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Come contestare un accertamento fiscale

14 maggio 2017


Come contestare un accertamento fiscale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 maggio 2017



Agenzia delle Entrate: come impugnare un atto del fisco per irregolarità nella dichiarazione dei redditi rispetto alle spese sostenute.

Chi riceve dall’Agenzia delle Entrate un accertamento fiscale è perché, verosimilmente, si è trovato in una delle seguenti situazioni: ha acquistato un bene – come una causa o un’auto – il cui valore è di gran lunga superiore rispetto al potere di acquisto che risulta dalla sua dichiarazione dei redditi; mantiene un tenore di vita superiore rispetto al proprio reddito (ad esempio acquista spesso viaggi all’estero); ha ottenuto dei bonifici sul conto corrente che non è in grado di giustificare oppure ha effettuato prelievi per importi elevati di cui non riesce a dimostrare la finalità; ha dichiarato un reddito inferiore rispetto a quello che, in via presuntiva, è possibile immaginare che un contribuente, in media, dichiara per la stessa attività.

Una volta però ricevuto l’atto, il problema è come contestare l’accertamento fiscale: in che modo il contribuente può dimostrare la regolarità dei propri conti? Un compito non sempre agevole per via del fatto che, specie chi agisce in buona fede, non sempre si procura in anticipo carte e documenti per rispondere, dopo diversi anni, alle contestazioni del fisco. Ed ecco che a farne le spese sono proprio i più incauti o coloro che hanno ritenuto di passare inosservati per via delle dimensioni ridotte degli importi in gioco.

È bene sapere che ci sono due livelli per contestare un accertamento fiscale: quello formale e quello sostanziale. Per quanto riguarda il primo aspetto, esso si basa sul rispetto, da parte dell’Agenzia delle Entrate, delle regole che la legge le impone ai suoi funzionari tutte le volte in cui accertano i redditi dei contribuenti. E il più ricorrente errore riguarda la firma dell’accertamento. Di tanto abbiamo spesso parlato su queste pagine (leggi Come difendersi dall’accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate). In buona sostanza l’atto fiscale deve essere firmato dal capo ufficio o da un appartenente alla categoria dirigenziale munito di apposita delega. Ma non sempre le deleghe sono regolari. Esse dovrebbero essere invece scritte, con data iniziale e di scadenza, motivata e nominativa (deve cioè indicare nome e cognome del soggetto delegato).

Il secondo aspetto per contestare un accertamento fiscale si basa invece sul merito delle ragioni che dovrebbero far ritenere errato il ragionamento del fisco. Se il contribuente riesce a dare dimostrazione di non aver evaso, potrà contestare l’atto presso la Commissione Tributaria entro 60 giorni. Ma come? Immaginiamo il caso più ricorrente: l’accertamento di una spesa superiore alle possibilità del contribuente. È il cosiddetto accertamento sintetico, quello cioè che avviene attraverso il redditometro: uno strumento che usa il fisco per verificare la compatibilità degli acquisti di beni di lusso con la dichiarazione dei redditi. «Da dove il contribuente ha preso i soldi per acquistare la casa se il suo reddito non lo consente?». E qui arriva l’aspetto più difficile della difesa. Perché il cittadino deve dimostrare la provenienza di quei soldi. Provenienza che può derivare da:

  • redditi esenti e che, pertanto, non vanno tassati;
  • redditi già tassati alla fonte;
  • vincite al gioco o scommesse;
  • un’eredità [1];
  • risarcimenti del danno come, ad esempio, quelli dell’assicurazione dopo un incidente stradale;
  • indennizzo del datore di lavoro come, ad esempio, quello per un licenziamento illegittimo o una contestazione sulla violazione delle norme di sicurezza;
  • mutui: secondo la Cassazione, infatti, la disponibilità di redditi superiori rispetto a quanto dichiarato al fisco potrebbe anche derivare da prestiti della banca, il che rende nullo l’accertamento fiscale (leggi Mutuo: accertamento fiscale nullo);
  • donazioni o prestiti o contributi ricevuti da parte di familiari, in particolare quelli conviventi come genitori e coniuge: in tal caso bisognerà dimostrare la provenienza del denaro attraverso, ad esempio, un bonifico intestato al contribuente o direttamente al venditore (cosiddetta donazione indiretta);
  • disinvestimenti ossia vendite di beni di seconda mano (un’auto usata, una casa, ecc.) o di titoli e/o azioni che si possedeva in precedenza.

Inoltre, secondo la cassazione, non è necessario – per contestare l’accertamento fiscale – dimostrare un aumento del reddito al fine di mantenere tutte le successive spese connesse alla titolarità del bene acquistato (ad esempio, nel caso di un’auto, l’assicurazione, il bollo, la benzina, il garage, ecc.; nel caso di una causa, le tasse, le spese di condominio, le utenze, la ristrutturazione, ecc.). Per rendere nullo l’eventuale accertamento fiscale è sufficiente provare la percezione della somma utile al solo acquisto del mezzo. Tale circostanza è indice di capacità di spesa e, quindi, tale da escludere la presunzione di occultamento di redditi.

Di recente la Commissione Tributaria Regionale di Potenza ha ritenuto possibile contestare un accertamento fiscale grazie al libretto di risparmio del coniuge se, in tal modo, il contribuente riesce a provare che può mantenere beni di lusso. Un’auto, una barca e una casa non indicano necessariamente una maggiore capacità contributiva in capo al proprietario se questi riesce a mantenere i beni grazie al supporto dei familiari. Ma è necessario dimostrare tale supporto, il che può avvenire attraverso i conti correnti “elevati” dei parenti o, ad esempio, con l’esibizione del libretto di risparmio del coniuge.

note

[1] Cass. ord. n. 11388/17: Secondo gli Ermellini, nel contenzioso aveva ragione la parte contribuente. Il contribuente infatti non deve fornire una particolare prova in merito all’effettiva destinazione del reddito esente o sottoposto a tassazione separata agli incrementi patrimoniali, «se non la dimostrazione dell’esistenza di tali redditi». Oltretutto, «non può evincersi un onere di dimostrazione, aggiuntivo, circa la provenienza oltre che l’effettiva disponibilità finanziaria delle somme occorrenti per gli acquisti operati dal contribuente, in quanto una diversa interpretazione […] determinerebbe in definitiva una sorta di trasfigurazione del presupposto impositivo, non più correlato all’esistenza di un reddito ma, piuttosto, all’esistenza di una spesa realizzata da redditi imponibili ordinari e congrui o da redditi esenti o da redditi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo d’imposta».

[2] Ctr Potenza ord. n. 158/17.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 6 aprile – 9 maggio 2017, n. 11388
Presidente Iacobellis – Relatore Mocci

Rilevato

che la Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c. delibera di procedere con motivazione sintetica;
che l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Puglia che aveva accolto l’appello di P.C. contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Bari. Quest’ultima aveva respinto l’impugnazione della contribuente avverso l’avviso di accertamento IRPEF, per gli anni 2006 – 2007;

Considerato

che il ricorso è affidato a due motivi;
che, col primo, l’Agenzia assume la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, dell’art. 132 c.p.c., dell’art. 118disp. att. c.p.c. e dell’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4;
che la decisione impugnata sarebbe stata motivata solo apparentemente, non essendo entrata nel merito delle questioni da decidere e senza fornire alcuna motivazione idonea e sufficiente a rappresentare le ragioni della legittimità delle disponibilità finanziarie contestate dall’Ufficio;
che, col secondo, la ricorrente invoca la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4, 5 e 6 e dei decreti ministeriali collegati, nonchè degli artt. 2728 e 2697 c.c. e degli artt. 113 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4;
che, in particolare, la CTR avrebbe fondato il proprio convincimento su erronee valutazioni, giacchè la disponibilità in capo al contribuente dei beni considerati dal redditometro costituirebbe una presunzione legale di capacità contributiva, ai sensi dell’art. 2728 c.c., nella misura calcolata in base all’applicazione del redditometro stesso: tale presunzione sarebbe stata superabile solo in funzione di circostanze, quali lo smobilizzo di attività patrimoniali o la provenienza dei redditi da familiari o terzi, mentre, nella specie, le giustificazioni e la documentazione fornita dal contribuente non avrebbero potuto ritenersi idonee a dimostrare l’effettiva disponibilità finanziaria dei redditi esenti o assoggettati a tassazione;
che l’intimata si è costituita con controricorso;
che il primo motivo non è fondato;
che, in effetti, la CTR ha offerto una motivazione razionale ancorchè succinta – dei fatti rilevanti di causa: le disponibilità della contribuente sono state giustificate con la dismissione di immobilizzazioni finanziarie, un indennizzo per decesso del coniuge, l’eredità paterna nonchè una rendita annua dell’INAIL: non si può dunque parlare di motivazione apparente;
che anche il secondo motivo è immeritevole di accoglimento;
che questa Corte (Cass. 1455/2016) ha di recente ritenuto che nessun’altra prova deve dare la parte contribuente circa l’effettiva destinazione del reddito esente o sottoposto a tassazione separata agli incrementi patrimoniali se non la dimostrazione dell’esistenza di tali redditi”; nè può evincersi “un onere di dimostrazione, aggiuntivo, circa la provenienza oltre che l’effettiva disponibilità finanziaria delle somme occorrenti per gli acquisti operati dal contribuente”, in quanto “una diversa interpretazione, in nessun modo correlata al tenore testuale del ricordato art. 38, comma 6, ult. cit., determinerebbe in definitiva, una sorta di trasfigurazione del presupposto impositivo, non più correlato all’esistenza di un reddito ma, piuttosto, all’esistenza di una spesa realizzata da redditi imponibili ordinari e congrui o da redditi esenti o da redditi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo d’imposta”; con recente pronuncia questa Corte (Cass. 8995/2014) ha poi ulteriormente chiarito i confini della prova contraria a carico del contribuente, a fronte di un accertamento induttivo sintetico D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, specificando che “a norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 6, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia la citata disposizione prevede anche che “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”. La norma chiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, pur non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori – redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere). In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da idonea documentazione) della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perchè in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati”;
che la sentenza impugnata, in effetti, conferisce il crisma della plausibilità alle prove offerte dalla contribuente, in esito ad un’effettiva verifica ed analisi delle stesse;
che al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%.
Motivazione semplificata.

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