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Come difendersi al lavoro

17 maggio 2017 | Autore:


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Discriminazioni, mobbing, mancato pagamento dello stipendio: cosa fare? Come e quando fare causa al datore di lavoro per mancato rispetto dei diritti.

Inutile negarlo: oggi avere un lavoro è, oltre che un diritto, una vera fortuna. Quasi un privilegio. Ciò non vuol dire, però, che il lavoratore debba sottostare a tutto ciò che gli viene chiesto pur di non perdere il posto. Abbondano, purtroppo, i casi in cui il dipendente tende la mano al datore di lavoro e quest’ultimo si prende il braccio intero. Così come sono frequenti i casi di discriminazione sul posto di lavoro o, ancor peggio, di mobbing, fenomeno che spesso sfocia in una malattia. Bisogna conoscere, quindi, i propri diritti e sapere come difendersi al lavoro sia dalle ingiustizie, sia dagli abusi, sia dai comportamenti scorretti da parte del «principale», del capoufficio o dei colleghi.

I diritti dei lavoratori

Partiamo proprio da qui, dai diritti che il lavoratore può e deve pretendere che vengano rispettati. Ne possiamo distinguere tre tipi:

  • i diritti patrimoniali: riguardano tutti gli aspetti economici del rapporto di lavoro (retribuzione e Tfr). La retribuzione deve essere pagata secondo una predeterminata scadenza ed in modo proporzionale al lavoro svolto. Inoltre (in teoria dovrebbe essere così) deve essere sufficiente a garantire la sussistenza al lavoratore e alla sua famiglia [1], senza discriminazioni per motivi di sesso (a parità di lavoro, gli uomini dovrebbero guadagnare quanto le donne);
  • i diritti personali: riguardano l’integrità fisica e la salute. Il lavoratore ha diritto a prestare servizio in un ambiente sicuro e periodicamente controllato. Ha, inoltre, diritto a periodi di riposo, quotidiano, settimanale e festivo, oltre che ad un periodo retribuito di ferie [1]. Ha diritto a conservare il proprio posto di lavoro in caso di malattia, infortunio, gravidanza e maternità. E ha pure il diritto di esprimere la propria opinione e di partecipare alla vita pubblica e ad attività ricreative ed assistenziali;
  • i diritti sindacali: riguardano la possibilità di ogni lavoratore di esercitare sul posto di lavoro un’attività sindacale e di scioperare.

Detto questo, come difendersi al lavoro quando questi diritti fondamentali non vengono rispettati? Quando, ad esempio, ci sono degli episodi di discriminazione, di abusi, di mobbing? Oppure quando si lavora sotto la minaccia del licenziamento se non si rispettano quelle regole non scritte ma pretese dal datore di lavoro? Vediamo.

Come difendersi al lavoro dalla discriminazione

La legge vieta la discriminazione basata sulla religione, sulle convinzioni personali, sull’handicap, sull’età e sull’orientamento sessuale [2].

La discriminazione può avvenire ancor prima di entrare nel mondo del lavoro, quando si viene respinti in una selezione per uno dei motivi sopra indicati (a cui si potrebbe aggiungere anche l’aspetto fisico), ad esempio quando si richiedono dei requisiti che non hanno nulla a che fare con la mansione da svolgere (la patente di guida per lavorare come centralinista o l’età anagrafica per fare un concorso pubblico senza che ci sia una motivazione ben precisa). E’ quella che viene chiamata discriminazione indiretta che pone una persona in una situazione di svantaggio rispetto ad un’altra.

C’è anche una discriminazione diretta, come quella di chi non assume una donna perché sta per sposarsi o è in età di avere un figlio e, oltre alle assenze per gravidanza e maternità, il datore di lavoro prevede che non possa fare dei turni di notte.

Ci sono, infine, le discriminazioni legate alle molestie (e non solo di tipo sessuale) che si manifestano con comportamenti non desiderati in grado di violare la dignità di una persona.

Come difendersi? Se si ha l’impressione di essere stati discriminati al lavoro, occorre rivolgersi a un avvocato giuslavorista in modo da ricorrere al Tribunale, se non funzionano i tentativi di mediazione, per ottenere un provvedimento di cessazione del comportamento. Per legge, infatti, il datore di lavoro è tenuto a garantire l’integrità fisico-psichica dei propri dipendenti e, quindi, a impedire comportamenti aggressivi e vessatori da parte del capoufficio di turno.

E’ possibile anche delegare (con atto pubblico o scrittura privata autenticata) l’azione contro il datore di lavoro ad un sindacato, ad un’associazione, ad un’organizzazione rappresentativa  del diritto o dell’interesse leso.

E’ importante indicare le prove testimoniali e documentali alla base della propria domanda. Spetterà al datore di lavoro l’onere di dimostrare che non si è avuta discriminazione e/o che si è fatto tutto quanto possibile per evitarla.

Come difendersi al lavoro dal mobbing

Il termine mobbing sul lavoro comprende tutti quei comportamenti materiali e psicologici, aggressivi, coercitivi, vessatori e persecutori in grado di ledere la dignità del singolo lavoratore, sia da parte dei suoi superiori sia dai colleghi. Parliamo di piccoli episodi che, presi singolarmente, potrebbero anche non avere una rilevanza ma che messi insieme, in modo continuativo, finiscono per minare l’equilibrio professionale ed il benessere psicofisico del lavoratore. Quindi scherzi che prendono di mira sempre le stesse persone, ironie denigratorie, atti discriminatori, rimproveri immotivati, diffamazioni, minacce, ecc. Spesso questi atteggiamenti partono dai superiori per poi coinvolgere anche i colleghi.

Nel mobbing rientrano anche le pressioni o le molestie psicologiche, le offese personali, i comportamenti atti a svilire, i comportamenti volti ad intimorire e a maltrattare il lavoratore, le critiche immotivate, l’atteggiamento ostile, la denigrazione della persona a livello fisico, l’esclusione dall’attività lavorativa, il demansionamento rispetto al livello di inquadramento del CCNL, l’attribuzione di compiti eccessivi tali da compromettere la serenità e le condizioni psicologiche del lavoratore, ecc.

Come difendersi al lavoro dal mobbing? La prima cosa da fare è raccogliere ogni prova e testimonianza possibile a supporto della situazione di disagio di cui si è vittima a causa dei comportamenti altrui. La seconda, rivolgersi al medico di base o all’Asl di competenza per certificare le conseguenze psico-fisiche subite a causa del mobbing.

Documenti, prove e testimonianza alla mano, le scelte sono due: o ci si rivolve ad uno degli sportelli mobbing che si possono trovare in qualsiasi città (enti locali, sindacati o Internet sono i veicoli giusti per trovarli), oppure si denuncia il fatto all’autorità competente. In pratica, si sporge denuncia per mobbing dopo aver consultato un avvocato. Se il lavoratore ha un reddito basso, può anche chiedere l’assistenza di un avvocato col patrocinio a spese dello Stato in materia civile.

Si può chiedere un risarcimento per mobbing?

Premessa: l’ordinamento italiano non prevede una legge contro il mobbing, a differenza di altri Paesi europei. Ma non per questo la giustizia ha risparmiato delle sentenze in merito, con tanto di risarcimento. Su quali basi? Sul danno patito. E chi paga? Il datore di lavoro. Perché è lui la figura che deve garantire l’integrità del lavoratore in azienda [3]. E, quindi, è lui, in caso di mobbing accertato, ad essere ritenuto colpevole di aver permesso ai colleghi della vittima tali comportamenti [4].

Se il mobbing è stato causato da dimensionamento, come difendersi al lavoro? In questo caso, si tratta di una violazione riconosciuta dal codice civile [5] contro la quale il lavoratore può ricorrere all’azione di adempimento, alla risoluzione del contratto e al risarcimento del danno.

Non c’è, invece, risarcimento del danno da parte dell’Inail, in quanto il mobbing non rientra nelle patologie causate da malattie professionali o causa servizio.

 

Che succede se non eseguo gli ordini del capo?

Fin qui abbiamo esaminato i casi più gravi dai quali difendersi al lavoro. Ma, nel quotidiano, e senza arrivare a tanto, ci sono dei momenti in cui il dipendente si chiede se deve davvero eseguire sempre ed in ogni caso gli ordini del capo.

E’ vero che qui bisogna andarci coi piedi di piombo. Perché dire di no al capo così, a prescindere, può essere un motivo per venire licenziati per giusta causa.

Altro discorso è dire sempre «signorsì». Il lavoratore non è tenuto a farlo quando gli ordini impartiti dal capo integrano violazioni dolose della legge o costituiscono un danno per l’azienda. È quanto chiarito dalla Cassazione [5].

Secondo la Corte Suprema, se il lavoratore ha dei compiti di semplice esecuzione materiale dei comandi impartiti dal superiore, non può rispettarli acriticamente senza prima verificare se essi siano leciti o meno per la legge o se possano pregiudicare l’ambiente in cui lavora. Un esempio? Il capo ordina ad un proprio sottoposto di girargli le e-mail segrete di un altro impiegato, o di sottrarre a un collega dei documenti personali, di gonfiare i costi di una trasferta per aumentare il rimborso riconosciutogli dall’azienda, di fare in modo che un determinato affare naufraghi o di girare i segreti industriali a un’impresa concorrente.

Che succederebbe al dipendente che piega la schiena ed esegue questi ordini? Verrebbe licenziato in modo più che legittimo per avere obbedito ad un comando illecito.

Come difendersi al lavoro da queste richieste? Il dipendente è tenuto a conoscere la legge e a non violarla, sebbene gli sia stato richiesto dall’alto e, magari, sotto minaccia di una nota cattiva. In caso contrario, il lavoratore sarebbe corresponsabile in eventuali reati commessi, ma rischierebbe anche il posto di lavoro.

Per la Cassazione, insomma, il fatto di trovarsi in una posizione di soggezione psicologica rispetto al capo, da cui possono dipendere promozioni e avanzamenti di carriera, così come penalizzazioni e note di condotta, non può influire sul suo obbligo di rispettare la legge e gli interessi prioritari dell’azienda.

Come difendersi al lavoro dal mancato pagamento dello stipendio

Dicevamo all’inizio che tra i diritti fondamentali dei lavoratori ci sono quelli patrimoniali e, quindi, il diritto alla retribuzione. Ma che succede se il datore di lavoro non paga lo stipendio? Come difendersi al lavoro da questa mancanza (o abuso, per chiamarlo con suo nome)?

Si può partire con le buone, cioè chiedendo faccia a faccia delle spiegazioni al titolare o al capo del personale. Il lavoratore ha diritto a chiedere questo colloquio ma l’azienda non è tenuta a farlo.

Ecco, dunque, che il lavoratore può passare alla fase due, vale a dire alla richiesta scritta (e, quindi, ben più formale) di pagamento immediato dello stipendio. Volendo – e potendo, se sono presenti in azienda – può farsi aiutare dal sindacato.

Se nemmeno così si ottiene risposta, non resta che rivolgersi ad un avvocato, scelta assolutamente efficace soprattutto quando l’azienda si trova in stato di crisi. Il legale provvederà a chiedere il pagamento degli arretrati per conto del dipendente.

Nel caso in cui ci sia il dubbio che, oltre agli stipendi, non siano stati pagati i contributi previdenziali, il dipendente può chiedere l’intervento dell’Ispettore della Direzione Territoriale del Lavoro presentando denuncia in questo ufficio. Quest’ultimo convocherà l’azienda e il dipendente presso di sé ai fini di un tentativo di conciliazione (la cosiddetta «conciliazione monocratica»). Questo strumento si rivela molto spesso particolarmente efficace perché:

  • è tempestivo;
  • è gratuito;
  • costituisce un forte stimolo nei confronti dell’azienda a pagare, in quanto, in caso contrario, scatterebbe il controllo delle autorità con irrogazione di sanzioni particolarmente salate;
  • offre la possibilità di un incontro con il datore di lavoro al fine di trovare una conciliazione che metta tutti d’accordo e, nello stesso tempo, eviti lo scontro in tribunale (più costoso e lungo).

Se nemmeno in questo caso arriva il dovuto bonifico dello stipendio sul conto del dipendente, non c’è che ricorrere al decreto ingiuntivo da richiedere presso il competente Tribunale del Lavoro. L’ingiunzione di pagamento è piuttosto veloce da ottenere e permette di procurarsi il cosiddetto “titolo esecutivo“, necessario per l’esecuzione forzata. Per agire è necessario l’assistenza di un avvocato, non potendo il lavoratore difendersi personalmente.

A quel punto, l’azienda avrà 40 giorni per pagare o per decidere di non pagare, pur rischiando il pignoramento. L’azienda può anche presentare opposizione al decreto, allungando i tempi del pagamento: verrà avviato un giudizio ordinario e i tempi per il recupero delle somme potrebbero dilungarsi, salvo che il giudice conceda la provvisoria esecuzione del decreto.

Come detto, se dopo la notifica del decreto ingiuntivo il datore non dovesse pagare si può arrivare al pignoramento oppure, se l’azienda è proprio in uno stato di crisi molto grave, si può chiedere il fallimento. Per ulteriori approfondimenti su questo aspetto, leggi il nostro articolo se il datore di lavoro non paga lo stipendio: cosa fare.

note

[1] Art. 36 Costituzione Italiana.

[2] Dlgs. 216/2003.

[3] Art. 2087 cod. civ.

[4] Art. 2043 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 13149/2016.

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