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Lo sai che? Cococo legittima solo se il collaboratore si organizza da solo

Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2017

Collaborazione trasformata in contratto di lavoro dipendente se le modalità di organizzazione non sono decise dal lavoratore.

Se tempistiche e luogo di lavoro sono decise dal committente, e la prestazione è esclusivamente personale e continuativa, la collaborazione non è genuina ma si trasforma in rapporto di lavoro subordinato: è quanto stabilito dal nuovo Jobs Act dei lavoratori autonomi, che ha modificato il codice di procedura civile [1] tracciando il confine tra coordinamento (elemento della cococo genuina) ed etero-organizzazione (che invece riconduce al lavoro subordinato).

Il Jobs Act del lavoro autonomo, in particolare, definisce il coordinamento in questo modo: «la collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa».

In pratica, se è il lavoratore ad organizzare in modo autonomo la propria attività, senza subire imposizioni dal committente, la cococo (collaborazione coordinata e continuativa) è autentica e non deve essere ricondotta al lavoro subordinato.

A questo proposito, però, dobbiamo fare un passo indietro, per capire come funzionano, dopo le modifiche del Jobs Act, le collaborazioni coordinate e continuative e quando possono essere considerate genuine.

Per fare il punto della situazione, dobbiamo partire da un’importante circolare del Ministero del Lavoro[2], che spiega  quali sono i casi in cui le collaborazioni sono ricondotte al lavoro subordinato ed in che modalità e misura avviene la conversione del contratto.

Cococo non genuine

In primo luogo, il Ministero ha chiarito che la collaborazione è non genuina, cioè riconducibile al lavoro subordinato, quando:

  • la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale: in pratica, l’attività non deve essere effettuata con l’ausilio di altri soggetti e non deve essere occasionale;
  • le modalità di esecuzione sono organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro: si parla, come già esposto, difatti, di etero-organizzazione.

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro subordinato, basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa. Le collaborazioni che non presentano queste caratteristiche, invece, sono considerate autentiche, in quanto presentano un certo grado di autonomia.

Ma che cosa succede quando la collaborazione è riconducibile al lavoro dipendente?

Cococo: trasformazione in lavoro subordinato

La collaborazione non è genuina quando si riconosce il requisito della etero-organizzazione: come appena osservato, secondo i chiarimenti del Jobs Act autonomi, ci può essere etero-organizzazione non solo nel caso in cui il committente imponga orario e luogo di lavoro, ma, in generale, in tutti i casi in cui il lavoratore non sia organizzato autonomamente.

Quando è il committente, dunque, a dettare le regole sull’organizzazione, la collaborazione è ricondotta al lavoro subordinato.

La legge, però, non parla di una vera e propria riqualificazione del contratto, ma stabilisce soltanto che debba essere applicata la disciplina del lavoro subordinato; dal punto di vista pratico, tuttavia, nulla cambia, anche se non è effettuata la riqualificazione formale, in quanto l’applicabilità delle regole del lavoro dipendente produce un effetto sostanzialmente identico alla conversione del contratto.

Il Ministero del lavoro, difatti, esclude che la mancata previsione legislativa della riqualificazione comporti un’applicazione delle regole del lavoro subordinato solo in parte, ma chiarisce che debba essere applicato qualsiasi istituto, legale o contrattuale, normalmente applicabile ai lavoratori dipendenti.

Inoltre, la riconduzione al lavoro dipendente comporta anche l’irrogazione delle sanzioni per le violazioni degli obblighi in materia di collocamento (comunicazione di assunzione e dichiarazione di assunzione) in quanto relativi alla disciplina del lavoro subordinato.

Cococo escluse dalla presunzione

Bisogna specificare, comunque, che esistono delle ipotesi di collaborazione escluse dalla presunzione di subordinazione:

  • le collaborazioni regolamentate, dal punto di vista economico e normativo, dai contratti collettivi (stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale), finalizzati a particolari esigenze produttive ed organizzative di settore;
  • le collaborazioni svolte da professionisti iscritti ad albi o ordini, prestate nell’esercizio della professione per la quale è richiesta l’iscrizione (ad esempio, una collaborazione nell’ambito della consulenza legale per un avvocato);
  • le collaborazioni effettuate da amministratori e sindaci di società, e da partecipanti a collegi e commissioni;
  • le collaborazioni prestate in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate al C.O.N.I.

Un’altra modalità per “salvare” la collaborazione, al di fuori di queste ipotesi, consiste nella certificazione del contratto.

Il contratto di collaborazione, difatti, può essere verificato presso un’apposita commissione di certificazione: tuttavia, pur in presenza della certificazione (che deve essere sottoscritta da datore di lavoro e lavoratore), la co.co.co. è assimilata al lavoro subordinato, se, nel concreto, l’attività è svolta in maniera esclusivamente personale, continuativa, e con modalità, tempo e sede di lavoro decisi dal committente oppure, ancora, nel caso in cui il lavoratore non sia organizzato autonomamente.

note

[1] Art. 409 c.p.c.

[2] Mlps, Circ. n. 3/2016.


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