Diritto e Fisco | Editoriale

Le rivoluzioni si fanno nelle piazze (la legge e internet)

15 ottobre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 ottobre 2012



Nel medioevo si costruivano vie strette: ma non perché non esistessero auto.

Dai tempi delle Termopili, il collo a imbuto ha sempre significato il controllo delle masse e, quindi, delle rivoluzioni. Una strada angusta impediva al popolo di riunirsi, organizzarsi e decidere. Al contrario, una aggregazione che parla e si scambia opinioni diventa un soggetto forte. Leonida ci ha insegnato che è più facile combattere il nemico ad uno ad uno che non una folla insieme.

In politica, questo ha un significato ben preciso: la disorganizzazione e la mancanza di coesione della base offre ai regnanti la possibilità di governare indisturbati.

È quanto è avvenuto sino a ieri, quando i mass media erano sotto il controllo di chi si trovava al potere. L’informazione non era accessibile: il popolo poteva solo subire le informazioni, senza capacità di interazione. Era una cultura OR (only read), di sola lettura.

Siciliano e piemontese, a meno che non si conoscessero già e usassero il telefono, non potevano dialogare tra loro: li accomunava solo la stessa televisione (e neanche le stesse previsioni meteo!).

Poi è venuta la ruspa del web a spazzare le costruzioni. Le vie strette sono diventate piazze: piazze in cui la gente si riunisce, si informa, si organizza, diventa una forza unica, coesa, indipendente dal controllo. Internet ha aggregato siciliano e piemontese; la gente ha iniziato a scambiarsi opinioni pur senza conoscersi. Il tipo di informazione è diventato RW (read and write), di lettura e scrittura.

Il villaggio globale ha cambiato il modo di fare politica (e non solo). Nell’era di internet 2.0, il controllo delle masse è impossibile. Un blogger, un sito indipendente, un qualsiasi opinionista può scardinare, in pochi minuti, con un articolo, tutto il lavoro fatto dall’estabilishment.

Alcuni recenti esempi: la raccolta di firme referendaria per il taglio degli stipendi dei parlamentari che (legittima o meno) ha significato una collettiva presa di coscienza non solo del problema, ma anche della possibilità di agire.

Ed ancora: le manifestazioni (come quella dello scorso 29 settembre a Roma) non sono più organizzate (e strumentalizzate) dalle solite forze politiche o parapolitiche. Centinaia di organizzazioni indipendenti si riuniscono in continuazione, si danno appuntamento, si scambiano intese e “protocolli comportamentali” per una pacifica rivoluzione. È una Woodstosk perenne.

Non sono i 37.700.000 (trentasettemilioniesettecentomila!) risultati che ci consegna Google quando si digita la parola “manifestazione”. Né i più miseri (ma si fa solo per dire) 583.000 risultati relativi alla ricerca “raccolta firme referendum”.

È piuttosto un dato obiettivo che Internet stia superando la realtà. La televisione ha prodotto la cultura delle immagini e dell’ascolto; Internet, con un colpo di mano, ha trasformato il mondo in qualcosa di scritto.

Le fonti sono ormai molteplici. Non ci sono solo quelle dell’alto. Ma anche, e soprattutto, quelle che provengono dal basso. E, nella storia, la differenza l’ha sempre fatta la maggioranza. Prima o poi.

Così è per la legge.

Questa storia del diritto naturale mi è sempre puzzata. Perché pensare a una legge superiore all’uomo, valida sempre e comunque, a prescindere dal dove e dal quando, presuppone l’esistenza di un’etica unica e definitiva per tutto il globo. E non è così: lo stesso precetto “non uccidere” è entrato nelle carte dei diritti fondamentali solo negli ultimi secoli. C’è, peraltro, chi ancora crede che uccidere sia giusto, entro determinati limiti. La legge, quindi, non può che prendere atto della coscienza popolare – mutevole per natura – e poi disciplinare di conseguenza. La legge è uno specchio del popolo e di un determinato momento storico.

Se dunque è il popolo – la maggioranza – a fare la legge (non tanto – e non sempre, soprattutto –  come soggetto attivo e decidente, ma come elemento di riferimento culturale e morale), c’è da aspettarsi che le prossime norme saranno decise sul web. La cultura WR ha la capacità di sollevare problematiche e reazioni che in una dimensione di cultura OR non verrebbero mai alla luce. E questo è forse l’ultimo margine di speranza rimasto alla democrazia per sopravvivere.

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3 Commenti

  1. Bravo Angelo! A questi principi era ispirato il mio inedito scritto anni fa. CYBERUTOPIA ANARCHICA (IL GIOCO DELL’ANTIPOLITICA IN RETE). Manuale M.U.A. di sovvertimento pacifico della politica col cyberspazio orchestrato su due linee: la politica in rete nell’esperienza mondiale e la costruzione del sito MOVIMENTO UTOPIST-A per la realizzazione dell’antipolitica in Internet. La novità forte del tuo pezzo è la sottolineatura dell’informazione scritta che diventa controinformazione e rivoluzione pacifica, tramite internet. Un convegno su quest’argomento bellissimo?

    1. Caro Gennaro, i tuoi elogi sono sempre motivo di orgoglio per me. Disponibilissimo per qualsiasi convegno. Sempre.

  2. Ormai la politica via web non è più un’utopia. In Germania, nel 2006, è nato il partito dei PIRATEN il quale, dopo una prima elezione del 2006 (in cui ottenne il 2% di consensi), è entrato in Parlamento nel 2011, ottenendo 15 seggi. Il loro metodo di votazione è assolutamente innovativo e verticale: ciò che diventerà proposta da presentare in Parlamento viene messo in rete e viene votato dagli iscritti. Pertanto, l’idea che la politica sia fatta da tecnici, che mediano sempre le esigenze dei cittadini che rappresentano, è ampiamente tramontata e ciò grazie all’avvento di internet, ma soprattutto ad una mutata coscienza politica, che vede il cittadino svolgere un ruolo sempre più attivo nella politica.

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