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Se l’azienda non versa assegni familiari o malattia commette reato

14 maggio 2017


Se l’azienda non versa assegni familiari o malattia commette reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 maggio 2017



Tutte le volte in cui il datore di lavoro non versa contributi dovuti al dipendente per il quale ottiene poi una compensazione, con l’Inps, sulle somme da versare a titolo di contributi previdenziali, commette reato.

Il datore di lavoro che non versa gli assegni familiari commette reato. E questo perché tali somme, quando indicate in busta paga, vengono dall’Inps restituite all’azienda – che le anticipa al lavoratore – mediante compensazione sui contributi da versare periodicamente all’Ente stesso di previdenza. Il rappresentante dell’azienda che, quindi, indica in busta paga di aver corrisposto al dipendente i contributi per assegni familiari, ma poi non lo fa, sta commettendo un falso a fronte del quale ottiene un conguaglio dei contributi previdenziali. Il tutto con danno alle casse erariali. Lo stesso principio si può applicare a qualsiasi altro tipo di contributo che viene restituito all’imprenditore dall’Inps mediante compensazione sui contributi: si pensi ai contributi per la malattia, cassa integrazione guadagni e a quelli per la maternità.

Pertanto, il dipendente che vede riportata in busta paga l’indicazione degli assegni familiari ma poi non ottiene tali somme può denunciare il datore di lavoro.

Sul fatto che il mancato versamento degli assegni familiari sia reato non ci sono dubbi. Il punto, però, su cui dibatte la giurisprudenza (anche la stessa Cassazione) è qual è il tipo di reato commesso. Sul punto si scontrano tre diverse tesi. Secondo una interpretazione si è in presenza del reato di truffa; secondo un’altra l’illecito è quello dell’appropriazione indebita; secondo infine un’altra ancora il reato sarebbe quello di indebita percezione di erogazioni statali. In verità la questione poco interessa al dipendente perché, in ogni caso, per lui le cose non cambiano, avendo sempre la possibilità di denunciare il legale rappresentate dell’azienda, con una denuncia ai Carabinieri o un atto depositato alla Procura della Repubblica. Ma procediamo con ordine.

Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], non integra il reato di truffa la condotta del datore di lavoro che espone falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di assegni familiari, ottenendo dall’Inps il conguaglio di tali somme, atteso che mancano alcuni elementi strutturali di tale reato quali gli artifici ed i raggiri, l’induzione in errore del soggetto passivo (l’Inps) e, soprattutto, un danno patrimoniale. Allo stesso modo non può ritenersi integrata l’ipotesi di appropriazione indebita dovendosi escludere che il datore di lavoro abbia avuto il possesso delle somme in questione (difatti gli vengono solo restituite in compensazione sui contributi da versare). Risulta più fondata la tesi relativa al compimento del reato di «indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato».

La condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di avere corrisposto al proprio lavoratore le somme dovute a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottenga dall’Inps il conguaglio di tali somme in realtà non corrisposte, così percependo indebitamente dall’istituto di Previdenza le corrispondenti erogazioni, resta comunque ancora oggetto di un contrasto giurisprudenziale relativamente alla sua corretta qualificazione giuridica.

note

[1] Cass. sent. n. 51334/2016.

Cassazione penale, sez. II, 23/11/2016, (ud. 23/11/2016, dep.01/12/2016), n. 51334

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1.Con sentenza del 19/05/2016 il giudice per le indagini preliminari di Udine dichiarava – in relazione all’imputazione per il reato di cui all’art. 646 c.p., contestato a S.L. per essersi costui appropriato, in qualità di datore di lavoro, della complessiva somma di Euro 945,00, relativa agli assegni familiari di un dipendente – che il fatto ascritto non sussiste per difetto dell’elemento oggettivo della fattispecie appropriativa sub specie dell’altruità del denaro.

Evidenziava altresì che la soluzione del proscioglimento doveva adottarsi anche nell’ipotesi di riqualificazione del fatto ex art. 316 ter, poichè gli assegni familiari indebitamente compensati non raggiungevano la soglia di rilevanza penale previsti dalla norma.

2.Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Procura Generale presso la Corte di Appello di Trieste eccependo con un unico motivo la violazione di legge ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), con riferimento agli artt. 646, 640 e 316 ter c.p., nonchè all’art. 129 c.p.p..

Ha sostenuto la procura ricorrente che la condotta in questione era riconducibile alla truffa aggravata, sussistendone tutti gli elementi costitutivi (il danno economico dell’INPS, l’ingiusto profitto del datore di lavoro, la condotta ingannatoria per la predisposizione di documentazione falsa e l’induzione in errore dell’ente): ha concluso pertanto per l’annullamento della sentenza impugnata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.Il ricorso è infondato.

2.Indubbiamente si registra un contrasto all’interno della giurisprudenza della Cassazione relativa alla qualificazione giuridica della condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottenga dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni. Essenzialmente tre le posizioni espresse dalle recenti sentenze, sintetizzate peraltro nella sentenza impugnata e nel ricorso della Procura, che hanno ritenuto sussistente:

– il reato di appropriazione indebita (Cass. sez. 2 sentenze n. 41357 del 14/07/2015 – dep. 14/10/2015 – Rv. 264869; n. 19911 del 18/03/2009 – dep. 11/05/2009 – Rv. 244737);

– il reato di truffa (Cass. sez. 2 sentenze n. 42937 del 03/10/2012 – dep. 07/11/2012 – Rv. 253646; n. 11184 del 27/02/2007 – dep. 15/03/2007 – Rv. 236131);

– il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato di cui all’art. 316 ter (Cass. sez. 2 sentenze n. 15989 del 16/03/2016 Rv. 266520; n. 5486 del 05/11/2015 – dep. 10/02/2016 – Rv. 266367; n. 48663 del 17/10/2014 – dep. 24/11/2014 – Rv. 261140).

3.Ritiene il collegio che non possa ritenersi integrata la fattispecie di cui all’art. 640 c.p., in difetto di alcuni elementi strutturali di tale reato quali gli artifici ed i raggiri, l’induzione in errore del soggetto passivo e, soprattutto, un danno patrimoniale all’INPS.

La discordanza infatti tra la situazione rappresentata all’ente previdenziale e quella reale è idonea a procurare al datore di lavoro l’ingiusto profitto del conguaglio delle prestazioni che egli assume di aver anticipato, ma non è idonea a determinare alcun danno dell’I.N.P.S., perchè il lavoratore – per riscuotere le somme cui ha diritto – potrebbe rivolgersi solo al datore di lavoro per ottenere quanto gli spetta, e non all’I.N.P.S., avendo quest’ultimo – attraverso il conguaglio – adempiuto il suo obbligo.

4.Non può neanche ritenersi integrata l’ipotesi di appropriazione indebita dovendosi escludere che il datore di lavoro abbia avuto il possesso delle somme de quibus, per cui le considerazioni a riguardo del gip risultano senz’altro condivisibili.

5.Il collegio valuta come maggiormente fondata la qualificazione giuridica in termini di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, secondo l’impostazione seguita nella sentenza di questa sezione n. 15989 del 16/03/2016 Rv. 266520 P.M. in proc. Fiesta, di cui si riporta un ampio stralcio, contenente il nucleo essenziale della motivazione.

5.1 La fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter c.p., (“Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato”) punisce, con la reclusione da sei mesi a tre anni, “Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’art. 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sè o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità Europee”. Questa Corte ha già affermato che l’art. 316 ter c.p., configura un reato di pericolo, e non di danno (Sez. 6, n. 35220 del 09/05/2013 Rv. 256927), e che tale reato si distingue da quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, sia perchè la condotta non ha natura fraudolenta, in quanto la presentazione delle dichiarazioni o documenti attestanti cose non vere costituisce “fatto” strutturalmente diverso dagli artifici e raggiri, sia per l’assenza della induzione in errore (Sez. 2, n. 46064 del 19/10/2012 Rv. 254354). L’ambito applicativo del delitto di cui all’art. 316 ter c.p., è stato del resto approfondito sia dalle Sezioni Unite di questa Corte che dalla Corte costituzionale. In particolare, la Corte costituzionale, con l’ordinanza n. 95 del 2004, ha affermato il carattere sussidiario e residuale dell’art. 316 ter, rispetto all’art. 640 bis c.p., e ha precisato che, alla luce del dato normativo e della ratio legis, l’art. 316 ter, assicura una tutela aggiuntiva e “complementare” rispetto a quella offerta agli stessi interessi dall’art. 640 bis, coprendo in specie gli eventuali margini di scostamento – per difetto – del paradigma punitivo della truffa rispetto alla fattispecie della frode. Ha quindi rinviato all’ordinario compito interpretativo del giudice l’accertamento, in concreto, se una determinata condotta formalmente rispondente alla fattispecie dell’art. 316 ter, integri anche la figura descritta dall’art. 640 bis, dovendosi, in tal caso, fare applicazione solo di quest’ultima. Le Sezioni Unite sono intervenute con due sentenze con una prima sentenza del 2007 (Sez. U., n. 16568 del 19/04/2007 Rv. 235962), le Sezioni Unite, tracciando i confini tra la fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter, e quella di cui all’art. 640 bis c.p., hanno sottolineato – in linea con la menzionata ordinanza della Corte costituzionale – che l’introduzione nel codice penale dell’art. 316 ter, ha risposto all’intento di estendere la punibilità a condotte “decettive” (in danno di enti pubblici o comunitari) non incluse nell’ambito operativo della fattispecie di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; di modo che, fermi i limiti tradizionali della fattispecie di truffa, vanno inquadrate nella fattispecie di cui all’art. 316 ter, le condotte alle quali non consegua un’induzione in errore o un danno per l’ente erogatore, con la conseguente compressione dell’art. 316 ter, a situazioni del tutto marginali, “come quello del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l’autore della disposizione patrimoniale”. Le Sezioni Unite, con la sentenza in esame, hanno perciò affermato il principio secondo cui “vanno ricondotte alla fattispecie di cui all’art. 316 ter – e non a quella di truffa le condotte alle quali non consegua un’induzione in errore per l’ente erogatore, dovendosi tenere conto, al riguardo, sia delle modalità del procedimento di volta in volta in rilievo ai fini della specifica erogazione, sia delle modalità effettive del suo svolgimento nel singolo caso concreto”. Con una più recente sentenza del 2010 (Sez. un., n. 7537 del 16/12/2010 Ud. – dep. 25/02/2011 – Rv. 249104), le Sezioni Unite sono poi tornate sul tema e, proseguendo sulla strada tracciata dalla propria precedente sentenza, hanno affermato il principio secondo il quale l’art. 316 ter c.p., punisce condotte decettive non incluse nella fattispecie di truffa, caratterizzate (oltre che dal silenzio antidoveroso) da false dichiarazioni o dall’uso di atti o documenti falsi, ma nelle quali l’erogazione non discende da una falsa rappresentazione dei suoi presupposti da parte dell’ente pubblico erogatore, che non viene indotto in errore perchè in realtà si rappresenta correttamente solo l’esistenza della formale attestazione del richiedente. Valorizzando la collocazione dell’art. 316 ter c.p., tra i delitti contro la pubblica amministrazione e considerando che gli elementi descrittivi che compaiono tanto nella rubrica che nel testo della norma evidenziano chiaramente la volontà del legislatore di perseguire la percezione sine titulo delle erogazioni in via privilegiata rispetto alle modalità attraverso le quali l’indebita percezione si è realizzata, le Sezioni Unite hanno precisato il principio sopra enunciato nel senso che, ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 316 ter c.p., nel concetto di conseguimento indebito di una erogazione da parte di enti pubblici rientrano tutte le attività di contribuzione ascrivibili a tali enti, non soltanto attraverso l’elargizione precipua di una somma di danaro ma pure attraverso la concessione dell’esenzione dal pagamento di una somma agli stessi dovuta, perchè anche in questo secondo caso il richiedente ottiene un vantaggio e beneficio economico che viene posto a carico della comunità (nella specie, le Sezioni Unite hanno ritenuto che integra il delitto di cui all’art. 316 ter c.p., anche la indebita percezione di erogazioni pubbliche di natura assistenziale, tra le quali, in particolare, quelle concernenti la esenzione del ticket per prestazioni sanitarie ed ospedaliere). Le Sezioni Unite, infine, muovendo dal rilievo che la peculiare fattispecie posta dall’art. 316 bis c.p. (“Malversazione a danno dello Stato”) è rivolta specificamente a reprimere la distrazione dei contributi pubblici dalle finalità per le quali sono stati erogati, hanno sottolineato che l’art. 316 ter, sanziona la percezione di per sè indebita delle erogazioni, senza che vengano in rilievo particolari destinazioni funzionali”, qualunque sia – dunque – la destinazione o la mancata destinazione delle erogazioni indebitamente conseguite. Orbene, alla stregua di quanto detto, deve ritenersi che il delitto di cui all’art. 316 ter c.p., prescinde sia dall’esistenza di artifici o raggiri, sia dalla induzione in errore, sia dall’esistenza di un danno patrimoniale patito dalla persona offesa, elementi tutti che caratterizzano il delitto di truffa. Ciò che è richiesto dalla fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter c.p., è l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere (ovvero l’omissione di informazioni dovute) da cui derivi il conseguimento indebito di erogazioni da parte dello Stato o di altri enti pubblici o delle Comunità Europee, da cui derivi cioè il conseguimento di erogazioni cui non si ha diritto. Tali erogazioni, poi, possono consistere indifferentemente o nell’ottenimento di una somma di danaro oppure nell’esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta. Così configurata la fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter c.p., nella latitudine riconosciutale dalla giurisprudenza, deve ritenersi che nella stessa deve essere inquadrata la condotta del datore di lavoro che, mediante la fittizia esposizione di somme corrisposte al lavoratore a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottiene dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute all’istituto previdenziale a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni. Come si è detto, infatti, l’erogazione che costituisce elemento costitutivo del delitto di cui all’art. 316 ter c.p., può consistere semplicemente nell’esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta, e non deve necessariamente consistere nell’ottenimento di una somma di danaro. Il reato si consuma nel momento in cui il datore di lavoro provvede a versare all’I.N.P.S. (sulla base dei dati indicati sui modelli DM10) i contributi ridotti per effetto del conguaglio cui non aveva diritto, venendo così – tramite il mancato pagamento di quanto altrimenti dovuto – a percepire indebitamente l’erogazione dell’ente pubblico.

Poichè nel caso di specie gli assegni famigliari indebitamente compensati (pari ad Euro 945,00) non raggiungono la soglia di rilevanza penale previsti dalla norma (Euro 3.999,96), si giustifica la soluzione di proscioglimento adottata dal gip nella sentenza impugnata.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 dicembre 2016

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