamente più debole sia perfettamente in grado di lavorare, abbia perso il lavoro ma sia in possesso di un titolo di studio che gli consente comunque di lavorare, abbia dei redditi diversi o abbia delle proprietà mobiliari ed immobiliari, l’assegno non è dovuto.

Nulla cambia per gli eventuali figli della coppia, i quali hanno diritto di ricevere l’assegno mensile, per il loro sostentamento, determinato dal giudice.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.


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