Diritto e Fisco | Articoli

Nessun addebito a chi va via di casa se la coppia è in crisi

16 maggio 2017


Nessun addebito a chi va via di casa se la coppia è in crisi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 maggio 2017



Separazione e divorzio: l’abbandono della casa coniugale è consentito quando tra moglie e marito si litiga sempre o non c’è più comunione.

Se è vero che andare via di casa e abbandonare la moglie o il marito è illecito e comporta, come sanzione, l’addebito della separazione (in determinati casi può essere addirittura un reato), è anche vero che non si può costringere una persona a convivere con un’altra se non ci va più d’accordo, ci litiga o, addirittura, se è a rischio la sua stessa incolumità fisica (si pensi al coniuge manesco). Pertanto, secondo la nostra giurisprudenza, non può scattare alcun addebito a chi va via di casa se la coppia è in crisi già da tempo. In termini pratici, è possibile abbandonare il cosiddetto «tetto coniugale» se risulta che il matrimonio è alla deriva per altre e pregresse ragioni. È quanto ricorda la Cassazione con una recente sentenza [1].

Per comprendere meglio il principio ricorriamo al consueto esempio pratico. Immaginiamo una coppia che non va più d’accordo già da molto tempo. Il marito ha scoperto, tempo addietro, il tradimento della moglie e, nonostante l’iniziale volontà di perdonarla, non riesce a superare il fatto. Così, poco alla volta, i rapporti tra i due si deteriorano; anche i rapporti sessuali diventano sempre più infrequenti e, di fatto, ciascuno dei due, conduce la propria vita in autonomia, senza rendere conto all’altro. Fino alla definitiva consacrazione della fine dell’unione, quando l’uomo decide di andare via di casa, perché esasperato da un clima di silenzi e di indifferenza. Al momento della separazione davanti al giudice, lei chiede che il tribunale dichiari l’addebito a carico del marito, imputandogli la colpa dell’abbandono del tetto coniugale. L’uomo, dal canto suo, fa notare che il suo comportamento non è stato la causa della separazione, ma solo l’effetto di una situazione che si era già verificata, nei fatti, in epoca anteriore. Chi dei due ha ragione? Sicuramente l’uomo. Ed ecco il perché.

Il codice civile [2] elenca i doveri dei coniugi che si sposano. Tra questi vi è l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Quindi, chi va via di casa è, in generale, responsabile della violazione di uno degli obblighi connessi al matrimonio. Da tale illecito scaturisce la possibilità di addebitare la separazione alla sua condotta (cosiddetto «addebito»): si tratta di una sanzione civile che implica la perdita del diritto al mantenimento e della qualità di erede.

Se chi va via di casa lascia l’altro coniuge (con gli eventuali figli) in condizioni di grave disagio economico, non essendo capaci di provvedere da soli al proprio mantenimento (ad esempio per stato di disoccupazione o per reddito basso), si commette anche il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

L’abbandono della casa familiare, però, è un illecito solo se frutto di una scelta arbitraria, non motivata da precedenti e gravi ragioni. In altri termini è consentito andare via se il matrimonio è già irrimediabilmente naufragato o se l’altro coniuge compie comportamenti tanto gravi da non consentire la convivenza. Viceversa, se si tratta di semplici liti – che non minano però alle fondamenta del matrimonio – chi va via di casa è responsabile. Ad esempio, è colpevole il marito che, a seguito di un battibecco (anche se furibondo), fa le valigie e va via per sempre. Esiste infatti un orientamento consolidato della Cassazione, secondo cui la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che il codice civile pone a carico dei coniugi; è invece necessario accertare se tale violazione sia stata la vera e unica causa della crisi coniugale oppure se sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. Qualora sussista la prova che chi va via di casa lo fa perché ormai la coppia è in crisi – e la crisi è irreversibile -, deve essere pronunciata sentenza di separazione senza addebito.

A conti fatti, le battaglie per l’addebito non sempre hanno grandi risvolti pratici se ad intraprenderle è il coniuge con il reddito più basso. Difatti, le conseguenze dell’addebito sono solo:

  • l’impossibilità di chiedere il mantenimento; ma è chiaro che se l’addebito lo subisce chi ha lo stipendio più elevato, non c’è alcuna differenza atteso che questi – con o senza addebito – sarebbe stato comunque tenuto a versare l’assegno all’ex; la perdita dei diritti successori tra la separazione e il divorzio. In pratica, nello spazio che intercorre tra separazione e divorzio (oggi al massimo di 1 anno), se uno dei due coniugi muore, l’altro è suo erede. Ciò però non vale solo se il coniuge superstite ha subìto l’addebito.

note

[1] Cass. sent. n. 11929/17 del 12.05.2017.

[2] Art. 143 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, sentenza 5 dicembre 2016 – 12 maggio 2017, n. 11929

Presidente Dogliotti – Relatore De Chiara

Premesso

Che è stata depositata relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., nella quale si legge quanto segue:

“1.- La Corte d’appello di Napoli ha parzialmente accolto il gravame della sig.ra C.M. riformando la sentenza di primo grado nella parte in cui disponeva l’addebito all’appellante predetta della separazione dal marito, sig. D.C. .

La Corte ha ritenuto che, sulla base delle risultanze istruttorie, l’allontanamento dell’appellante dalla casa coniugale non fosse stato causa della rottura con il sig. D. , bensì conseguenza del progressivo deterioramento dei rapporti tra i coniugi, non addebitabile specificamente a nessuno dei due, e quindi della intollerabilità della convivenza.

2.- Il sig. D. ha proposto ricorso per cassazione articolando due motivi.

L’intimata non ha svolto difese.

3.- Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 143, secondo comma, 151, secondo comma, e 2697 c.c., si lamenta che la Corte d’appello non abbia ravvisato nell’allontanamento dall’abitazione familiare una circostanza ex se idonea a configurare addebito a carico della sig.ra C. , e che da una corretta analisi delle risultanze istruttorie sarebbe emersa in modo inequivocabile l’arbitrarietà della scelta della moglie, sì da giustificare l’addebito alla stessa della separazione.

3.1 – Sotto il profilo della denunciata violazione di norme di diritto il motivo è infondato, dovendosi confermare il consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (Cass. 12130/2001, 23071/2005, 14840/2006 e successive conformi).

Per il resto, le censure diffusamente articolate dal ricorrente – il quale contesta che dalle prove raccolte sarebbe emerso che l’intollerabilità della convivenza preesisteva all’allontanamento della moglie – si sostanziano in pure e semplici critiche di merito.

4.- Con il secondo motivo, denunciando violazione dell’art. 112 c.p.c., si lamenta che la Corte d’appello abbia omesso di pronunciarsi sul primo dei due motivi del gravame incidentale proposto dall’attuale ricorrente, con il quale si chiedeva, per il caso di accoglimento dell’appello principale in punto di addebito della separazione, di modificare la motivazione della sentenza di primo grado statuendo che “l’intollerabilità della convivenza è scaturita da precisa volontà della C. che non ha mai voluto costituire una comunione di vita con il marito ed una abituale convivenza coniugale”.

4.1. – L’indicata censura di omissione di pronuncia è manifestamente infondata. I giudici di secondo grado, infatti, hanno espressamente escluso che l’intollerabilità della convivenza dipendesse da colpa di uno qualsiasi dei coniugi: ciò hanno dato risposta implicita alla predetta tesi dell’appellante incidentale, ancorché senza farne – per apprezzabile brevità – esplicita menzione.”;

che tale relazione è stata comunicata agli avvocati delle parti costituite;

che l’avvocato di parte ricorrente ha presentato memoria.

Considerato

Che il Collegio condivide le considerazioni svolte nella relazione sopra trascritta, non superate dalle osservazioni della memoria di parte ricorrente;

che pertanto il ricorso va rigettato;

che in mancanza di attività difensiva della parte intimata non occorre provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17,1. 24 dicembre 2012, n. 228, dichiara la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI