Donna e famiglia Come fare se lui non vuole riconoscere il bambino

Donna e famiglia Pubblicato il 17 maggio 2017

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Azione di riconoscimento della paternità e test del Dna: che succede se il padre non vuol riconoscere come proprio il bambino nato da un’unione di fatto?

Tutte le volte in cui un figlio nasce da una coppia sposata, il padre e la madre sono – per riconoscimento automatico della legge – il marito e la moglie. Viceversa, tutte le volte in cui un figlio nasce da una coppia non sposata, se la madre è sempre certa (avendolo partorito), per quanto riguarda il padre è necessario un formale atto di riconoscimento. Con il riconoscimento l’uomo dichiara di essere il padre naturale del bambino e, in questo modo, ne consegue il rapporto di filiazione e tutti i diritti/doveri reciproci tra le parti. Ma non tutti gli uomini, purtroppo, adempiono a questo dovere morale e giuridico; così, a volte, qualche padre scappa davanti alle proprie responsabilità. Che prevede la legge in questi casi e quali sono le tutele per il bambino e per la madre? In altre parole, che fare se lui non vuole riconoscere il bambino? Cerchiamo di dare qualche dritta in questo articolo.

Ogni padre è obbligato a riconoscere, come proprio, il figlio avuto da un’unione di fatto (ossia fuori dal matrimonio): un obbligo a cui egli non può sottrarsi neanche se ha il consenso della madre (si pensi all’unione di una sera a seguito della quale la donna resta incinta e, pur di non cedere alle richieste di aborto del compagno, acconsente a che quest’ultimo si disinteressi del nascituro).

Ma come fare se lui non vuole riconoscere il bambino? Se il padre non vuole riconoscere il proprio figlio, tanto il figlio quanto la madre (quest’ultima agendo in rappresentanza del primo quando ancora minorenne) possono proporre una causa in tribunale detta «azione di riconoscimento della paternità». Lo scopo di tale causa è ottenere, da parte del giudice, l’accertamento della paternità naturale dell’uomo. In buona sostanza la pronuncia del tribunale si sostituisce all’atto di riconoscimento che avrebbe dovuto fare l’uomo e determina essa stessa il rapporto di filiazione tra il padre e il bambino. Se il tribunale accerta la fondatezza della domanda, emette una sentenza che produce gli effetti del riconoscimento. Si tratta della cosiddetta dichiarazione giudiziale di paternità (ossia la paternità dichiarata dal giudice).

Chi può proporre l’azione di riconoscimento della paternità?

Vediamo ora, nel dettaglio e in termini processuali, come fare se lui non vuole riconoscere il bambino.

L’azione di riconoscimento della paternità può essere esercitata dal figlio. Ma se quest’ultimo è minorenne, l’azione può essere proposta, nel suo interesse, dal genitore che esercita la responsabilità genitoriale (quindi la madre). In mancanza del genitore o in caso di sua impossibilità, è esercitata dal tutore, previa autorizzazione del giudice.

Se il figlio muore l’azione può essere proposta anche dai suoi eredi. La domanda deve essere proposta nei confronti del presunto genitore. Tuttavia, se il genitore muore, il figlio può intraprendere l’azione nei confronti dei suoi eredi (purché entro 2 anni dalla sua morte). Perché mai esercitare l’azione di riconoscimento della paternità nei confronti degli eredi del padre naturale? A volte lo si fa per ottenere il cognome paterno, spesso collegato al prestigio sociale da questo raggiunto in vita; altre volte per ottenere i diritti ereditari.

L’azione si propone con ricorso da presentare presso il tribunale ordinario del luogo di residenza del convenuto.

Come provare la paternità?

La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo.

La sola dichiarazione della madre di avere avuto un rapporto sessuale con il presunto padre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità. Ci vuole qualcosa in più. Questo «qualcosa in più» viene di solito raggiunto con l’esame del Dna. Il padre può rifiutarsi di sottoporsi alla prova del Dna poiché nessun giudice gli può imporre di sottoporsi all’analisi del sangue. Tuttavia, secondo la giurisprudenza, questo diniego, se ingiustificato, è esso stesso prova della paternità. In altre parole, se la madre o il figlio chiede l’esame del sangue sul presunto padre e questo non fornisce il consenso al prelievo ematico, il giudice può solo per questo accertare la paternità. La Cassazione ha infatti chiarito a riguardo che il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice – anche in assenza di prove di rapporti sessuali tra le parti – in quanto è proprio la mancanza di riscontri oggettivi assolutamente certi e difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti intercorsi e circa l’effettivo concepimento a determinare l’esigenza di desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti [1]. È dunque inutile per l’uomo (se non addirittura controproducente) non collaborare pienamente all’accertamento giudiziale della paternità.

Che succede se il giudice riconosce la paternità?

Nel momento in cui il giudice effettua l’accertamento della paternità, per il papà scatta l’obbligo di mantenere il figlio fino a quando questi non diventa indipendente economicamente (un momento che può essere anche successivo al compimento dei 18 anni).

Il figlio può anche agire contro il padre per ottenere il risarcimento del danno per tutto il tempo in cui questi è stato assente, facendogli mancare la sua presenza sia in termini affettivi che economici.

Nello stesso tempo la madre può agire per ottenere la restituzione di parte delle spese sostenute per far crescere il figlio. La somma verrà determinata in via equitativo dal giudice, ma è chiaro che “più tempo è passato” senza il riconoscimento, maggiore sarà il risarcimento che spetterà alla mamma che ha dovuto fare tutto da sé.

Entro quanto tempo si deve agire in tribunale?

Dopo aver visto come fare se lui non vuole riconoscere il figlio, parliamo di termini entro cui agire in giudizio. Se ad agire con l’azione di riconoscimento è il figlio, non ci sono termini. L’azione è infatti imprescrittibile e può essere esercitata in qualsiasi momento.

Se il figlio muore:

  • dopo aver intrapreso l’azione, questa può essere proseguita dai discendenti;
  • prima di aver iniziato l’azione, questa può essere promossa dai suoi discendenti entro 2 anni dalla sua morte.

Per il riconoscimento del figlio ci vuole il consenso della madre?

Se il padre intende riconoscere un figlio minore di 14 anni che è già stato riconosciuto dalla madre, quest’ultima deve prestare il proprio consenso.

Il consenso può essere rifiutato se il riconoscimento non risponde all’interesse del figlio. Sul punto leggi Il padre deve riconoscere il figlio; il figlio può impedirglielo.

[1] Cass. sent. n. 3470/2016, n. 25675/2015, n. 13885/2015, n. 12971/2012.

[2] Il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice ai sensi dell’art. 116 cod. proc. civ., anche in assenza di prove di rapporti sessuali tra le parti, in quanto è proprio la mancanza di riscontri oggettivi assolutamente certi e difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti intercorsi e circa l’effettivo concepimento a determinare l’esigenza di desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti (Cass. sent. n. 3470/2016, n. 25675/2105, n. 13885/2015. Inoltre non vi è alcuna gerarchia tra i mezzi di prova della filiazione, pertanto, non è necessario dar corso preliminarmente all’istruttoria orale, potendosi esperire subito la prova ematologica (Cass. sent. n. 24361/2013).

Autore immagine: Pixabay.com


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1 Commento

  1. Se un figlio decide di farsi riconoscere dal padre per via legale a un’età adulta a diritto al mantenimento?

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