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Simulare un incidente stradale: cosa si rischia?

15 maggio 2017


Simulare un incidente stradale: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 maggio 2017



Anche l’assicurazione del danneggiato, che riceve la denuncia del falso incidente stradale, può sporgere querela.

Simulare un incidente stradale e denunciare il danno solo alla propria compagnia di assicurazione (secondo le forme del cosiddetto «indennizzo diretto») espone l’automobilista a una querela per truffa assicurativa. Non importa che a dover pagare i falsi danni sia la compagnia di controparte: anche questa è, infatti, parte lesa sostenendo le spese di istruzione della pratica e, quindi, subisce un danno. Il chiarimento è stato offerto dalla Cassazione con una sentenza pubblicata poche ore fa [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia a simulare un incidente stradale.

La querela per chi simula un incidente stradale e per il suo complice

Fingere di aver subito un incidente stradale solo per incassare il risarcimento dell’assicurazione espone a una serie di conseguenze. La prima di carattere penale. Difatti, il furbetto può ben essere denunciato da entrambe le assicurazioni: la propria (cui deve inoltrare l’istanza di risarcimento) e da quella dell’altro conducente (che deve materialmente pagare il risarcimento). Secondo infatti la Suprema Corte, la querela può essere sporta da tutte e due le compagnie, in quanto ciascuna delle due è da considerare parte lesa. Inoltre il procedimento penale può essere avviato non solo nei confronti di chi sporge la denuncia di sinistro, ma anche dal suo complice, ossia il proprietario dell’altra auto (quella che, nella messinscena, dovrebbe essere responsabile dell’urto).

Dunque, nel caso in cui si simula un falso incidente stradale a querelare gli artefici della messinscena può essere anche l’assicurazione che riceve la denuncia oltre che quella chiamata in concreto a risarcire l’asserito danneggiato. Secondo la sentenza in commento, anche la società chiamata soltanto a gestire il sinistro deve ritenersi legittimata a procedere al pari di quella che dovrà risarcirlo: entrambe infatti hanno diritto a non veder depauperato il proprio patrimonio, seppure in misura diversa. È vero infatti che la compagnia gestionaria della pratica di sinistro liquida solo provvisoriamente il danno, ottenendo poi la compensazione dall’impresa del responsabile [3], ma è anche vero che la prima sostiene dei costi di apertura e gestione della pratica e dell’attività istruttoria.

In ogni caso la condanna per frode assicurativa può scattare anche se la compagnia scopre l’inganno e non versa il risarcimento (leggi: Falso incidente, reato anche se l’assicurazione non paga).

Falso incidente stradale e causa civile

L’assicurazione che si accorge del falso sinistro stradale, grazie alla perizia del proprio fiduciario – il quale, attraverso i punti di contatto tra le auto e una ricostruzione balistica dell’incidente – dovrà essere citata in causa. In tale ipotesi, chi ha simulato il sinistro sarà sottoposto a un non facile «onere della prova»: ricostruire un sinistro con falsi testimoni può essere apparentemente facile, ma le bugie non sfuggono al consulente tecnico d’ufficio (cosiddetto «Ctu») nominato dal giudice. E in tal caso, ne consegue il rigetto della domanda. Risultato: il furbetto rischia, non solo di non ottenere la restituzione delle spese anticipate per l’avvio del giudizio (avvocato, contributo unificato, costi di perizia di parte, consulente tecnico d’ufficio, notifiche e bolli), ma anche di subire la cosiddetta «condanna alle spese processuali» ossia a dover pagare le spese sostenute dall’avversario (la compagnia di assicurazione). Senza contare che gli eventuali testimoni potranno essere denunciati dallo stesso magistrato che li ha sentiti per le false dichiarazioni fornite in udienza.

note

[1] Cass. sent. n. 24075/17 del 15.05.2017.

[2] Art. 642 cod. pen.

[3] In base all’art. 149, co. 3, Codice delle assicurazioni private.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 27 aprile – 15 maggio 2017, n. 24075
Presidente Fumu – Relatore Rago

Fatto e diritto

1. Il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino, con sentenza ex art. 425 cod. proc. pen. pronunciata in data 21/11/2016, dichiarava non doversi procedere nei confronti di M.L. , G.D. , C.F. , C.G. e G.C. – imputati per il delitto di cui all’art. 642 cod. pen. perché, al fine di conseguire l’indennizzo assicurativo, in concorso fra di loro, denunciavano un falso sinistro – perché l’azione penale non doveva essere iniziata per difetto di querela.
Il giudice dell’udienza preliminare perveniva alla suddetta conclusione in quanto, a norma del combinato disposto degli artt. 149-150 dlgs 209/2005 (cd. Codice delle Assicurazioni private), soggetto danneggiato doveva ritenersi la Società obbligata in proprio al risarcimento secondo le ordinarie norme sostanziali in materia RCA e non la società gestionaria che aveva ricevuto le false denunce di sinistro (nella specie Sara Assicurazioni) che aveva il diverso obbligo di liquidazione del risarcimento e che, in tale sua qualità, “si inserisce soltanto nella procedura di liquidazione stragiudiziale del danno, agendo per conto dell’effettiva debitrice”.
2. Contro la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Pubblico Ministero il quale ha denunciato l’erroneità dell’interpretazione effettuata dal giudice dell’udienza preliminare in quanto, contrariamente a quanto da questi sostenuto, anche la società gestionaria, proprio a causa e per effetto di tutta l’attività che, per legge, doveva svolgere nell’ambito della procedura per la liquidazione del danno, era portatrice di un interesse anche economico (spese di gestione della pratica) e, quindi, come persona offesa, a presentare la querela.
3. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito indicate.
L’art. 120 cod. pen. attribuisce il diritto di querela ad “ogni persona offesa dal reato” per tale dovendosi intendere il soggetto titolare dell’interesse direttamente protetto dalla norma penale, la cui lesione o esposizione a pericolo costituisce l’essenza dell’illecito. Di conseguenza, possono coesistere più soggetti passivi di un medesimo reato, che vanno individuati, appunto, con riferimento alla titolarità del bene giuridico protetto: ex plurimis Cass. 21090/2004 Rv. 228810; Cass. 2862/1999 Rv. 212766.
L’art. 642 cod. pen. è un reato plurioffensivo diretto alla tutela, fra l’altro, del patrimonio degli enti assicuratori, ed è un delitto a consumazione anticipata in quanto prescinde dall’effettiva riscossione dell’indennizzo assicurativo, sicché, nel caso di specie, deve ritenersi consumato – secondo l’ipotesi accusatoria risultante dal capo d’imputazione – nel momento in cui fu presentata alla compagnia di assicurazione la denuncia del falso sinistro.
Di conseguenza, soggetti passivi del reato vanno ritenute sia la Compagnia gestionaria del sinistro, sia quella Debitrice perché entrambe, in quanto parti coinvolte direttamente – seppure con ruoli diversi – nella richiesta di liquidazione del sinistro a seguito e per effetto della denuncia, hanno interesse alla corretta gestione del medesimo e a non vedere depauperato – sebbene in diversa misura – il proprio patrimonio da false denunce.
In particolare, la Compagnia gestionaria del sinistro deve ritenersi legittimata a proporre querela in proprio perché è ad essa che la falsa denuncia è inoltrata, è essa che deve istruire la pratica ed è essa che deve liquidare il danno “ferma la successiva regolazione” con l’imprese debitrice ex art. 149/3 dlgs cit..
Peraltro, nonostante la “successiva regolazione”, sulla base del suddetto meccanismo, la Compagnia gestionaria, subisce comunque un danno diretto perché, come ha correttamente osservato il ricorrente, il meccanismo di compensazione (nei confronti della società debitrice) che si attiva una volta che la gestionaria abbia liquidato il danno, da una parte, “non tiene affatto conto dei costi di apertura e gestione della pratica di sinistro, nonché delle relative attività istruttorie che restano a completo carico della Gestionaria, senza riconoscimento alla stessa di alcun rimborso” e, dall’altra, alla società debitrice viene addebitato un importo predeterminato, parametrato forfettariamente alle somme liquidate dalla società Gestionaria “a titolo di risarcimento del danno, ma non corrispondente al quantum erogato in concreto”.
Pertanto, nel ribadire quanto già affermato sul punto da questa Corte con le sentenze nn. 28281 e 43095/2016, la sentenza va annullata e gli atti trasmessi nuovamente ad un diverso giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino per un nuovo giudizio il quale si atterrà al seguente principio di diritto: “Il diritto di querela, in caso di denuncia di un sinistro non accaduto ex art. 642 cod. pen., spetta sia alla Compagnia assicuratrice gestionaria del sinistro sia alla Compagnia assicuratrice debitrice”.

P.Q.M.

La sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Torino per nuovo giudizio.

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