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Genitori separati di fatto: a chi va il tfr del defunto?

27 maggio 2017


Genitori separati di fatto: a chi va il tfr del defunto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 maggio 2017



Mamma è morta; papà è andato via di casa da più di 20 anni ma con la mamma non hanno mai formalizzato la separazione e risultano ancora sposati. L’Inps ci ha detto che non ci spetta il tfr che andrebbe a nostro padre. Possibile?

La morte del lavoratore subordinato costituisce una causa di cessazione automatica del contratto di lavoro [1]. Al verificarsi del decesso pertanto, il datore di lavoro deve corrispondere agli eredi oltre alla retribuzione maturata dal lavoratore nell’ultimo periodo di vita lavorativa, altresì il trattamento di fine rapporto (più comunemente detto tfr) e l’indennità sostitutiva del preavviso. Quest’ultima è un emolumento previsto dalla legge [2] destinato a compensare la parte che subisce il recesso immediato dal rapporto di lavoro anche laddove ciò avvenga per situazioni di sopravvenuta impossibilità di svolgere la prestazione di lavoro come appunto il decesso.

La liquidazione di questi emolumenti (tfr, indennità sostitutiva del preavviso e retribuzioni maturate e non riscosse dal lavoratore) avviene tuttavia secondo regole diverse.

Per quanto concerne il tfr e l’indennità sostitutiva del preavviso, la liquidazione avviene a beneficio del coniuge, dei figli e, qualora conviventi a carico del lavoratore defunto, altresì ai parenti entro il terzo grado e agli affini (ossia i parenti del coniuge superstite) entro il secondo. La caratteristica principale di questa parte della “liquidazione” è che essa viene devoluta ai soggetti sopra indicati come diritto proprio e personale e non già come diritto successorio: ciò, in altre parole, significa che il datore di lavoro non può rifiutarsi di liquidare queste somme di denaro adducendo, ad esempio, di vantare crediti nei confronti del lavoratore deceduto, ad eccezione delle eventuali anticipazioni di tfr fatte in corso di rapporto. Per tale ragione la legge prevede che, qualora vi siano più aventi diritto – come appunto nel caso rappresentato (coniuge e due figli) – la ripartizione di tali indennità avvenga sulla base di un accordo tra i beneficiari; in mancanza, si procederà a ripartire i suddetti emolumenti secondo il bisogno di ciascuno come stabilito dal giudice che deciderà non soltanto in base alle condizioni sussistenti al tempo del decesso del lavoratore, bensì anche tenendo conto degli eventuali mutamenti intervenuti nel periodo successivo alla morte [3]. In ogni caso sono nulli gli accordi intercorsi anteriormente alla morte del lavoratore circa l’attribuzione e la ripartizione di tali indennità.

Per tali ragioni, non è corretto quanto il lettore dice essergli stato riferito in merito a una liquidazione al solo coniuge superstite di tali indennità. Al riguardo gli si può suggerire di presentare all’azienda (poiché sarà quest’ultima a corrispondere le indennità suddette) un certificato di stato di famiglia da cui si evinca la presenza, oltre che del coniuge, altresì dei figli quali beneficiari richiedendo quindi un pagamento congiunto nelle mani di tutti gli aventi diritto. Diversamente, si deve procedere a diffidare l’azienda dall’operare un pagamento nelle mani di uno soltanto dei beneficiari.

Per quanto riguarda, invece, le retribuzioni maturate dal lavoratore nell’ultimo periodo di vita (retribuzioni base, ratei di mensilità aggiuntive come tredicesima ed eventuale quattordicesima se prevista nonché l’indennità per ferie non godute), esse vengono liquidate sulla base delle regole successorie. Pertanto, in mancanza di testamento, varranno le regole della successione legittima ossia per un terzo al coniuge e i restanti due terzi ai figli.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Enrico Braiato

note

1] Art. 2122 cod. civ.

[2] Art. 2118 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 1761 del 1975.

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