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I diritti del figlio che torna a vivere da uno dei genitori

17 maggio 2017


I diritti del figlio che torna a vivere da uno dei genitori

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 maggio 2017



Licenziato e ritornato a casa dei genitori: quale mantenimento al giovane disoccupato?

Quella che stiamo per descrivere è una delle tante storie giorni nostri. Un giovane ragazzo inizia un nuovo lavoro, il primo della sua giovane carriera. Armato delle migliori intenzioni e pieno di speranze, decide di andare a vivere da solo e rendersi finalmente indipendente dai genitori. Ma l’azienda, dopo poco tempo, chiude e lo licenzia; così per il giovane, che non può più pagare l’affitto, non c’è altra soluzione che tornare a casa della madre. Cosa gli spetta? E cosa può fare se i genitori sono separati? Quali sono i diritti del figlio che torna a vivere da uno dei genitori? I chiarimenti sono stati forniti più volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, da una sentenza della Cassazione pubblicata proprio ieri [1].

Il figlio ha diritto a essere mantenuto dai genitori fino a quando non raggiunge l’indipendenza economica. Perché si possa parlare di «indipendenza» non si considera un rapporto di lavoro occasionale o precario, ma stabile: non necessariamente a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato purché offra prospettive per un futuro inserimento nel mondo del lavoro (leggi sul punto Mio figlio lavora: devo versargli il mantenimento?).

Anche i genitori separati o divorziati sono tenuti a mantenere il figlio, ma in proporzione alle rispettive capacità economiche e secondo gli importi stabiliti dal giudice con la sentenza di separazione o divorzio. Il tribunale, infatti, fissa la misura dell’assegno di mantenimento che il coniuge con cui i figli non vivono deve versare all’altro genitore (quello con cui i figli convivono) o – se maggiorenni – ai figli stessi su loro richiesta.

Una volta raggiunta l’indipendenza economica, però, il figlio perde definitivamente il diritto a essere mantenuto dai genitori. Questo significa che, se successivamente viene licenziato o si dimette o comunque perde il lavoro, non può più chiedere alcuna somma dal padre e/o dalla madre. E ciò vale anche se torna a vivere a casa di uno dei genitori. Quest’ultimo non è tenuto più a mantenere il giovane e se gli offre la disponibilità dell’alloggio non è detto che gli debba anche dare i soldi per le altre spese.

Un’unica eccezione è nel caso in cui il figlio versi in condizioni economiche particolarmente disagiate tanto da non poter procurarsi di che vivere: si pensi al caso del ragazzo inabile al lavoro o con un’invalidità. In tal caso, il figlio può rivendicare dai genitori solo gli alimenti ossia una somma minima per poter campare. Insomma, sicuramente un importo inferiore rispetto all’assegno di mantenimento.

note

[1] Cass. sent. n. 12063/17 del 16.05.2017.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 10 febbraio – 16 maggio 2017, n. 12063

Presidente Di Palma – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza del 22 luglio 2014, ha rigettato il gravame di T.R. avverso l’impugnata sentenza che, dichiarando la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con C.D. nel 1980, aveva rigettato le sue domande di attribuzione di un assegno divorzile, di una quota dell’indennità di fine rapporto percepita dall’ex marito, nonché di un contributo di mantenimento per il figlio maggiorenne G. .

La Corte ha ritenuto che, rispetto all’epoca della separazione (anno 2002), quando le era stato attribuito un assegno di mantenimento di Euro 150,00 mensili, le condizioni economiche dell’attrice fossero migliorate, e quelle del C. fossero rimaste invariate: la T. beneficiava di una pensione (di circa Euro 650,00 mensili) e non v’era prova del pregresso tenore di vita matrimoniale (interrottasi nel 1987); al mancato riconoscimento dell’assegno divorzile conseguiva il rigetto della domanda concernente l’assegnazione di una quota del tfr dell’ex coniuge; il figlio (33 anni) era economicamente indipendente, come dimostrato dal fatto che, nel 2009, era stato assunto a tempo indeterminato.

Avverso questa sentenza la T. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui si è opposto il C. con controricorso e memoria.

Ragioni della decisione

Il primo motivo di ricorso denuncia omesso esame di fatti ritenuti decisivi, quali la disparità reddituale tra le parti e lo stato di disoccupazione del figlio, nel frattempo licenziato dal datore di lavoro, ai fini della domanda di assegno divorzile e del contributo di mantenimento del figlio maggiorenne.

Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto in ordine alle medesime circostanze sopra esposte.

Entrambi i motivi sono, in parte, inammissibili, laddove si risolvono nella critica della sufficienza del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., apportata dall’art. 54 d.l. n. 83/2012, convertito in legge n. 134/2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014); inoltre, la ricorrente – pur denunciando la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c. – non ha svolto specifiche argomentazioni intese a dimostrare come e perché determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, siano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie (v., tra le tante, Cass. n. n. 635/2015).

I motivi sono infondati nella parte concernente il contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne, già indipendente, e poi, in tesi, tornato ad essere dipendente economicamente per avere perduto l’occupazione lavorativa. E ciò alla luce del principio secondo cui il diritto del coniuge separato (o, in questo caso, dell’ex coniuge) di ottenere dall’altro coniuge (o ex coniuge) un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato iniziato ad espletare un’attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di una adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento (se previsto) ad opera del genitore. Né assume rilievo il sopravvenire di circostanze ulteriori (come, nella specie, il fatto del licenziamento, peraltro controverso e non accertato dal giudice di merito), le quali non possono far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti siano già venuti meno (Cass. n. 26259/2005).

Il ricorso è rigettato. Sussistono giusti motivi per compensare le spese, a norma dell’art. 92, secondo comma, c.p.c. (nella versione, applicabile ratione temporis, successiva alla prima modifica, operata dall’art. 2, comma 1, lett., a, della legge n. 263 del 2005), in considerazione della dimensione sostanziale della controversia.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese.

Doppio contributo a carico della ricorrente, come per legge.

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